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A volte ritornano

Nel tentativo di riprendersi dal plateale insuccesso del precedente “Risk”, Dave Mustaine prova a dare una sterzata improvvisa alla china presa dalla sua storica band. Nuovo deal con la Sanctuary, fuori Marty Friedman, ormai lontano dai lidi metallici che il buon Dave vorrebbe tornare a frequentare, ritorno dell’amato Vic (Rattlehead, la scheletrica mascotte della band) in copertina. Gli ingredienti sono quelli del come back in grande stile. Qualcuno, maliziosamente, potrebbe dire che in realtà sono quelli dell’operazione meramente commerciale. E in effetti la sensazione di trovarsi di fronte a un lavoro fin troppo ruffiano fa capolino a più riprese, divenendo densa come la nebbia londinese in concomitanza di un brano creato ad hoc per i nostalgici come “Return To Hangar”, che altro non è che una rielaborazione neanche tanto libera dell’ultraclassico “Hangar 18″, tratto dall’inarrivato “Rust In Peace” (secondo chi scrive il più bell’album della storia del thrash metal). Tutto suona un po’ scolastico, studiato, forse anche vagamente statico, bloccato sul drumming abbastanza telefonato di DeGrasso o sulla scarsa vena di Al Pitrelli, geniale con i Savatage, scialbo e poco fluido qui – insomma Friedman era un’altra cosa. Però non si può negare che il tocco heavy e sarcastico di Padre Mustaine torni a farsi sentire dopo anni di esilio, e neanche tacere il fatto che ritrovare nuovamente un tipico titolo “doppio” come “Recipe For Hate…Warhorse” possa far scorrere più di un brivido lungo la schiena del fan. Il campo è già stato sgombrato da ogni possibile malinteso: i Megadeth sono diventati una band diversa da quella degli anni ’80. Sono il progetto di Mustaine e si muovono lungo le coordinate di un heavy metal realtivamente poco originale (anche se da “The System Has Failed” in poi, tra reunion e scioglimenti, il fulvo Dave si rimetterà a picchiare durissimo), ma almeno lontano da certe deliranti sterzate proto-pop (l’assonanza con le contrazioni gastrointestinali è puramente voluta) che avevano ammorbato l’ascoltatore nel passato più recente. Tra le mille piccole indecisioni, però, al di là dell’incompiutezza intrinseca che sembra permeare ogni angolo di questo platter (brani belli ma prolissi, pezzi concisi ma risibili, assoli altalenanti, scelta del primo singolo sballata), la carica sprezzante della band sembra aver riacquistato un po’ di vigore per risalire la ripida china che l’aveva fatta sprofondare nell’oblio. E ciò non può che far piacere a chi ha sempre visto nell’incostante e capriciccioso, ma geniale, Dave Mustaine un degno alfiere del metal americano.

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