Home > Recensioni > Melampus: Hexagon Garden
  • Melampus: Hexagon Garden

    Riff Records / Goodfellas

    Data di uscita: 13-02-2015

    Loudvision:
    Lettori:

Correlati

“Hexagon Garden” è il terzo lavoro discografico dei Melampus, che conferma il sound ricercato del duo bolognese. All’interno dell’album ascoltiamo nove tracce ricche di percorsi sonori sperimentali tra cui field recordings ed elettronica.

La musica proposta dai Melampus richiede un piccolo retroterra di ascolti, soprattutto di stili e generi come elettronica, darkwave e soprattutto l’approfondimento del percorso artistico del duo.

Bisogna però limitare l’analisi a questo ultimo lavoro. “Hexagon Garden” ci pone davanti un sound che gioca su battimenti, feedback, distorsioni accennate e, principalmente, suoni che si accavallano. Un’ avvolgenza di suoni non sempre definiti. Un acquarello che confonde l’ascoltatore in un insieme di musica diluita. Questo genera una sensazione di smarrimento ed allo stesso tempo pare esserci una calamita che, però, non sembra attrarre del tutto chi ascolta in un punto preciso.

I brani sembrano restare incastrati in un unico canale e l’ascoltatore può provare ad un certo punto la voglia che il brano possa, finalmente, crescere o variare, ma resta deluso. Nonostante la presenza di alcune interessanti dinamiche i brani non presentano, quindi, dei crescendo eccessivi, ma restano statici e sospesi in un movimento sinusoidale.

Quasi tutte le tracce presentano delle intro strumentali; i motivi vengono portati spesso alla luce dalle linee di basso e dalla voce. Esiste nella musica dei Melampus una forte connotazione percussiva, ma non contiene un groove ben definito. Pochi i riferimenti armonici e di melodie strumentali caratterizzanti. Importanti le presenze di ostinati strumentali.

La voce è sicuramente un punto di forza e tratto distintivo del sound del duo, riempie molti vuoti di un sottofondo che non ha sicuramente la peculiarità di sostenere. Evocativa ed ammaliante. Si insinua bene tra cantato e quasi parlato, resta in un limbo lineare ed opaco, profondo e scava nel registro medio-grave. Un lavoro vocale non fatto di virtuosismi, ma piuttosto di raddoppi e di giochi stereofonici. Il cantato contiene dei crescendo appena accennati che ricadono in un ambiente musicale prigioniero in una trama di tappeti sonori sintetici.

Musicalmente la ricerca sonora è sempre da apprezzare per arricchire il linguaggio musicale, ma forse troppi suoni rischiano, a volte, di appiattire più che arricchire il sound.

Disco sicuramente interessante se la musica è rapportata ai contenuti dei testi che ci parlano di una riflessione soggettiva sulla perdita di identità, sulla competizione esistenziale e sull’arrivismo dell’era contemporanea. Anche queste delle prigioni.

Pro

Contro

Scroll To Top