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Mattia Cigalini : Breve storia di un saxofonista

Mattia Cigalini suona il sax come voi probabilmente non lo suonerete mai, ma non prendetevela: ha ancora ventidue anni e potrebbe sempre capire che la musica non è la sua strada. Mentre aspettiamo, questo è l’anno di “Res Nova”, il suo primo album da compositore: così scopriamo che dietro un volto acqua e sapone e un taglio di sopracciglia altrettanto giovanile si nasconde un’anima parecchio alterata (melodicamente parlando).
Contro ogni aspettativa è lui a farmi la prima domanda: mi chiede se per caso non porto sfiga, dato che gli hanno appena rubato il sax in una stazione dei treni (quale, non l’ho capito). Così comincia una piacevole conversazione che si concluderà solo con l’annuncio della fausta notizia: il ritrovamento dello strumento da parte della Polizia indica che io non porto (troppa) sfiga. Il resto è grasso che cola, visto che Mattia ha decisamente dimostrato che l’ansia non impedisce di raccontarsi a tutto campo in quella che probabilmente vincerà il titolo di “Intervista più lunga dell’anno”.

Parliamo subito di “Res Nova”, il secondo album a tuo nome. Com’è nato questo disco?
Si, è il secondo album che ho registrato come leader, ma è il primo in veste di compositore. “Res Nova” è una gigantesca suite, legata in particolare ad un ricordo della mia infanzia. I miei genitori erano musicisti, mia madre suonava la chitarra classica e mio padre il clarinetto. Avevamo anche il pianoforte in casa, e ciò mi consentì di mettere le mani un po’ sull’armonia, sul creare, e proprio così uscì dalla mia testa un’idea melodica molto forte. Giocavo molto con questa melodia, l’avevo anche registrata, e due anni fa la ritrovai. È semplicissima, eh! Te la canto (la canta). Da lì mi è nata l’idea di costruirci un brano sopra, però mi sono dilungato e ho creato una suite! (ride)

In che modo hai potuto trasformare una breve melodia infantile in una intera suite?
Con dei procedimenti compositivi che ho un po’ estrapolato dal mio studio della musica barocca. Ho preso questo nucleo iniziale centrale della composizione e l’ho continuamente modificato, trasportato, alterato. È un’idea melodica che scompare e riappare continuamente nei quattro movimenti della suite (nature – strength – love – casuality, ndr).

Qual è il significato dei titoli che hai dato ai quattro movimenti?
Ho voluto assegnare ai movimenti dei titoli che avessero un significato forte per me. Dopo delle considerazioni che feci sulla via quotidiana di tutti noi, capii che forse ci sono delle variabili dalle quale dipende tutto, anche, ad esempio, il fatto che ti venga rubato un sax sul treno. La suite poi si articola in dei sottomovimenti. C’è un perché musicale ma un perché umano altrettanto importante.

Faith e Time sono i titoli dei due sottomovimenti che compongono “Strenght”. In che modo associ la forza alla fede e al tempo?

L’idea è che la fede e il tempo siano delle variabili della vita quotidiana che danno forza, un po’ a tutti noi, sbaglio? (ride) La fede può essere religiosa ma può anche significare credere in qualcosa, una vocazione, come fare il mestiere che faccio io. Essa richiede forza ma è allo stesso tempo una fonte di forza. Lo stesso è per il tempo: le attese che la vita ci pone davanti richiedono forza, ma il decorrere del tempo in seguito a certi avvenimenti magari poco fortunati possono dare la forza necessaria per superare i momenti critici della nostra vita.

Quali sono i punti di continuità e quelli di distacco fra “Res Nova” e i tuoi lavori precedenti?

In realtà in “Res Nova” è diverso un po’ tutto. Sono diverso io prima di tutto, sono cresciuto rispetto a “Arriving Soon”. Ho cambiato la mia visione della musica, in “Arriving Soon”, ho fatto i conti con la tradizione jazzistica, qui ho voluto dire la mia. In “Arriving Soon” abbiamo fatto quasi tutto in una take, in “Res Nova” ci siamo chiusi in cantina per mesi a cercare le sonorità, abbiamo creato un gruppo. In “Res Nova” è diverso anche il sax, l’avevo ricevuto due settimane prima di andare in studio dalla Yamaha, ho voluto rischiare e ho registrato con questo sax fantastico. È cambiato tutto.

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Se dovessi descrivere in poche parole il tuo disco?
Questo è una sorta di tributo che ho voluto fare alla vita e al mio sforzo di fare musica. Ho voluto confezionare tutti i miei sacrifici in una scatola che fosse riconoscibile in mezzo ai dischi che vengono fatti oggi, una sonorità il più possibile fresca. Io non dico che ho scoperto l’acqua calda ma penso di aver fatto qualcosa di personale.

