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Il computer ai tempi dell’indie rock

Anche l’occhio vuole la sua parte: “Friend And Foe”, opera seconda dei tre Menomena da Portland, Oregon, si presenta con un bellissimo artwork firmato dal fumettista Craig Thompson, in cui i disegni del booklet e quelli della superficie del CD interagiscono in diverse combinazioni attraverso buchi aperti nella copertina stessa. E forse non è un caso se questa grafica insolita ci ricorda un po’ i meccanismi sonori dell’album stesso: suoni sovrapposti, suoni che si ripetono in loop ma che, ricombinandosi tra loro in modi sempre nuovi, riescono a (ri)comporre e (ri)generare melodie insospettate. I Menomena, infatti, costruiscono l’ossatura delle loro canzoni con l’aiuto di un software da loro stessi sviluppato, il Deeler, che permette di campionare riff suonati sugli strumenti più vari (chitarre, bassi, sassofono, tastiere, una batteria sincopata e martellante), mandarli in loop e ricombinarli tra loro. Ed ecco spiegato il perché del particolarissimo, e folgorante, impatto sonoro di “Friend And Foe”: echi indubbiamente indie rock, anche ruvidi, vengono rielaborati (verrebbe da dire “decostruiti”) secondo strutture rigorose che devono molto all’elettronica o persino al drum’n’bass. Il che non significa – e qui sta il mezzo miracolo – che “Friend And Foe” sia un pretenzioso capriccio sperimentale: anzi, scomponendo l’energia del rock attraverso la freddezza del computer, i Menomena inventano dei brani sorprendentemente vitali, persino orecchiabili. “Boyskout’n” accumula i riff più diversi e ne fa un frammentato anthem che ruota attorno a un accattivante fischiettare. La linea melodica di “Wet And Rusting” acquista forza grazie agli incessanti synth, piano e rullante che le orbitano intorno. E ogni timore di spersonalizzazione viene fugato da una ballata obliqua e intensa come “Rotten Hell”. La promessa del primo album “I Am The Fun Blame Monster” è già stata mantenuta: nel panorama indie rock i Menomena sono un unicum portentoso, da custodire con cura.

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