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Evolution in reverse

“Evolution/In Reverse”… Tutti i cultori della band di Umea dovrebbero a rigor di logica sentir risuonare più di un campanello leggendo queste parole. Si tratta di un verso preso dalla seminale “Future Breed Machine”, a tutt’oggi brano manifesto del combo svedese. La parole in questione, però, prendono oggi un significato piú importante: i Meshuggah hanno toccato la punta estrema della curva temporale su cui si erano spinti ed ora hanno cominciato a procedere a ritroso. Insomma, mai una volta che questi pazzi si muovessero in sincronia con il progresso umano: proprio oggi che l’industrializzazione si è stratificata oltre ogni limite, portando la complessità della tecnica al di là dei lidi della fantascienza, i nostri sposano il minimalismo, si catapultano all’indietro, vertiginosamente, in un universo fatto di meccanica ferrosa e grossolana, monitor a fosfori verdi e catene di montaggio. Non inganni, musicalmente, l’intermezzo di “I”, EP fatto di totale, psicotico parossismo multidirezionale: la via intrapresa con “Nothing” è stata ulteriormente battuta. L’homo tecnologicus dei primi episodi ha raggiunto il suo punto di non ritorno, e si è prosciugato. In un certo senso è imploso. Visto nella sua totalità, il percorso dei Meshuggah ha qualcosa di irresistibile. Ma un album non può essere soltanto vissuto alla luce del progetto artistico della band. Va anche valutato dal punto di vista schiettamente musicale: e qui le note sono in un certo senso dolenti. Il dinamismo del passato è un ricordo, ed i Meshuggah, pur continuando a suonare “inarrestabili come delle macchine” (parole di Marten Hagstrom), sono davvero diventati un T-800 quando in realtà erano un T-1000 – ovvero una macchina mortifera ma con un po’ di ruggine in più, armi meno avveniristiche. Certo, l’idea di architettare un disco come una colonna sonora è intrigante, ma mancando il film si perde un po’ di peso specifico, di espressività, anche se va detto che gli episodi più allucinati (vedi le lunghe pause, le voci filtrate, i rumori di fondo) sono senza dubbio la nota più bella del platter. Però. Però il riffing non è fatale come un tempo, la batteria (completamente programmata) non ha lo stesso sound coinvolgente di “None”, le ritmiche non ti fagocitano per sputarti fuori a brandelli come in passato – semmai si limitano a provocare una vertigine continua, forse un po’ troppo insistente e tenace. Insomma, se questo disco l’avesse registrato qualcun altro staremmo qui a tesserne lodi sperticate: ma il nome in copertina ha un certo rilievo, ed è lecito aspettarsi genio assoluto, nuovi orizzonti. E brani da infarto – quando molti episodi sono in effetti deludenti, pur non mancando episodi di alto livello (le due “In Death”). Concludendo, i Meshuggah stanno avventurandosi in un regno pericoloso ed inesplorato, con il solito, ammirevole coraggio (e armati fino ai denti, come sempre) – ma un’impresa tanto difficile sta mettendo in difficoltà anche dei mostri come loro. Aspettiamo con ansia che superino l’impasse e tornino a sfornare autentici, indiscutibili capolavori.

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