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Medusa’s Spite: Sentieri di vetro

I Medusa’s Spite sono un gruppo romano.

Premessa sbagliata. Sono IL gruppo romano che ha perseguito con una costanza lunga sette anni il progetto di un cortometraggio in musica, dove la scena, i personaggi e le situazioni hanno pari importanza (a detta del cantante Stefano, di più) con la musica. Sono il gruppo romano che ha stravolto il concetto di concept album e che ha ridato una ventata di novità alla parola suggestione durante l’ascolto di un disco. Se la legge dei numeri gli darà riconoscimento, è un altro paio di maniche; il loro abito è quello dei pionieri. All’atto della conclusione di questo progetto di durata quasi inverosimile in un mondo musicale veloce e compulsivo come quello odierno, siamo andati ad intervistarli.

Caro Stefano, presentiamo il progetto “Morning Doors” al nostro pubblico.
Il progetto “Morning Doors” ci ha richiesto sette anni di lavoro. Abbiamo registrato tutto professionalmente utilizzando microfoni direzionali, andando in Inghilterra a registrare dei suoni di ambienti e oggetti come la metropolitana, gli autobus inglesi. Abbiamo mischiato questi con i suoni della nostra città per realizzare un luogo che non fosse identificabile. Poteva spaziare da una Londra a una Roma, mischiando frammenti di familiarità con Praga o New York, arrivando ad una dimensione che non è presente nel mondo reale.
Il nostro obiettivo era mettere il personaggio della storia in primo piano rispetto alla musica amplificando un tentativo di espressività sperimentale che è iniziata negli anni ’70, dove nella musica si sperimentavano stravolgimenti di suoni naturali ed atmosfere ambientali, dentro cui l’ascoltatore veniva catturato.
Così accade che, per esempio, nel primo disco il nostro protagonista acquista un biglietto per un concerto; nella seconda parte del nostro audio-film lo sentiamo entrare dentro una hall da concerto e tramite opportuni accorgimenti sentiamo la musica dal punto di vista di un ascoltatore. La resa è accurata, in quanto tutto è stato registrato separatamente e poi mixato e prodotto in modo da creare il contesto sonoro che avevamo in mente. Quindi grazie alla produzione si sente che il punto di ascolto in quel caso è dal lato del pubblico, non dall’audio master del gruppo che suonava.
In questo modo abbiamo raccontato prima di tutto una storia e l’insieme delle sue suggestioni, perché come ti dicevo era più importante per noi il protagonista delle canzoni. In secondo luogo parte del linguaggio della nostra sceneggiatura prende spunto da alcune strategie del cinema. Il rumore di una fermata della metropolitana dà l’idea del viaggio; una canzone dà l’idea della situazione del concerto. Abbiamo utilizzato degli espedienti tipici del tempo narrativo cinematografico, eludendo gli aspetti ripetitivi o non interessanti del tempo reale e che avrebbero spostato il focus sulla situazione. Noi volevamo che il punto d’interesse restasse sul personaggio.

Ora un po’ di contesto: la carriera dei Medusa’s Spite ha radici molto indietro negli anni. Essere attivi dal 1998 senza sindromi da presenzialismo non è affatto banale. Qual è stata la filosofia di tutto questo tempo dei Medusa’s Spite? Quale l’evento scatenante che ha determinato il ritorno allo scopo di concludere il progetto “Morning Doors”?
La filosofia dei Medusa’s Spite è simile a quell’approccio puro all’arte di artisti come Smashing Pumpkins, o Radiohead. Il tempo giusto per la ricerca, per reinventarsi e per l’attuazione di tutto quello che hai progettato è quello necessario affinché tutto sia all’altezza dell’intenzione originaria. Il nostro approccio all’arte non ha compromessi e non dà spazio a logiche diverse da quella di pensare un’idea e di concretizzarla in tutti i suoi aspetti. Se l’idea, in chiave estetica, è quella di rivedere ed amplificare la sperimentazione di suoni e ambienti ricreati nella musica dalla scena ’70s come quella dei Pink Floyd, la nostra determinazione ci ha portati ad andare avanti fino ad obiettivo perseguito. Se ancora, il progetto era quello di un vero e proprio cortometraggio audio, la filosofia è stata quella di dotarci di tutti gli strumenti necessari affinché il risultato sia così nella struttura, nei suoni, e nei ruoli di ogni singolo ingrediente, con tutto il tempo che una simile operazione richiede. La continuità e la credibilità hanno dato giustizia al nostro gruppo di lavoro.

