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Mauro Levrini: Ama la tua musica come te stesso

Mauro Levrini su LoudVision? Sì, abbiamo deciso in occasione del suo ritorno discografico di accendere gli amplificatori anche con lui. Ma non tanto per il genere in sé, quanto per il caso specifico di Mauro Levrini nel mondo della musica. A ventidue anni di distanza dalla nascita del suo progetto solista, il suo modo di concepire imprenditorialmente un progetto musicale è incredibilmente attuale. I numeri, Mauro Levrini, li ha fatti. Dovevamo saperne di più. Dovevamo capire se era consapevolezza o una coincidenza. Abbiamo incontrato una persona di straordinaria lucidità ed coscienza del proprio lavoro.

Mauro Levrini non ha certo bisogno di una presentazione nel suo settore. Notiamo però che molto spesso non c’è stato un contatto con i media nei ventidue anni di carriera solista: come mai? Tu sei il più popolare cantautore della scena della Musica Da Ballo
La mia attenzione è sempre stata più focalizzata sul mio lavoro, nel settore che ho fondato e che, coincidentalmente, è sempre stato lontano dai media. Nell’ambiente della musica di folclore ho creato un mio circuito che ha molti spunti di freschezza con qualche elemento della musica tradizionale. Essendo il progetto Mauro Levrini lontano dall’attenzione mediatica abbiamo costruito la nostra popolarità solo attraverso i concerti, principale veicolo di vendita dei nostri dischi; la nostra fama è quindi regionale, fattore accentuato dal riscontro che abbiamo nelle tv e radio locali. Al momento copriamo con successo il nord ed il centro Italia, complessivamente nove regioni.

Infatti la tua musica non è proprio semplice tradizione o l’essere neomelodici. Tra elettronica e arrangiamenti pop sei un bel po’ avanti rispetto alla media del settore…
Io cerco di proporre un progetto fresco, che mi rendo conto essere fresco soprattutto se raffrontato alla grande maggioranza dei musicisti del mio genere, ancora legati a tradizioni musicali molto vecchie. Il catalogo della musica da ballo, se vedi, non cerca mai innovazione o evoluzione: o rimane uguale a sé stesso diventando quindi sempre più vecchio rispetto al tempo che avanza, oppure cerca ancora più indietro nel tempo elementi di tradizione, quindi elevando questo elemento di obsolescenza all’esponente. Il mio progetto va in tutt’altra direzione, probabilmente nella stessa direzione di tutti i generi che camminano insieme alla modernità; il problema è che nell’ambiente dove sono etichettato, a cui comunque sono grato per tutto quello che ho ricevuto, è abbastanza difficile far passare l’innovazione. È già da un paio di dischi che stiamo introducendo suoni e soluzioni di produzione abbastanza moderni ed inaspettati per il pubblico di genere. Abbiamo in testa di rivolgerci ad un target di età che può andare dal ventenne fino ai cinquantenni. Il risultato, per quanto positivo sia, ci sta dimostrando come in Italia sia difficile questo genere di progresso.

Spieghiamo ai nostri lettori una cosa. Il ballo liscio veniva così definito in Romagna non tanto perché ballo di coppia, ma perché mentre ballavano tutti strusciavano i piedi. Vogliamo dire che i tuoi spettatori non lisciano ma ballano e basta?
Sì, i nostri ballano e non lisciano. Assolutamente. Anche perché c’è poco liscio già quando il progetto inizia nel 1987. La nostra caratteristica specifica alla nascita era quella di far conoscere il nostro genere melodico, non imparentato col liscio. Il progetto era anche: canzoni e melodie nostre, e originali, senza nessuna cover. Gli elementi sixties e seventies che portavamo nel nostro stile derivavano soprattutto della disco music. L’unica coabitazione con il liscio era l’ambiente, cioè il pubblico e i locali in cui ci esibivamo.

Dopo questa simpatica distinzione, vogliamo arrivare euristicamente al fatto che tu sia un fenomeno diverso. Nelle tue canzoni, cantabili ed assimilabili, ballabili e piacevoli ci sono arrangiamenti elettronici, suoni tipicamente pop. Raccontaci qualcosa del tuo rapporto con il vocabolario ed il patrimonio musicale del presente: come lo filtri e come lo hai introdotto dentro la tua musica sorprendendo un pubblico abituato prevalentemente a quello che già si aspetta.
Come hai sottolineato tu, quello che i Mauro Levrini fanno è già un pugno nello stomaco per i tradizionalisti. Vedo che da un po’ di anni in cui abbiamo portato avanti quel discorso di modernità, l’investimento sta portando i suoi frutti; al punto che i brani nuovi finalmente mi vengono richiesti dal pubblico che viene agli spettacoli.

Dal vivo usi una scaletta per imporre un repertorio ad una piazza particolare?
No, noi conosciamo a memoria tutto il nostro repertorio ed il concerto è un momento di dialogo con il pubblico. Sappiamo cosa eseguire se non abbiamo richieste ma il nostro pubblico seguita a farcene tante durante un concerto. E noi li accontentiamo.

