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Max Pezzali: Questi ultimi vent’anni…

Sono passati esattamente 20 anni da quando due ragazzi di Pavia riuscirono a far pubblicare il loro primo album, intitolato “Hanno Ucciso L’Uomo Ragno”.
Si trattava di un album grezzo in cui spiccavano testi crudi e diretti, cantati con una metrica tutta particolare.
Nessuno si immaginava il successo che quell’album avrebbe riscosso, lanciando i due giovani Max Pezzali e Mauro Repetto ai primi posti nelle classifiche italiane di quell’anno.
Questo fu solo l’inizio di una carriera che ha portato Max Pezzali, prima con gli 883 e poi come solista, a diventare rappresentante fino ad oggi, di una generazione.
La generazione di quei giovani, a volte un po’ sfigati, che negli anni ’90 vivevano in un’Italia difficile ma ancora fiduciosa nel futuro e nelle proprie potenzialità.
Max ha raccontato la storia di questi giovani in modo diretto e senza mezzi termini, parlando delle amicizie, dei miti, delle passioni e soprattutto della grande voglia
di divertirsi.
Oggi, in occasione del ventesimo anniversario dalla pubblicazione dell’originale, esce “Hanno Ucciso L’Uomo Ragno 2012″ che ripropone tutte le canzoni del primo disco, ricantate e riarrangiate da Max insieme ai più famosi rapper italiani.
Come è nata questa idea? Perché proprio con dei rapper? Lasciamo che sia lo stesso Max Pezzali a raccontarcelo.

Ciao Max. Puoi raccontarci com’è nata l’idea di pubblicare nuovamente “Hanno Ucciso L’Uomo Ragno”?
È stata una cosa quasi casuale. Durante un concerto ho conosciuto di persona i Club Dogo e, parlando con loro, ho scoperto che erano dei grandi fans degli 883.
Mi hanno raccontato quanto amassero le nostre canzoni quando erano adolescenti e che gli sarebbe piaciuto riascoltare molti di quei brani.
Questo mi ha dato l’idea per una collaborazione e ho contattato il loro produttore. Abbiamo cominciato a lavorare su diverse idee, il progetto si è ingrandito ed ecco il risultato.

Perché hai scelto di lavorare solo con rapper e non con altri artisti, magari legati alla scena pop?
Questa è stata una precisa scelta in base alle affinità.
Nel 1992 “Hanno Ucciso L’Uomo Ragno” raccontava con sfrontatezza e schiettezza la vita quotidiana di due ragazzi qualunque. Le scelte di produzione furono orientate a produrre un disco che fosse duro e crudo, da amare o da odiare, senza compromessi o vie di mezzo. Era contrario al buon senso dell’epoca.
I rapper italiani di oggi fanno la stessa cosa. Cantano in faccia ai giovani quello che i giovani vivono e pensano, senza depurazioni e senza mezzi termini. Ci sono ovviamente anche delle differenze rispetto al nostro lavoro, perché, ad esempio, il rap e l’hip hop hanno una loro “liturgia” e un atteggiamento preciso.
La sostanza però non cambia. Sono come due facce della stessa medaglia a 20 anni di distanza.
Sono due modi di esprimersi diversi che giocano sullo stesso campo: il racconto della realtà dei giovani.

Le canzoni sono uguali oppure sono state arrangiate nuovamente?
No, le canzoni sono le stesse. Però le abbiamo registrate di nuovo in studio tutti insieme.
È una riedizione del disco originale. Abbiamo tolto solo la versione gospel di “Non Me La Menare”. Quella era veramente troppo (ride, ndr).
[PAGEBREAK] In questi anni cosa ti ha permesso di essere ancora sulla stessa lunghezza d’onda dei giovani?
Io cerco di essere curioso e, come accade ai più giovani, non amo le cose troppo precise e gli atteggiamenti troppo rigidi. In questo senso mi sono avvicinato al rap e all’hip hop più che ad altre forme espressive della musica in Italia.
Non ho mai visto la musica come una disciplina ma come un divertimento.
Dopo un po’ di anni che si fa questo lavoro, in Italia, sembra che si debba per forza diventare maturi e fare lavori precisi e puliti. Così però si perde tutto il divertimento.
Nel nostro Paese si pensa che quando una persona diventa adulta e matura debba mettersi la giacca nera, se no si diventa patetici. Nella musica in particolare c’è l’ansia del raggiungimento della maturità artistica.
Questo però porta a forzature che, secondo me, sono molto più patetiche. Per me la maturazione non è stravolgere se stessi ma avere maggiore consapevolezza, camminare sul filo là dove prima saresti caduto.
Di questo pensiero è anche J-Ax che dice di essere affetto, come me, dalla psicosi dello sviluppo bloccato (ride, ndr).

