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Max Pezzali: Tutto il suo universo

Uscirà il 4 giugno “Max 20″, un album di 5 inediti e 14 duetti con alcuni tra i più grandi cantanti della musica italiana. Un regalo che hanno fatto a Max, per ricordare il suo successo musicale di una vita e che Max a sua volta vuole regalare al pubblico, quel pubblico che, da sempre, ha fatto sognare con le sue canzoni. Abbiamo intervistato Max, che è si è prestato con piacere e simpatia alle nostre domande . Insomma il “mito” che noi tutti conoscevamo già e che non si smentisce mai.

Come ti senti ad essere una persona le cui canzoni hanno segnato la cultura e le emozioni condivise di passate generazioni?
Onestamente ho una percezione abbastanza strana di quello che ho fatto e di quello che è successo in questi anni. Sono uno che vive abbastanza fuori dalle rotte più battute e quindi mi capita ogni tanto di uscire, di incontrare persone, e lì mi rendo conto dell’importanza delle cose che più o meno abbiamo fatto in vent’anni. Quando c’è la persona che in un bar, in un posto pubblico ti dice “guarda sai questa canzone ha rappresentato tanto per la mia vita, è stata la colonna sonora di alcuni momenti…“, allora lì mi rendo conto dell’importanza di alcune canzonette che comunque nel loro piccolo rappresentano un pezzo di vissuto degli altri. Quando le canzoni accompagnano in particolar modo alcuni momenti di vita delle persone, allora vuol dire che hanno fatto centro e sono riuscite nella loro missione.

Secondo te come si fa ad essere così particolarmente contemporanei come sono stati ai loro tempi gli 883 e poi tu con la maturazione del tuo songwriting da solista? Come pensi di riuscire a segnare ancora l’identità del tuo tempo attraverso la musica?
Io sono abbastanza convinto che la cosa prioritaria, che dovrebbe essere nella testa di chiunque faccia il mio mestiere per come la vivo e la vedo io, sia rimanere sempre in contatto con il mondo. Scrivere le canzoni non è solo un fatto privato, anche se inizialmente parte come privato perché nasce da te, da una persona singola che si mette a confronto con le proprie impressioni e che tira fuori una canzone. In realtà, quello che tu scrivi dipende molto dal tuo rapporto con gli altri. È importante secondo me guardarsi sempre un po’ attorno, dare importanza all’osservazione. A me piace guardare, mi piace tantissimo intridermi dell’ “altro”. Tante canzoni che possono sembrare semplicemente autobiografiche, in realtà si, sono parte della mia storia, ma poi hanno una grossa componente di indagine, perché se la tua emozione è uno spunto importante, è il metterla a confronto con il contesto del mondo in cui vive che la rende dinamica e capace di indurre immedesimazione. Io credo che sia lì la chiave: mettersi sempre in relazione con il mondo e osservare tanto. Guardare le persone per me è una fonte di ispirazione formidabile. Oggi si parla tanto e si ascolta poco. È molto più importante, invece, ascoltare e guardare che essere guardati ed essere ascoltati.

Cos’è che ti ha più ispirato nel corso della vita a scrivere le tue canzoni?
L’ispirazione è una cosa un po’ strana. Nel senso che a volte guardi dentro te stesso e non ti viene in mente niente, poi improvvisamente ti guardi attorno… Ripeto, è importante essere dei buoni osservatori: ogni volta una percezione può diventare lo spunto per un’idea. Può capitare che guardi un ragazzo e una ragazza che si baciano alla fermata della metro, piuttosto che un film che ti emoziona. L’ispirazione arriva un po’ dappertutto, bisogna solo essere predisposti a volerla accogliere.

C’è una canzone a cui sei particolarmente legato e che ti ricorda un determinato periodo bello della tua vita?
Le canzoni che mi fanno ricordare bei momenti sono sicuramente tutte quelle del secondo album “Nord Sud Ovest Est”, che mi richiamano alla mente una primavera spensierata. Siamo andati in America a registrare i video di queste canzoni. Mi torna l’immagine di un periodo bello, dove stava per nascere il successo del secondo album degli 883. Ricordo quel 1993 con grande gioia.

