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Meshuggah: ObZen

The New Millennium Cyanide Metal

Grandi poteri comportano grandi responsabilità. Per questo il giudizio, attorno ai Meshuggah, si è ormai fatto tagliente come un rasoio, aspramente critico, velenosamente pronto a rimarcare ogni passaggio a vuoto. E dire che di passaggi a vuoto, i ragazzi di Umea, non ne hanno praticamente mai regalati. Ma si percepiva una generica perplessità circa l’ultimo “Catch 33″, che già di suo aveva la sfortuna di venire dopo un album difficilissimo ma molto gratificante sulla lunga distanza come “Nothing”. Non che fosse brutto: semplicemente era troppo inconcludente, sperimentale senza stupire, violento senza annichilire, labirintico senza ubriacare. Oggi i Meshuggah tornano con “ObZen”, e fin dalla copertina si capisce che la musica è cambiata – come d’altronde la scena tutta, perché oggi siamo in tempi di mathcore e gli Ion Dissonance ci hanno già mostrato con il loro notevole “Minus The Herd” dove si sarebbero potute spingere le dinamiche di “Destroy Erase Improve” se fossero state reiterate per altri quindici anni. E allora la band di Fredrik Thordendal decide di riscoprirsi in reverse, recuperando la gratuità dell’assalto, rinvigorendo il livore, calcando forte il piede sull’acceleratore. Forse oggi c’è meno da scoprire, nel mondo post-moderno in cui la band si muove da sempre, perché la freschezza del citato “Destroy…” o del monumentale mini “None” difficilmente potrà tornare a investirci, poiché servirebbero rivoluzioni soniche che non siamo neanche sicuri di volere. Ma di rendersene conto, di tutto questo, non c’è tempo: perché “ObZen” parte sparato e ti riempie di calci come neanche Bruce Lee. Meno monolitico di “Chaosphere”, meno asfissiante di “Nothing”, meno sublimemente musicale degli album più vecchi, il nuovo platter dei Meshuggah è una lezione affilata e implacabile (e magari un filo prevedibile: fatto nuovo per la band) di techno-thrash-core (“Bleed”, primo singolo, è squassante e inarrestabile), quadrato e dinamico, certamente più immediato delle ultime prove e per questo, si presume, più adatto alla dimensione live. Tecnicamente, poi, siamo sui soliti standard dei Meshuggah: ritmiche impossibili, pulizia sonora cristallina, groove cangiante e progressivo, voce esplosiva e urticante, architetture esaltanti – una delizia assoluta, la band, per chi cerca dei performer di classe.
Certo, il potere iconico e visionario, quella formidabile sospensione tra armonia perduta, nevrastenia e fantascientifico esistenzialismo che rendeva i Meshuggah una rivoluzione perpetua oggi sbiadisce in modo netto e inconfutabile.
Ma “ObZen” è fuor d’ogni dubbio un album solido, potente, formalmente ineccepibile. Bello.

Diego Pierini (8/10)
[PAGEBREAK]Fumi di ieri sul loro domani odierno

Cause, effetti, pregi, difetti e controindicazioni di questo disco possono essere tutte riassunte delle dichiarazioni del gruppo stesso. Ci avevano promesso un parziale ritorno al passato senza perdere di vista le ultime cose fatte: questo è esattamente ciò che i Meshuggah hanno fatto con “ObZen”. Ovviamente il ritorno al passato non poteva essere una semplice ripetizione pedissequa di stilemi e suoni già affrontati dal gruppo in capolavori come “Destroy Erase Improve” o “Chaosphere”, così anche questa volta i cinque svedesi impastano la materia sonora del disco aggiungendo qualche nuova spezia. Non c’è più la sorpresa, è chiaro: un tempo mettevano in mostra un suono inedito e mai sentito prima, almeno non in quel modo. Oggi smussano gli angoli e si divertono a cambiare le proporzioni. Così nasce una canzone come “Combustion”, diretta e secca come non si sentiva da almeno 10 anni e con uno spirito decisamente heavy metal nel senso classico del termine, con stop and go a inframezzarsi alle sfuriate di cieca violenza. Discorso quasi identico si potrebbe fare per la splendida “Bleed”, un po’ più orientata alla claustrofobia folle che rese “Chaosphere” il macigno che tutti conosciamo, con ritmiche serratissime lanciate a velocità improponibili. È un disco dinamico, abbastanza lontano dalla monoliticità dei suoi predecessori.
Logicamente non ci si può aspettare che “Nothing” o “Catch 33″ siano stati dimenticati, quindi il disco vive anche momenti di asfissia sonora (in senso buono) come “Electric Red” o la pesantissima “Lethargica”, un vero e proprio rullo compressore in slow motion. Il momento in cui i Meshuggah toccano il massimo equilibrio tra le parti è la finale “Dancers To A Discordant System”, come fosse una messa in luce di tutti gli estremi toccati dal gruppo fino ad oggi.
Non è un capolavoro “ObZen”, non ci sorprende come successe tanto tempo fa con i succitati dischi. È un’architettura sonora progettata, costruita e realizzata in modo perfetto e con una naturalezza disarmante, che più del solito lascia trasparire qua e là momenti di inaspettata umanità. Se la suonano e se la cantano da soli, anche perché nessuno riuscirebbe mai a stargli dietro. A noi va ancora bene così.

Matteo Ravelli (7/10)

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