Dicevamo del tuo rapporto con il patrimonio musicale del presente.
Ho ascoltato tanti artisti di generi diversissimi, dal pop ai vari generi che hanno reso l’America un centro internazionale per jazz, rock, soul. Io e il produttore Disi Melotti abbiamo studiato molti spunti inseribili nel nostro contesto, a seconda delle doti mie e della mia timbrica o quelle dei nostri strumentisti. Siamo arrivati ad un risultato che definirei abbastanza buono, un po’ più sofisticato ma sempre orecchiabile e fruibile. Orecchiabilità e fruibilità sono qualità per me imprescindibili per la bontà di un brano musicale. Infine abbiamo dedicato una particolare attenzione a rinnovare i testi, farne cioè di più indicati per questo tipo di arrangiamenti.

Altra cosa che ti distingue è, infatti, che poni attenzione ai testi. Visto che le canzoni passano con facilità e piacevolezza, è anche relativamente semplice accedere alla parte testuale e riconoscere spesso un messaggio. Nel tuo ultimo singolo c’è il concetto di amare il prossimo come sé stessi. Parlaci allora dell’importanza che hanno i testi per te, nell’essere significativi ed espliciti, anche in un genere dove molto spesso i concetti non sono molto graditi o sono di ostacolo al ballare liberamente.
Parto da una cosa che personalmente mi urta: molti nel nostro genere prendono spunto dalle disgrazie delle persone per costruire un testo. Noi in particolar modo nei testi non parliamo mai male di nessuno e non speculiamo su nulla. Ci sono generi musicali in cui è possibile parlare di situazioni critiche o particolari ma non può essere il nostro che è volto al divertimento. Se lo facessimo, saremmo insensibili e colpevoli di irridere dei temi seri. Quella che hai citato tu, “Ama Il Prossimo Tuo Come Te Stesso”, ha un testo molto semplice. Siamo entrati nel sociale, ma senza particolari pretese. Nell’ultimo disco abbiamo cioè cercato di fare questo abbinamento tra l’ascolto ed il ballo, in modo che ogni brano fosse godibile anche come ascolto a sé, senza pregiudicare il gradimento durante le serate dal vivo.

Hai più di quattordici album alle spalle per non parlare degli anni di carriera. Nella metamorfosi dei concetti di serata, divertimento, come hai saputo tener testa agli anni e a rinnovare la tua formula di spettacolo?
Quello che ti salva e ti porta avanti è la voglia di fare. Sembra strano ma anche nel mio ambiente chi si ferma è perduto. Anche perché per le persone il modo di vivere le serate ed il proprio tempo libero è cambiato. Ho notato sin dalla fine degli anni ’90 che il divertimento vero è diventato quasi opzionale, secondo rispetto al primato di altre cose come l’immagine o il concetto di tendenza. Il metodo di socialità è molto comandato oggi: vedi le persone – giovani soprattutto – desiderare fortemente, anelare verso qualcosa o un obiettivo, ma non trovare mai felicità nemmeno nella soddisfazione di ciò che vogliono. Persino nelle sale da ballo dove mi esibisco col gruppo, dove la gente dovrebbe trovare il suo momento più libero e rilassato, riesco a vedere problemi o condizionamenti nella faccia delle persone. Sicuramente per colpa delle problematiche che la società dà oggi. Noi nel nostro piccolo abbiamo cercato di portare quella leggera sofisticazione, di cui ti parlavo prima circa il nostro rinnovamento musicale, anche nei nostri spettacoli, dando alla musica una veste più accessibile a chi è ormai esposto a sonorità moderne, affinché riesca a trovare un po’ di spensieratezza.
[PAGEBREAK] Il tuo genere viene spesso definito come un evergreen, che fa ballare intere generazioni. Ormai anche tu avrai i fan dei primi tempi e fan recentemente acquisiti. Che rapporto intrattieni con loro? Amichevole o distaccato?
Il famoso muro Pink Floydiano da noi non esiste (risate, NdR). Noi comunichiamo moltissimo col nostro pubblico, e non c’è differenza tra palco e platea. È uno spazio condiviso con tutte le persone, tra cui troviamo sia fedeli seguaci della prima era, sia persone entusiaste delle proposte più recenti. Poi accade spesso che chi ci viene a sentire diventi anche un amico nella vita di tutti i giorni e si instauri un rapporto di maggior spessore.

È molto esplicito il tuo restare fuori dall’ambiente dei discografici. Si dice che oggi, anche tramite internet, un gruppo è incoraggiato più che mai a diventare imprenditore di sé stesso per far conoscere la propria musica. Ma tu hai iniziato in un momento in cui le discografiche avevano l’esclusivo potere di distribuzione nei canali di vendita “ufficiali”. Tu come hai rivoluzionato il mercato? Come hai costruito il tuo sogno artistico ed imprenditoriale nel lontano 1987?
Io sono rimasto fuori dall’ambiente dei discografici perché abbiamo idee diverse su come si studia e si propone un progetto musicale. Io già nel 1987 avevo in mente un prodotto mio, uno staff mio, ed un controllo diretto e totale per mantenere alto il profilo qualitativo. È anche il bello di un lavoro: fare le cose che ti piacciono e farle con veri professionisti, che puoi permetterti ad un certo punto di scegliere. Fino all’ultimo disco non abbiamo mai avuto nemmeno una distribuzione nazionale pur facendo numeri importanti, e la vendita avveniva direttamente alle nostre serate. Ora ci stiamo provando, abbiamo iniziato a collaborare con un distributore nazionale.