Il prossimo 4 giugno esce il tuo nuovo album “Max 20″. In che modo riesci a sentire sempre una nuova emozione ed evitare che l’uscire allo scoperto con il tuo pubblico attraverso un disco nuovo diventi un’abitudine?
Io credo proprio che la particolarità sia questa, che ogni album è diverso dall’altro; cambiano le emozioni, cambiano le canzoni che ne tessono la struttura, cambia la personalità di quello che viene fatto. È anche vero che alla fine sei sempre tu il compositore e l’esecutore, però ogni lavoro è diverso dai precedenti e sarà diverso dai dischi che arrivano dopo. Questo in particolare, essendo un momento di “celebrazione”, con anche la partecipazione di tanti ospiti di altissimo livello, mi rende ancora più orgoglioso perché non vedo l’ora di farlo ascoltare alle persone. Sei orgoglioso di ascoltare quello che hanno fatto i tuoi amici per te. Amici-colleghi che in questo caso mi hanno fatto un bel regalo cantando le mie canzoni. È una cosa che mi riempie veramente d’orgoglio e non vedo l’ora di farlo sentire al mio pubblico.

Quindi questo è stato il motivo principale che ti ha spinto lanciare questo album contenente 5 brani inediti e che hai realizzato con alcuni più grandi artisti della musica italiana..
Si, è una grande soddisfazione, un grande orgoglio. Vent’anni fa non avrei scommesso nemmeno io su una durata superiore ai tre mesi per il fenomeno degli 883; immagina adesso che le canzoni di un percorso durato così tanto vengono cantate dai più grandi artisti della musica italiana. Quelli che per te sono dei punti di riferimento, dei miti, dei compagni di strada. Persone che rappresentano tanto per te, ma anche per tutta la musica. È un modo fantastico per suggellare l’importanza di quello che è stato fatto. Un modo anche per archiviare questi vent’anni dicendo “ok, questo è il punto d’arrivo”. Il massimo che potevano fare queste canzoni, diventando “storia” grazie alla voce straordinaria di tanti colleghi. È un po’ come metterle finalmente in cornice, per creare un nuovo punto di partenza per il futuro… in parte preannunciato da questi 5 inediti, chi lo sa! Potrebbero essere proprio questi la base di lavoro per il nuovo disco di inediti che spero esca al più presto.

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Cosa si devono aspettare i tuoi fan?
Questo è un album celebrativo. Non è una celebrazione vanesia o fine a se stessa ma un tentativo di chiudere in modo degno i vent’anni trascorsi con le storie che raccontano. È un processo cominciato l’anno scorso con Due Deca, un omaggio del Rocky – dipendente alle canzoni degli 883, poi proseguito attraverso il ventennale del “Hanno Ucciso L’Uomo Ragno”, interpretato dai rappers. Ed ora, questa è la chiusura, la consegna alla storia di quello che è stato fatto da me sia con la sigla 883 che con il nome di Max Pezzali. E da qui parte il futuro. Il prossimo disco sarà sicuramente di inediti nel quale credo ci potrà essere un po’ di tutto; sicuramente ci sarà tanta voglia di innovare. Il passato lo guardiamo con grande affetto, ma lo salutiamo anche senza rimpianti.

Hanno Ucciso L’Uomo Ragno” è stato il primo album e il più grande successo degli 883. Ma come vi è saltato in mente di annunciare l’omicidio di un supereroe per diventare famosi?
In realtà era un modo per raccontare una storia. A me piace raccontare attraverso una storia. In “Hanno Ucciso L’Uomo Ragno” si tratta di questo: crescere significa in qualche modo rinunciare ai sogni dell’infanzia e dell’adolescenza per adattarsi al pragmatismo e ai compromessi dell’età adulta. Dire che hanno ucciso quei sogni lì, vuol dire che “hanno ucciso l’uomo ragno”, e in qualche modo vuol dire rammaricarsi di questo. In fondo però l’uomo ragno, come i sogni, non può mai morire veramente. Alla fine, come dice la canzone, risorgerà e quindi ritornerà più forte di prima.

