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Megadeth: Un nuovo pezzetto di ‘Ruggine’…

La tensione nel momento in cui viene scritto quest’articolo è palpabile, dato che l’Italia gioca la prima partita dei mondiali. E la stessa tensione, con il senso di attesa e anticipazione, serpeggia fra noi giornalisti prima di entrare all’Alcatraz per la sessione d’interviste con i Megadeth, in occasione della data milanese dell’ “Endgame World Tour”.
Finalmente si realizza il sogno di una vita: entrare nel backstage del locale, varcare il mitico portone grigio scuro per immettermi nel lungo corridoio che porta ai camerini, dove mi attende l’intervista che avrei sempre desiderato fare.
Nostro interlocutore, per l’occasione, è il talentuoso chitarrista Chris Broderick, l’ultimo arrivo alla corte di Re Mustaine.
Con una formazione da musicista classico, Chris ha militato in bands quali Nevermore (dal 2001 al 2003 e poi nel 2006-2007) e Jag Panzer (1997-2008) prima di entrare nei Megadeth nel 2008, in occasione dell’album “Endgame”, rimpiazzando Glen Drover.
Lo incontriamo prima del concerto di Milano, che chiude le tappe italiane dell’ “Endgame Tour”.

Ciao Chris, iniziamo con la domandona: cos’hai provato quando Dave Mustaine ti ha detto di entrare nei Megadeth?
(ampio sorriso) Vedi il sorriso sulla mia faccia? (risata). È stato così: mi ha chiamato il suo manager e mi ha detto “Che ne pensi di diventare il solista nei Megadeth”? e io “Beh, certo che farei il solista nei Megadeth!”. Ma la cosa divertente è che non me ne ero reso veramente conto fino all’anno successivo il mio ingresso nella band, dato che la mole di lavoro da affrontare era proprio enorme!

Chris, l’ultimo album dei Megadeth, “Endgame”, ripropone sonorità più vicine agli anni ’90: cosa vi ha spinto a trarre ispirazione dalle vecchie radici?
Beh, sai, gli anni novanta per me sono stati probabilmente molto diversi da come lo sono stati per Dave, e per ogni singolo membro della band. Penso che ciò che rende il cd omogeneo e con un suono così uniforme è il fatto che Dave abbia attinto alla sua storia (dato che si è occupato lui della maggior parte del songwriting di “Endgame”) ma allo stesso tempo, inoltre, avevamo sempre l’inpressione/intenzione di rendere il suono più pesante, di creare un cd ‘pompato’ e più veloce. Quindi, fin da quando abbiamo iniziato a comporre dei brani per il demo, dicevamo “Aumentiamo un po’ il ritmo, rendiamolo più veloce”. E l’aggressività che ne risulta richiama proprio i lavori precedenti.

A livello di stile musicale, cosa hai portato ai Megadeth del tuo stile particolarmente tecnico?
Ho ricevuto un sacco di stimoli dalla melodia, dagli arrangiamenti in termini di armonia delle chitarre, sia classiche che acustiche, con dei lavori che avevo fatto in passato. Tutti abbiamo fatto la nostra parte a livello di songwriting, che si trattasse di rendere le sonorità più pesanti o aggiustare qualcosa. Abbiamo tutti contribuito con i nostri input e ci siamo seduti intorno al tavolo per ascoltare le canzoni e pensare a come migliorarle.

“Endgame” si può considerare come l’insieme della vostra intera discografia, dove ogni singolo pezzo richiama alla vostra storia: si tratta di un omaggio voluto a ciò che avete scritto in passato?
Hmm, non credo sia stato intenzionale, che si sia pensato di rendere un tributo a ciò che è stato. Molta gente, ascoltando l’album, ha detto: “Wow, ecco i vecchi Megadeth”, ma penso che l’unica cosa che avevamo in mente, una volta entrati nello studio, ciò che pensavamo tutti all’unisono, fosse di creare qualcosa di pesante e con un ritmo serrato, ma che suonasse anche diverso.

