Home > Report Live > Math crystal in the air

Math crystal in the air

Gradita sorpresa in quel di Bologna, dove a salutare la fine della bella (…) stagione troviamo una congrega di folli mutilatori musicali, nelle persone di Shat, Icarus Line e The Dillinger Escape Plan.
La razionalità ha abiurato questi luoghi, non c’è ombra di dubbio e vedere tre pazzi scatenati (niente basso, nossignore) vestiti nel modo più improbabile e atti a riservare uno spettacolo fuori da molti schemi non fa altro che confermarlo. Giusto per darvi un’idea: il cantante è sormontato da un casco munito di cresta fallica, nel senso di composta da falli in lattice; un altro spunta direttamente fuori dal mento, senza contare quello lunghissimo, a livello pubico, in grado di toccare terra. Alle spalle altri due degni compari ed ecco un furioso quarto d’ora di caos distillato, ossessivi campionamenti in italiano (“Ho Vomitato”; “Niente di meglio” quelli più ripetuti) e divertimento deviato nella sua forma migliore. Avreste dovuto osservare gli occhi di ognuno degli spettatori entrati all’Estragon, avreste dovuto sentire il fine gioco di citazioni proposto dal gruppo, la vena umoristica-goliardica e la strabiliante abilità tecnica (anche a livello vocale), da far impallidire miriadi di ben più blasonati gruppi. Naked City, Pig Destroyer, Brutal Truth si mischiano e confondono e noi non possiamo far altro che rimpiangere il poco tempo a loro disposizione. E l’indifferenza di buona parte del pubblico. Enormi.

A seguire la “coolness”degli Icarus Line che, lo dico subito onde evitare fraintendimenti, mi hanno fatto cagare. Un discorso che sulla carta, e immaginiamo su disco, appare interessantissimo, un concerto che francamente lascia a desiderare e spinge il sottoscritto e altri transfughi ad andare a prendersi una bella boccata d’aria. Formalmente non c’è nulla che non vada; un look impeccabile (pantaloni neri, camicia nera, ombretto e cravatta rossi, capelli à la Rolling Stones dei tempi d’oro), un singer dalle movenze simil- Iggy Pop e canzoni moderne ma con un occhio alla tradizione. Il problema è che il gruppo è noioso e ciò che riesce così naturale ai Dillinger, sui loro corpi appare artificioso e pretenzioso. Sono arrivato a odiare il cantante dopo la prima canzone, ho pregato che le parentesi praticamente sludge del loro suono mi portassero da qualche altra parte con la mente, ho grugnito quando ho letto “Kill Pigs” su una delle due chitarre. Non è servito a niente. Complice anche l’inadeguatezza dei suoni, il cocktail che sembrava interessante, come degli Hives superdistorti che coverizzano qualcosa degli Iron Monkey, si è risolto in un qualcosa che suona come “molta forma, poca sostanza”.
[PAGEBREAK] Eccoci al climax della serata, l’implosione definitiva di un enorme buco nero, i The Dillinger Escape Plan.
Ancora adesso tentare di spiegare a parole ciò che si è visto e sentito è un qualcosa che ha dell’imponderabile, tanto è stato il collasso sonico e emozionale dell’evento. L’inizio è da delitto perfetto, una “Sugar Coated Sour” lanciata a mille miglia all’ora contro un pubblico febbricitante e adorante; e tutto il concerto sarà così, una serie di contorsioni epilettiche e uomini senza controllo su di un palco. Urla, dolore, ritmi che collassano su se stessi, squarci apocalitticamente melodici, liquida pazzia che scende dal cielo su tutti i presenti. Oramai i Nostri sono Oltre, davanti e più in alto di tutti (o quasi). Una macchina perfetta che unisce math rock e Cryptopsy, Cynic e Dazzling Killmen, Meshuggah, Death e tutta la “nuova” scena Postcore, elettronica impazzita e attitudine prog e postrock e dio solo sa cos’altro.

Questo abominio di carne e metallo si dimostra ben oliato in tutti i suoi ingranaggi e per dimostrarlo basta osservare l’enorme carica animalesca dell’altrettanto enorme Greg Puciato, sostituto del defezionario Dimitri Minakakis alla voce. Spaventoso, semplicemente spaventoso. Sembra incanalare rabbia compressa in ogni suo movimento, l’impressione è che possa succedere qualsiasi cosa e così è, infatti. Il cantante si arrampica sulle strutture che reggono le luci, si lancia sul pubblico, ne ritorna con la maglietta stracciata e, per tutta risposta, con una calma innaturale, sparisce nel backstage per tornarne con una sedia che, sempre con la massima calma, viene scagliata con forza sul pubblico. Allucinante. E poi bottigliette d’acqua e aste del microfono lanciate dall’altra parte del locale e sul pubblico, zuffe con uno dei due chitarristi (Weinneman?) che hanno del pericolosamente realistico, saliva che cola dalle loro bocche e un completo, totale, spaventoso Delirio!

Davvero grandi, la capacità strumentale ha qualcosa di celestiale, Puciato si dimostra degno successore di Dimitri e abile anche nelle parti melodiche che nell’EP erano proprietà di Mike Patton (benchè in parte aiutato dagli effetti elettronici). Non è proprio cosa di tutti i giorni, insomma.
La folla ormai prostrata completamente, esplode completamente sulla rilettura organica di “Come to Daddy” di Aphex Twin, ed è la Fine. Di Ogni Cosa, probabilmente. Del mondo.

Scroll To Top