Gli artisti quindi devono avere la propria “missione creativa” e anche la propria interpretazione delle cose, e di sé stessi.

È tutto insieme, noi siamo quello che suoniamo e suoniamo quello che siamo. I grandi artisti con cui ho avuto il piacere di collaborare erano anche grandi persone. Randy Brecker, Stefano Bollani, Tullio De Piscopo…

Che effetto ti ha fatto collaborare quasi fin da subito con i grandi esponenti della scena musicale italiana? Cosa ha significato trovarti faccia a faccia a suonare con chi ha scritto la storia della musica?
Non è che ho iniziato subito, magari! Io mi metto sempre in una posizione di umiltà, per imparare da queste persone che hanno sempre più esperienza di me. Incontrarli però non è successo per caso. Io ho iniziato non da zero, ma da meno zero. Ho iniziato che facevo seratine gratis o a cinquanta euro nei locali, poi pian piano s’è sparsa un po’ la voce su di me, così ho cominciato a collaborare con musicisti sempre più in alto. Un artista che mi aiutò fu Gianni Cazzola (storico batterista jazz italiano, ndr), e anche Guido Manusardi (pianista e compositore, ndr). Con loro ho registrato i primissimi album a 16/17 anni come sideman.

Qual è stato uno dei momenti più importanti della tua carriera?
L’avvenimento più importante fu la registrazione di “Arriving soon”.
Paolo Scotti, un produttore discografico, mi sentì suonare e volle produrmi un disco che gli era stato commissionato dal Giappone. Dovevo fare un disco che suonasse come una novità, qualcosa “che non desse spazio al rischio”, parole sue. Lo feci con Fabrizio Bosso, Tullio de Piscopo, Andrea Pozzi, Riccardo Fioravanti. Ci siamo trovati in studio senza fare una prova, conobbi Fabrizio e Tullio proprio in quell’occasione, e in due pomeriggi scarsi è nato l’album.

Poi cosa è successo?
Mi ritrovai a fare tour in Giappone, la gente mi fermava per strada, una cosa inimmaginabile per me in quel momento. In tour mi capitò di sentire il mio disco in un supermercato, mi sembrava uno scherzo. Lì non senti Anna Oxa, Vasco Rossi (con tutto il rispetto), senti Keith Jarrett, Herbie Hancock. Lì il jazz viene apprezzato, c’è una meritocrazia che in Italia manca.

A cosa ti stai dedicando ora?
Io ho già registrato l’album che viene dopo “Res Nova”, già ce l’ho nelle tasche. Uscirà questo autunno, purtroppo non ti posso anticipare granché. Ed è un’altra cosa ancora rispetto a “Res Nova”. Una delle cose più brutte è ripetersi, altrimenti dov’è l’arte del jazz, dov’è la libertà? Dovrei ridurmi ad essere un clone, un imitatore di un altro musicista? Quando imiti un altro musicista, per quanto lui possa esser grande, in quel momento tu non sei nessuno. Ciò non significa che non bisogna studiare i grandi, io li studio tutti i giorni, Bach, Vivaldi, Parker e Coltrane, però arriva il momento in cui devi dire la tua.

Ti chiedo di commentare questa frase di Francesco Guccini: “Non mi è mai piaciuto atteggiarmi a grande artista, ho sempre fatto musica come si fa del buon artigianato”
La verità di un grande uomo e di un grande musicista. Quando sono sul palco è la gente che ha la verità in mano. Se la gente è contenta io vado a casa contento. Dei soldi non me ne frega niente, infatti ogni tanto il mio manager s’incazza (ride) perché vado a fare concerti per degli amici e ci vado pure gratis. “No Mattia, cosa fai, pensa all’immagine..” “Ma non rompere!” (ride). Se tu non hai amore verso le persone, non sei sincero e non arriva niente. Non si può scindere l’uomo dal musicista, anche questo ho voluto esprimere in “Res Nova”.

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Ti è stato consigliato il sax dal tuo medico perché soffrivi di asma respiratoria. È interessante l’idea di cimentarsi in uno strumento che dipende direttamente da quella che era la parte più fragile del tuo corpo.
Era una sfida. Io non soffro più di asma, ma quei polmoni che non crescevano bene mi hanno dato il mio lavoro, la mia vocazione di vita.

I tuoi genitori erano entrambi musicisti. quanto per te è importante nascere in un contesto in cui si respira musica fin dall’infanzia?
L’importante è avere degli input dalla vita quotidiana, che arrivino da tuo padre, dal vicino di casa o dall’amico non cambia niente. Non è importante avere la musica nelle vene, nel sangue, è importante averla nel cuore. Quando vedi il sax la prima volta provi un’emozione, e non ti puoi sbagliare, capisci che stai vedendo la cosa che farà parte della tua vita da lì in poi. È come quando vedi una ragazza che sai che ti cambierà la vita per sempre, ti posso dire che l’ho vissuto con la mia attuale ragazza. È una questione di sensibilità. Quando ho sentito per la prima volta “Kind of Blue”, mi ha attraversato, è stata un’emozione incredibile e la tua vita non può essere la stessa dopo.