Vogliamo ricordare che quando hai iniziato nel 1987 avevi un’esperienza non comune per la tua età. Il telegatto a GiroMike. L’orchestra modenese di Sergio Boni che proponeva un repertorio internazionale. Cinque anni come cantante solista per l’orchestra di Orietta Delli. Quindi per intraprendere un progetto con coraggio e consapevolezza ci vuole disciplina, concentrazione, determinazione e molta esperienza. Senza tutto questo il sogno dell’autonomia rischia di diventare un boomerang…
L’artista vero segue una disciplina e ha fatto una gavetta non comune. Concetti che la modernità dei reality sulla musica sta pervertendo. Io già a quindici anni avevo iniziato a fare il cantante professionista. È lì che ho imparato, osservato, fatto mio tutto quello che le persone che ne sapevano più di me potevano trasmettermi. Solo dopo ho acquisito un bagaglio di competenze per poter dire la mia. Io spero che molti altri artisti possano fare quello che ho fatto io, avere l’opportunità di cominciare una propria attività fino a creare un genere personale ed autonomo da una scena. Senza spinte televisive o una promozione drogata è una cosa che implica tempo, denaro e sacrifici. Non da ultimo capacità di sopportazione, perché il pubblico è un giudice non facile da capire. Ma con determinazione si arriva dovunque, prima o poi.

Quali segnalibri poni sulla linea del tempo della tua carriera?
Domanda difficile. Partirei con il primo trentatré giri come Mauro Levrini, che è l’inizio di tutto nel 1987. Nel suo ambiente ebbe un successo molto grosso pur essendo già un tentativo di anticipare i tempi con qualcosa di musicalmente più maturo della media. A seguire, un segnalibro lo metto nel 1996, l’anno in cui ho fatto “Vieni A Far L’Amore” che ha venduto tantissimo e che identifico come primo esperimento con arrangiamenti moderni. Infine “Guerriero”, datato 2004, che raggiunge il traguardo delle cinquantamila copie vendute, un primato nel mio settore tanto da essere certificato disco di platino. Infine come segnalibro vorrei mettere questo ultimo disco e un sogno personale nel cassetto. L’Italia credo di averla esplorata in tutto il suo potenziale ormai. Vorrei concedermi il lusso di auspicare che la mia musica possa essere esportata, in mercati più ricettivi per la mia proposta come può essere quello sudamericano.

Sono felice del fatto che nonostante il tuo universo sia autosufficiente, tu ci abbia dato l’opportunità di conoscerti e di parlare di te. Secondo il tuo punto di vista, perché il melodico-ballabile è un genere così apprezzato largamente eppure così taciuto, quasi rinchiuso in un sottobosco?
È quello che dici il controsenso della cosa. Il genere melodico esiste e non morirà mai. La gente lo vuole. Però sembra che vogliano tarpargli le ali, come se il mercato lo titolasse musica di serie B, C o D. Mi sembra che i risultati di vendita dimostrino il contrario, anche localmente; dicono cioè che c’è un potenziale di vendita notevole ancora oggi per questo genere musicale, purché inserito nel contesto giusto. Però per qualche ragione che fatico anche io a comprendere la musica melodica da ballo viene snobbata. Il mio sforzo verso l’innovazione, oltre ad essere una spinta personale, mi piacerebbe che potesse dare costituzione ad un settore nuovo, capace di comunicare con soddisfazione ad un pubblico vasto ed alla luce del sole.

Tu hai iniziato questo percorso quando tutto il resto dell’ambiente sembrava dire che non si faceva così. E oggi potresti essere il faro della modernità. La domanda è: come leggi il tuo successo e dove individui le principali ragioni che ti hanno portato a risultati davvero unici?
Lo leggo bene! Sono stati ventidue anni con poche amarezze e molte soddisfazioni. Che mi hanno insegnato una cosa fondamentale: quando sei tu a volere qualcosa, non devi usare intermediari o affidare il tuo pensiero originale a qualcuno. Quando ho voluto modificare la mia musica, la maggior parte delle porte in faccia le ho prese per interposte persone. È comunque molto meglio incassare il risultato, positivo o negativo, in prima persona con il tuo pubblico di riferimento. Essere in proprio e responsabile del risultato artistico in prima persona significa fare quello che ho fatto io. E quasi sempre ha funzionato come ci si aspettava. In ogni capitolo della mia carriera ho sempre cercato di aumentare la portata della mia musica e sono, credo, sempre riuscito a dare qualcosa in più come bagaglio tecnico e come varietà musicale e culturale.

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