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  • Meshuggah: None

    Meshuggah

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Salto quantico

A distanza di due anni dal precedente debut “Contraddiction Collapse” arriva questo EP intitolato in modo inquietante: “None” (l’assenza, l’inesistenza e la negazione sembrano giocare storicamente un ruolo importante all’interno dei concept elaborati dalla band svedese). In realtà pare siano passate centinaia di anni sul piano evolutivo: apparentemente omologo nello stile al suo predecessore, questo nuovo, purtroppo breve, lavoro rappresenta però un salto quantico dal punto di vista estetico. La ridondanza virtuosistica, prolissa ed a volte inconcludente delle tracce presentate nel debut si contrae e si raggruma qui in un tecnologico amalgama di incubo, alienazione, violenza e sublime straniamento sonoro. I ritmi si sono compressi, nonostante sia cresciuta paradossalmente la quantità di volute ritmiche stratificate nei singoli brani, la voce si è fatta più acida, ruvida e psicotica, le trame di chitarra ossessive, lancinanti e pronte a sgombrare il campo ad assoli sempre più liquidi e vertiginosi, tratteggiati in puro stile fusion da un Thordendal in forma smagliante, perfettamente padrone della problematica materia sonora eruttata dalla sua band. I brani sono di un dinamismo groovy assolutamente strabiliante, e riescono nell’impresa di coniugare plumbea inumanità ad una melodia sottintesa ed eccellente. È proprio questo “None” infatti, tra tutti i lavori della band, quello in cui all’interno di pattern ritmici totalmente stravolti si incastrano meglio momenti in cui le chitarre indugiano addirittura sulla melodia mututata dal thrash metal degli albori. La varietà quindi si sposa all’ossessività – e all’ossessione: fanno la loro comparsa i furenti cori che renderanno “Destroy Erase Improve” mostruosamente trascinante, e la perizia tecnica del batterista Thomas Haake si mostra fulgida nella grande sapienza con cui il drummer sposa tempi impossibili, precisione metronomica e tocco eccelso (mutuato, soprattutto nei giochi sui piatti e nelle rullate, dallo stile jazz/fusion). L’unica (minima) pecca riguarda il cantato, convincente ma caratterizzato ancora dalla fastidiosa tendenza di modulare a volte alcune note, col risultato di apparire, oltre che ancora troppo influenzato dai modi di James Hetfield, meno pesante e compatto di quanto avrebbe potuto. Nel futuro prossimo il problema scomparirà, ben lo sanno i fan, e Jens saprà scolpirsi un registro vocale tanto monolitico quanto vorticoso, condendo al meglio un tessuto musicale che da questo “None” comincia a mostrare i muscoli e si pone come status quo di un genere, il cyber metal, che avrà proprio nei Meshuggah gli unici ed indiscussi maestri.

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