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Che oggetto cinematografico strano “Le Meraviglie”,  il film di Alice Rohrwacher in concorso a Cannes 2014. Non assimilabile, non omologato, imperfetto ma animato da una luce interna che irradia e, a tratti, abbaglia. Un occhio registico che, in un momento di magra come questo, dobbiamo tenerci stretti. Lasciate perdere i riconoscimenti tributatici: abbiamo vinto gli ultimi Festival di Venezia e Roma e l’ultimo Oscar per il film straniero. Dovremmo essere la cinematografia più vitale d’Europa. Vi sembra minimamente vicino alla verità tutto questo? Vi sembra lo stato attuale del nostro cinema? E allora questa volta difendiamo Alice, non per campanilismo ma per merito.

Siamo nelle campagne laziali, terra di agricoltori, di duro lavoro, terra dove una volta viveva il popolo etrusco (annotazione importante questa, non la dimenticate). Siamo nella prima metà degli anni Novanta, c’è ancora la lira, il muro di Berlino è caduto da poco, “T’appartengo” di Ambra è la hit del momento (non fate finta di non ricordare la canzone, cari coetanei ultratrentenni). E siamo, infine, immersi nella vita di una famiglia “particolare”, allargata, madre italiana e padre tedesco, e un nugolo di bambine. Che danno una mano nella produzione di miele, l’unico mezzo di sostentamento, prodotto puro, naturale, vergine. La macchina da presa è attaccata a Gelsomina, la figlia più grande, cresciuta in fretta, obbligata dalla vita a diventare grande prima del tempo.

Fermiamoci qui. Bisogna lasciare allo spettatore il piacere di scoprire un racconto che non spiega nulla, che vive di piccole tracce, di scossoni improvvisi e successive pause (forse esagerate, nella parte centrale la storia inspiegabilmente si ferma, gira a vuoto, per poi riprendere quota). Negli anni Novanta tutto doveva ancora succedere, la crisi economica, l’abbrutimento televisivo (i reality erano roba da Tv locale, una delle idee felici della sceneggiatura), eravamo ancora in tempo per cambiare questo Paese. Ora è tardi, troppo tardi. Come non condividere il pessimismo cosmico di Alice?

Alice Rohrwacher gioca con il suo nome e tratteggia “paesi delle meraviglie” erronei, illusori, luciferini. Il cameo di Monica Bellucci funziona. Il film è pieno di facce giuste, vere, scavate dal sole e dalla fatica. Le idee di scrittura sono troppe, a volte mal poste, solo accennate. Ma il finale bellissimo riscatta (quasi) ogni cosa. Un’ultima annotazione: sarà contenta l’odierna Ambra diva del cinema di veder ritornare in auge a mo’ di tormentone la sua hit giovanile? Negli anni Novanta facevamo ancora in tempo a fermare anche lei.

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Contro

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