Quali sono gli esponenti del jazz ai quali maggiormente devi la tua formazione?
Domanda difficile. (ride) Tutti quanti! Di tutti gli strumenti, anche i batteristi. Vado a studiarmi le scomposizioni di cassa di Kenny Clarke, vado a studiare come metteva la mano McCoy, per quarte, nella mano sinistra. Nel jazz forse il più grande genio dell’approccio improvvisativo è Miles Davis. In ogni disco era sé stesso, in un momento diverso con della musica diversa. Comunque ho ascoltato davvero tutti, ad un certo punto ho addirittura dovuto smettere di ascoltare troppo perché mi accorgevo di imitare.

Per quanto riguarda il rapporto fra cultura e istituzioni, e il ruolo dei conservatori, come giudichi l’attuale situazione italiana, rispetto agli altri paesi europei?

Indietro. È tutto fermo qui. Ci sono dei programmi didattici che non rispecchiano le esigenze contemporanee di un musicista.

E il lancio dei trienni jazz in conservatorio?
Dipende dall’insegnante. Se c’è qualcuno che sa trasmettere la passione che farà da motore per le ricerche personali dello studente allora va bene.

Cosa manca secondo te al sistema culturale musicale italiano?
Manca l’interesse dell’ascoltatore medio nei confronti della musica jazz, io il successo l’ho trovato in Giappone. C’è crisi e si vogliono chiudere prima i rubinetti alla cultura, così non funziona. E questo può anche far funzionare male i conservatori, anche se la qualità sta tutta nelle mani dell’insegnante.

Cosa deve fare un buon insegnante per essere tale?
Deve instaurare un rapporto umano e emotivo con l’allievo. Io insegno a Milano, e non faccio lezioni, preferisco chiamarli incontri. Io do’ loro la scintilla, e poi devono fare tutto loro. Se li sento imitare un altro saxofonista m’incazzo!

Per essere così giovane insegni già da diversi anni, che impressione ti sei fatto del livello dei giovani musicisti italiani che hai incontrato?
Il livello è molto alto, soprattutto in Italia. Ho carissimi amici sparsi per tutta Italia che non fanno che suonare nella loro cameretta, perché non hanno trovato nessuno che li valorizzasse. Noi abbiamo dei talenti enormi, non dobbiamo farceli scappare. Va bene andare all’estero, c’è da macinare esperienza, conoscere altre culture, ma è importante saper tornare a casa.

Cosa nei pensi del fenomeno dei talent show? qual è secondo te la loro funzione nel sistema musicale contemporaneo?
Dipende. Se aiutano un giovane a emergere, a valorizzarsi e a far sentire la propria voce in un mercato come questo, così denso di musica e di musicisti allora è buono. Però questo non deve stigmatizzare il talento. L’importante è la qualità. Se questi programmi ospitano musica di qualità allora ben vengano, qualunque sia il genere.

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È in crescita la produzione di opere che combinano al loro interno pratiche diverse (musica, video, narrativa) in un solo prodotto. Come valuti queste possibilità creative?
Mi interessano moltissimo, è una nuova frontiera da sfruttare assolutamente. La musica classica ci insegna tanto in questo senso, vedi la musica a programma. Io personalmente sono molto affascinato da questa commistione fra correnti artistiche differenti, associare la musica alla pittura, alla narrativa, alla danza. Sono cose che dobbiamo scoprire. Non escludo che lavorerò anche in questo senso, perché mi interessa davvero tanto.

In che direzione secondo te stanno andando il jazz e la musica contemporanea, rispetto alla grande tradizione?
Si sta evolvendo mischiandosi a generi diversi. Il jazz di oggi è molto influenzato dalla musica europea. Io credo che più si vuole andare avanti più bisogna guardarsi indietro. Andare a recuperare le radici folkloristiche di alcuni paesi, anche lontani dal nostro, può essere una fonte di ispirazione inesauribile. Io ascolto tanta musica balcanica e orientale tradizionale, musica indiana, cinese, giapponese.

Cosa consigli ad un giovane che intraprende oggi la strada della musica?
Di svegliarsi, di girare, viaggiare, studiare le persone. Di avere voglia di fare tanti chilometri, di farsi sentire, mettere da parte la timidezza e rompere le scatole. Io mi son fatto le notti a dormire in stazione per andare alle jam session. Bisogna mettersi in gioco ogni secondo, usare tutte le energie a disposizione, senza aspettarsi niente da nessuno perché all’inizio soprattutto nessuno regala niente.

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