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  • Meshuggah: Contraddiction Collapse

    Meshuggah

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L’inizio di tutto

Poche volte come nel caso di questo “Contraddiction Collapse” la contestualizzazione è un’operazione fondamentale ai fini valutativi. Sentito oggi, questo album di thrash sghembo e futuribile, tremendamente ingenuo nel citare con attenzione i grandi maestri Metallica, ma altrettanto maturo nel contorcersi all’interno di germinanti visioni apocalittiche sublimate in un vorticoso tecnicismo, sembra un esercizio di stile interessante quanto contraddittorio. Bisogna però tenere ben presente la data di pubblicazione: siamo all’inizio degli anni ’90, in un panorama musicale devastato dalla (contro)riforma grunge, fatta di semplicistico e adolescenziale disagio sommario, ritmi monocordi e camicie di flanella. I Meshuggah sono attivi fin dalla seconda metà degli eighties, con il nome di Metallien, vengono dalla cittadina svedese di Umea. Ed hanno ben presente la lezione dei grandi thrasher della bay area, tanto quanto le intuizioni seminali di band oggi criminalmente dimenticate come i formidabili Watchtower o degli artisti legati al panorama fusion, il tutto condito da un immaginario non distante da quello che contraddistingue i Voivod. Cocktail esplosivo e di difficile gestione, quello che scorre nelle vene di Thordendal e soci: ed in effetti “Contraddiction Collapse”, dietro una copertina graficamente splendida – e col senno di poi tragicamente profetica – si offre frammentario nella sua genialità inespressa, spesso fin troppo legato ai modelli che popolano le menti di questi ragazzi scandinavi. Ma mostra anche una freschezza compositiva rara, unita ad una tecnica strumentale già sorprendente, tanto che proprio la tendenza all’autocompiacimento masturbatorio che fa capolino ogni tanto nelle acrobazie ritmiche si pone non come ostacolo all’assimilazione dei brani, bensì come stimolo nuovo ed elettrizzante alla fruizione. L’album a voler essere freddamente onesti ? carico di difetti: dagli arrangiamenti a volte telefonati (parlando di strutture globali dei brani) alla batteria in certi momenti prolissa, dalla produzione altalenante (strepitosa per certi versi, sottotono per altri, tipo la voce effettatissima e urticante) all’artificiosità di certe sequenze, che partono da incastri che farebbero invidia agli Atheist per morire inspiegabilmente in sfuriate smaccatamente thrash che smorzano immediatamente la curiosità. [PAGEBREAK]I Meshuggah di “Contraddiction Collapse” non hanno ancora le idee chiare, questo lo si intuisce in modo molto facile, ma l’ascia del buon Fredrik Thordendal tesse già trame affilate e dinamiche, Thomas Haake mostra lucidi gli artigli quando si tratta di far venire il singhiozzo all’ascoltatore, mentre il bassista Peter Nordin segue le tappe imposte da questi due fenomeni con grande diligenza. Chi delude, specie se confrontato alla magnificenza assoluta di “Destroy Erase Improve” e “Chaosphere”, è Jens Kidman, ancora lontano dal delirio terminale con cui sferzerà song come “Soul Burn” o “The New Millennium Cyanide Christ”. Ed anche la straordinaria originalità fosca e contorta delle liriche non si palesa ancora in tutto il suo cervellotico splendore. Giusto ripeterlo, però: l’album va contestualizzato, e considerando l’anno di pubblicazione (i Metallica erano ancora una band di classico thrash, i Death pubblicavano il seminale “Huaman”, gli Strapping Young Lad non si vedevano neppure nell’iperuranio), questo ensemble ancora immerso nel techno-thrash seppe al tempo dare nuova, vivificante linfa ad un genere, il metal estremo, che aveva sì individuato nuove strade, ma che forse non riusciva ad elaborare un percorso di lunga durata. E non è un caso che tanti di quei gruppi d’avanguardia oggi non esistano più, dai Cynic (recentemente riunitisi, ma ancora un po’ ‘intorpiditi’) agli Watchtower, dai Pestilence ai Nocturnus – le idee c’erano, ma la folle maturità intellettiva che anima il progetto Meshuggah, fatto di consapevolezza estetica della propria identità (nonché di un bacino d’influenze artistiche di singolare stratificazione) a 360 gradi, era qualcosa di perlopiù assente. Mentre oggi quel techno-thrash strano e forse un po’ infantile, ricco e così irregolare, si è trasformato nel fondamentale suono meccanizzato ed alienante, inorganico ed animoso, che ha portato ad essere i Meshuggah stelle di prima grandezza nel panorama mondiale.

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