Il vostro genere, quando rinchiuso in una definizione, viene chiamato electro-rock? Qual è la tua massima aspirazione, il principio scatenante, il sogno che vorresti realizzare come sensazione attraverso gli strumenti che questo genere ti fornisce con le sue potenzialità atmosferiche?
L’apice a livello concettuale, per noi, è raggiunto con questo doppio album. Lo è anche a livello discografico: il nostro sogno è stato quello di arrivare a completarlo, nonostante alcuni cambi delle persone che ci sono state dietro, e ci siamo riusciti. Se dovessi pensare ad un ulteriore traguardo da sognare è portare proprio questo lavoro, il più possibile, a contatto con il pubblico, quindi proposto dal vivo.
Stiamo ragionando su come portare “Morning Doors” in una dimensione come quella del teatro che fornisca la ricchezza scenica di cui è dotato. Stiamo quindi studiando il circuito e con quali risorse far muovere questo personaggio e la sua storia inserendo le nostre canzoni all’interno di questo contesto.

“Morning Doors” e “The Glass Path” sono un concept. Momenti di regia narrativa, acustica, catapultano l’ascoltatore nella curiosità di cogliere sensazioni, situazioni, familiarità. Per poi trovarsi catapultati negli ampi spazi delle vostre melodie. È l’immersione la caratteristica che rende un concept album un vero concept album? È questo il senso dell’evoluzione che avete voluto dare ad una forma di presentazione della musica che forse è fermo agli anni ’70?
Questo stile, che completa e amplia l’intuizione di chi ha costruito il concept album arricchendo le canzoni di un filo conduttore coerente, vede la musica addirittura in secondo piano. In “Morning Doors” e “The Glass Path” siamo arrivati al superamento della musica nel disco. Nel senso che l’esperienza dell’ascoltatore è completamente diversa dalla fruizione del singolo brano all’interno di un disco a tema. In “Morning Doors” c’è una canzone nostra, “Will Hunting” che è diventata popolare anche per il suo impiego dentro trasmissioni televisive. Tuttavia “Will Hunting” per noi non rappresenta una canzone, ma un momento musicale dentro “Morning Doors”, funzionale sia nella musica, sia nei suoni e nelle parole scelte a quel momento della storia. “Will Hunting” esiste in tutta la sua grandezza nella posizione della storia in cui è collocata.

Il setting è dichiaratamente internazionale. Tutti i dialoghi sono in inglese, come in un film in lingua. Noto anche che in alcuni casi la musica è dentro la scena, come accade quando il tassista trasporta il protagonista al Toxic. Come avete proceduto alla pianificazione di tutto questo? Quale metodo di lavoro avete cioè seguito e quanto ha inciso la tua preparazione nel settore televisivo in questo?
Ha inciso molto di più sul lato delle capacità produttive ed organizzative dei videoclip. Riguardo la parte del disco e della creazione di una sceneggiatura con effetti, i Medusa’s Spite a partire dal primo album sono abituati a manipolare e gestire l’audio e la recitazione; era per noi un contesto già naturale.