Rivedendoti e riascoltando i tuoi primi successi che effetto provi? Chi era Max Pezzali allora e come ti vedi adesso come artista e come scopo della musica e dei testi che scrivi adesso?
Come in tutte le cose, quello che vedi è semplicemente quello che è: quando guardi indietro alla persona che eri vent’anni prima, quello che ti accorgi è che sono passati vent’anni. Per certi versi è strano, alcuni momenti di questo periodo sembrano appena trascorsi. Ti rendi meglio conto dell’evidenza da come ti senti diverso, dalla maggiore esperienza che ti porti addosso, dalla percezione del mondo che cambia in modo forse più vistoso di quanto cambi tu. Fa effetto perché dici “porco giuda, quanto tempo è passato!”. Però allo stesso tempo se pensi che tante canzoni sono eseguite, cantate in giro e fanno ormai parte della vita delle persone, capisci che il tempo non è trascorso invano: le canzoni hanno ancora una loro vita

Come vedi la nuova generazione di cantanti nei talent show?
Credo che siano tutti molto bravi e che siano di un livello tecnico elevatissimo. Credo esistano delle personalità veramente straordinarie. Io personalmente sono uno a cui piacciono più le canzoni che l’esecuzione. Mi piacerebbe che venissero fuori dei nuovi cantautori, non solo cantanti. Artisti in grado di scriversi le proprie canzoni. Credo che nulla sia emozionante come uno che vuole raccontarti una storia, qualcosa che ha autenticamente dentro, e che lo fa con la propria voce.

Perché “L’Universo Tranne Noi”, da dove nasce l’idea di una canzone così profonda e malinconica?

Essenzialmente è un pezzo abbastanza strano perché è nato in pochissimo tempo. Io stavo lavorando già sul quarto inedito e un giorno, complice anche un po’ la primavera che tardava ad arrivare, mi trovavo a Pavia dove spesso lavoro, anche se vivo a Roma. Pavia è ancora il luogo ideale perché lì ho tutte le mie cose, posso alzarmi a qualsiasi ora del giorno e della notte e suonare. Ad un certo punto mi sono reso conto che c’era nell’aria questa canzone. Ho optato su questa melodia una mattina con la chitarra, poi il giorno dopo avevo già finito il testo. E ho chiuso, così. Nel quaderno avevo scritto appunti rapidi che poi sono diventati il testo. È un pezzo che probabilmente non avrei neanche voluto che finisse là, lo vedevo un po’ decontestualizzato, rispetto alle idee dei pezzi che c’erano. Successivamente mi sono reso conto che un senso ce l’aveva, un po’ grazie a questa malinconia di fondo del testo, questo osservare… È un pezzo sulle storie finite che possono anche ritornare. Quei grandi amori che possono ritornare ed essere la più grande storia d’amore della tua vita. Mi sembrava a tratti molto epico, perché racconta di un amore quasi impossibile, gigantesco e nel complesso un tema bello da raccontare, quindi alla fine l’abbiamo tenuta e l’abbiamo messa nel disco.

“Grazie Mille” a te, che ci hai regalato delle grandi emozioni in questi anni. Ma tu personalmente a chi ringrazieresti?
Mi verrebbe di ringraziare chiunque, i miei produttori che hanno creduto in me vent’anni fa, tutti gli amici-cantanti che hanno voluto far parte di questo disco e che sono stati così carini. È bello sapere di poter avere degli amici così nella propria professione. Poi, ovviamente, mi viene da ringraziare il pubblico che è quello che mi ha permesso di essere qui tutto questo tempo, e alla fine il grazie va a chi ancora si diverte ad ascoltare.

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