Possiamo dire che sei testimone della vita dei giovani degli anni ’90. Puoi fare un paragone con la realtà di oggi? Quali sono le differenze?
Negli anni ’90 c’era tra i giovani un forte ottimismo di fondo nonostante tutto. Ad esempio durante le registrazioni di “Hanno Ucciso L’Uomo Ragno” c’era il grande scandalo di Tangentopoli.
Ogni giorno venivamo a sapere di nuovi arresti ed eravamo felicissimi. Pensavamo che tutto ciò che era vecchio e sbagliato sarebbe stato spazzato via.
Durante il periodo delle stragi di mafia ci fu una reazione impressionante da parte degli italiani. Non ricordo di aver visto l’Italia così unita, neanche alla vittoria dei mondiali dell’82. Tantissimi giovani in piazza a Palermo e solidarietà unanime verso gli inquirenti, i giudici e la polizia.
Anche l’idea di un’Europa unita era vista con ottimismo e tanta speranza.
Oggi è esattamente l’opposto. L’Europa è il male assoluto e regna un clima di incertezza ed insicurezza totale.
C’è un pessimismo di fondo verso un futuro che, magari non sarà pessimo, ma sarà sicuramente brutto.
Penso che la musica, in questo momento, debba aiutare le persone dandogli la possibilità di tirare fuori, con forza, tutto quello che hanno dentro.
Abbiamo bisogno di musica forte e diretta, come il rap e l’hip hop. Non servono più i grandi interpreti che ci parlano di sentimenti.

Nel disco c’è anche la partecipazione di J-Ax. Com’è stato tornare a lavorare con lui?
Mi è piaciuto molto tornare a lavorare con J-Ax. Mi sento molto legato a lui perché abbiamo avuto esperienze simili: entrambi abbiamo iniziato in una band e poi abbiamo
continuato da soli, sempre molto orientati al futuro del nostro lavoro.
Poi con J-Ax ho ritrovato tutto il divertimento di comporre le canzoni in casa, con la tastiera sul letto e con il computer.
Ci siamo divertiti molto, come non mi divertivo da tempo.

Nel videoclip di “Sempre Noi” si vede anche Mauro Repetto. C’è qualche speranza di tornare a vedervi lavorare insieme?
No (ride, ndr). Con Mauro ci siamo visti e ci siamo frequentati durante le riprese del video. In questi tre giorni abbiamo passato tanto tempo insieme e abbiamo chiacchierato molto.
Mi ha fatto molto piacere rivederlo perché ho ritrovato un amico, un compagno di avventure, come se questi anni non fossero mai passati.
Non abbiamo mai parlato però del passato e non credo che da questo nostro incontro possa nascere qualche progetto musicale futuro.
Lui ha la sua vita, il suo lavoro e difficilmente potrebbe staccarsi per seguire un lavoro in studio piuttosto che una tournèe.
Se dovesse capitare una collaborazione singola, una tantum diciamo, ne sarei contento ovviamente.

È vero che il vostro duo era composto dalla “cafonaggine” di Mauro e dalla tua malinconia? Dal tuo impegno e dal suo essere “quello che balla negli 883″?
Si, è vero (ride, ndr).Avevamo entrambi queste due caratteristiche ma Mauro è sempre stato il più casinaro, il più “tamarro”, quello della canzone “S’inkazza”.
Io invece ero quello più malinconico, quello che parlava del tempo che passa.
L’alchimia nasceva proprio dalla presenza di questi contrasti. In alcune canzoni prendevo il sopravvento io e in altre Mauro.
Negli anni in cui faceva parte degli 883 avrebbe potuto imparare a suonare qualsiasi strumento musicale, ha un talento pazzesco. Ma ha preferito studiarsi dei balletti (ride, ndr).
Nella sua follia positiva, pensava che sarebbe stato troppo facile diventare un musicista serio. Ha preferito portare avanti il suo lato “sbroccato”.
Sempre questa sua “pazzia” gli ha dato il coraggio di mollare tutto nel ’94 per andare a lavorare in Francia.
Questo è Mauro.

Come vedi “Hanno Ucciso L’Uomo Ragno” ora, dopo vent’anni? Cosa rappresenta per te?
“Hanno Ucciso L’Uomo Ragno” è stato l’album del nostro esordio e abbiamo cercato di metterci dentro tutto ciò che all’epoca ci piaceva.
Eravamo convinti che non ci sarebbe stato un seguito quindi l’abbiamo vissuto come la nostra unica chance.
Ci abbiamo messo dentro tutte le idee, i suoni e le cazzate che ci passavano per la testa.
Ci siamo giocati tutto con quell’approccio “dignità zero” che ci ha accompagnato per gli anni successivi.
Lo stesso titolo ci rappresentava molto. “Hanno Ucciso L’Uomo Ragno” è il sogno dei ragazzi sacrificato sull’altare del pragmatismo degli adulti.

Porterai dal vivo questo nuovo album “Hanno Ucciso L’Uomo Ragno 2012″?

Pensi di si. Ci stiamo pensando e qualche data potremmo averla ad ottobre. Prima però occorre trovare la formula giusta.
Vorrei portare questo disco insieme ad alcuni lavori passati, magari invitando anche J-Ax e gli altri ragazzi in alcune date.

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