Il concept narra le avventure di una giornata apparentemente normale del nostro personaggio venuto da una galassia. Viene secondo te parafrasata così l’alienazione che ogni persona lucida e consapevole vive periodicamente nei confronti di ciò che vede e di ciò che fa?
Esattamente. Il fatto che lui sia di un’altra galassia è un esperimento. Siamo noi stessi proiettati dentro il taxi, dentro il concerto, dentro la metropolitana; e nella ripetizione dei suoni che senti e che hai sentito sicuramente nella tua vita. Dettagli acustici che ti portano ad essere presente, immerso dentro la scena. Allo stesso tempo è alienante, in tutti i punti di vista che il nostro personaggio sente come non giusti, o come irreali e che lo portano a fare considerazioni. Gli stessi suoni che noi percepiamo all’interno della realtà dell’audio film ci fanno sentire a casa nostra ed allo stesso tempo alieni, come il nostro personaggio che alla fine della storia sparisce da quella realtà.
[PAGEBREAK] Nonostante un concept coraggioso, tecnicamente avanguardistico, cinematografico per certi versi… Il vostro nome richiama il mito e la sua forza primitiva. La condanna e poi il disprezzo. Oggi come lo senti ancora tuo?
Il mito e la disgrazia di Medusa sono a me cari perché legati ad un concetto universale: l’importanza e la potenza della Bellezza e la terribile conseguenza del poterla perdere. Al punto da non poter guardare nessuno senza impietrirlo. All’interno dell’album ci sono degli elementi che evocano sensazioni inconsapevoli, talvolta disturbanti, similmente a quanto accade con il fascino e le conseguenze terribili della storia di Medusa. Non ci sono mai legami necessariamente logici e stretti, o dichiarati, ma una suggestione globale dove questi elementi ci sono, disposti in un determinato ordine, e che creano un effetto. Noi crediamo nel senso di quest’effetto. E questo è il modo in cui lo sentiamo ancora nostro dentro quello che facciamo ora.

I Medusa’s Spite hanno avuto successo e opportunità. La cosa che un occhio imparziale può cogliere è che tutto è stato frutto di volontà e pochi o nessun compromesso. Ne deduco una vostra posizione determinata nei confronti dell’industria discografica e del lavoro di chi credeva di poter vantare quote di mercato spaventose. Ci vuoi raccontare il percorso e lo spirito di un gruppo che crede nei propri mezzi? Credi che ci siano stati tentativi di frenarvi da parte di qualcuno?
Negli anni ’70 sia nella musica che nel cinema, e basta ricordare Michelangelo Antonioni, avevamo artisti che non temevano la sperimentazione. Oggi il più grande limite sta nel prodotto, nella mancanza di coraggio, nel non voler proporre o produrre una qualsiasi cosa che abbia a cuore la longevità. La regola del successo immediato e che ripaga subito sta prevalendo come scelta d’investimento, impoverendo senza dubbio la scena. La colpa non è da attribuire a chi distribuisce e commissiona, ma prima di tutto agli artisti che si piegano a queste logiche e che hanno scambiato il lavoro di artisti con il presenzialismo televisivo, la spettacolarizzazione, confezionando prodotti e non arte.
Il percorso di un gruppo di lavoro parte dall’unità di intenti. Dalla volontà di avere un nome per un progetto mantenendo nella propria determinazione la credibilità e la continuità d’impegno necessari a portarlo a termine. Qualunque gruppo di lavoro deve essere consapevole dei propri limiti, coltivare un ambiente di armonia caratteriale, possedere il rispetto degli obiettivi che si è dato.