Il ventennale di “Rust In Peace” ha visto il rientro in formazione di un membro storico come Dave Ellefson: come è stato fino adesso suonare insieme dal vivo? Pensi che il suo rientro porterà nei Megadeth una ventata di novità?
Beh, certamente ha reso il gruppo più unito e omogeneo, e il ventennale di “Rust In Peace” mi sembra il momento perfetto per il suo rientro. Per me è come essere entrato un po’ di più nella storia dei Megadeth, perché da lui sto imparando molto. Ha portato nuova vita alla band perché anch’io sto imparando cose nuove da lui, anche suonando delle canzoni che non riproponiamo dal vivo. Sì, il suo rientro è molto positivo.

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So che hai avuto modo di suonare con Jag Panzer e Nevermore. Quanto pensi che queste band ti abbiano influenzato a livello stilistico?
Credo che tutto ciò che fai nella vita abbia delle conseguenze su ciò che avviene dopo. Con ognuna di queste bands sono cresciuto molto, e così anche con i Megadeth. In loro ho portato il mio stile individuale, ma allo stesso tempo sono stato ispirato dagli altri membri con i quali ho lavorato. Dave mi ha aiutato a fare il grande passo e a diventare ciò che sono.

Ho letto sul tuo sito web che hai suonato anche pianoforte e violino. Ti dedichi ancora a questi strumenti?
No, ma so che un giorno ci tornerò. Ho una tastiera a casa e la utilizzo quando voglio registrare dei pezzi di batteria per fare pratica di composizione musicale. Ora non ho tempo da dedicare al violino o al piano, ma mi vedo, quando sarò pensione, seduto fuori da un portico, con una chitarra flamenco o un violino in mano…non so fra quanto tempo, ma un giorno lo farò!

Pensi che un giorno tu potrai sviluppare le tue influenze classiche all’interno della band?
Oh sì, l’ho già fatto…quando impari un certo stile musicale o un certo modo di approcciarti alla musica, questo non ti lascia mai. Anche se, suonando con i Megadeth, gli arrangiamenti sono diversi, molto più pesanti, io penso al modo in cui le armonie si intrecciano fra di loro nei pezzi sul cd. È un modo di pensare che deriva da un’educazione classica e teorica. E l’ho già inserito in ciò che abbiamo fatto.

Quest’anno parteciperete al Sonisphere Festival, insieme a Metallica, Slayer e Anthrax. Cosa si prova ad essere tra i “Big Four”, i quatto gruppi migliori nel thrash metal?
Ahah, è una domanda che mi hanno posto in tanti, e forse si aspettano di vedermi fare capriole in avanti e indietro e saltare sui tavoli. E sono orgoglioso di fare parte della storia del thrash metal e curioso di vedere cosa salta fuori dalla tournée. Ma, alla fine della giornata, ciò che m’interessa davvero è di fare bene il mio lavoro, suonare al meglio delle mie possibilità. Vedi, non è molto diverso da stasera: faccio le interviste, provo per un’ultima volta e poi mi preparo al meglio per lo show di stanotte. Ed è la stessa cosa per ogni show, che si suoni per cento persone o per centomila. Non riesco ad immaginarmi ad uscire sul palco e pensare “Ah, c’è poca gente, allora chi se ne frega di come suono”, oppure “Wow, quanta gente c’è! Devo dare il massimo!” Non è così che funziona per me.

Avresti mai immaginato che i temi trattati in “Rust In Peace” fossero ancora così attuali dopo vent’anni?
È divertente perché l’ho sentito dire molte volte da Dave! È forse stai parlando con la persona sbagliata, perché io non sono molto ferrato sui testi, ma per quella poca attenzione che vi ho prestato, è davvero sconvolgente come i testi, in particolare gli argomenti sul nucleare, siano, sfortunatamente, ancora validi oggi.

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