Oltre a questo, ritieni più opportuno uno sviluppo autonomo o in braccio ad una impresa della musica?
Mai come oggi grazie alla rete si può essere con successo imprenditori di sé stessi. Un tempo le case discografiche avevano il potere di esclusività di determinati mezzi e canali, mentre oggi i più grandi ambienti di sociabilità sono accessibili dal singolo artista o gruppo di musicisti permettendo la piena espressione del loro potenziale nei confronti del pubblico. Canali di distribuzione trafficati come iTunes consentono la vendita diretta facendo guadagnare direttamente l’artista tanto quanto guadagnava dalla vendita del CD a 15 Euro su scaffale. Quindi mai come adesso c’è la possibilità e la necessità di persone con coraggio e volontà di perseguire il proprio ideale creativo. E che magari comprendano l’importanza del valore della collaborazione. Ricordi a Seattle quello che successe tra Soundgarden, Pearl Jam, Mudhoney, Alice In Chains, Nirvana? Le frequenti collaborazioni hanno dato luogo ad una vitalità culturale senza precedenti. La forza che un movimento può avere rispetto al singolo artista vive negli esempi dei periodi di aria più pura che la musica abbia respirato.

È innegabile la potenza del mezzo televisivo per imporre all’attenzione di tutti l’identità di un progetto. Gli stessi Bastard Sons Of Dioniso, in un’intervista, dichiarano che pur non avendo cambiato nulla della loro formula, solo dopo X-Factor hanno ottenuto un riconoscimento dal grande pubblico. Tu sei vicino al mondo della televisione, ci lavori. Cosa auspichi per il futuro di questo mezzo, e di tutti i mezzi multimediali a banda larga, anche nel loro ruolo educativo e di saper imporre con una certa autorevolezza dei messaggi?
Il mio problema principale con tutti questi esempi di musicisti in televisione è: dov’è il prodotto? Ciò che fa di un artista musicale un grande del suo settore è il valore della sua discografia. A parte i plagi incrociati sia nella ricerca dei suoni moderni, sia nelle soluzioni strutturali dei brani, che discografia hanno queste proposte? L’artista è quello che produce la sua intera opera. I giovani che escono da Amici o da X-Factor che cosa hanno prodotto? Non potendo rispondere a tutto questo mi trovo in forte difficoltà a parlare di altro, perché è la musica la cosa veramente importante.
Detto questo, che cosa auspico per i media a banda larga? Che MTv chiuda, definitivamente. Che Radio DJ non compri All Music, notizia che ho letto e che spero non sia fondata. Infine che YouTube vada in TV: un canale che conceda uno spazio a livello mondiale per qualsiasi cosa che tu vuoi richiedere. Un canale che tramite le correlazioni ti porta anche a scoprire cose nuove. Il principio è l’inverso di Radio DJ o MTv, dove l’esposizione è comprata secondo determinati criteri. È in qualche modo comandato dall’utente e dai suoi desideri, dalle sue scelte. È quanto di più potrei sperare per il futuro della Televisione.

Parliamo infine della vostra immagine. La cura che dimostrate per la produzione dei vostri videoclip è esemplare. Nel video di “Soon” un ragazzo rimane osservatore del fascino femminile della protagonista. L’osservazione diviene viaggio e visione. Quali sarebbero le vostre scelte artistiche se voleste uscire dalla dimensione videoclip e realizzare un progetto di più ampia portata?
Come ti accennavo prima, riuscire a portare quella dimensione sonora in un palco di teatro. Scena, recitazione, musica. Ricordo i Tangerine Dream, i Sigur Ros ad esempio, o i Kraftwerk ed i loro esperimenti di teatro-elettronica. Io credo sinceramente che siamo stati gli unici a costruire con “Morning Doors” un progetto di questo tipo e di questa portata. E sono persuaso di conseguenza che si può riuscire ad inscenarlo, a rappresentarlo. Sarebbe bellissimo.

Siamo alla domanda one louder. Una notte di luna piena Elvis ti appare in sogno e ti dice che c’è un unico modo per salvare il mondo della musica. Tu sei il prescelto per essere il 24esimo batterista degli Spinal Tap, e come sai non necessariamente sarai l’ultimo. Cosa fai? Ti immoli?
Da tempo aspettavo questa missione, anzi siete in ritardo, vi aspettavo molto prima. Elvis, io sono pronto! (Risate, ndr)

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