Home > Recensioni > Meshuggah: The True Human Design
  • Meshuggah: The True Human Design

    Meshuggah

    Loudvision:
    Lettori:

Paura e delirio

La follia dei Meshuggah non conosce confini. Non bastava aver confezionato nel song da collasso cerebrale nei precedenti episodi della loro discografia, i cinque pazzi di Umea dovevano cimentarsi anche nell’arte deragliante della rivisitazione improbabile di se stessi…Perché se questo “True Human Design” si apre in modo tutto sommato abbastanza convenzionale con la bella “Sane”, tratta dal loro terzo album, “Chaosphere”, lo stesso non si può dire del prosieguo, che vede ben tre versioni differenti del loro brano-manifesto, ovvero “Future Breed Machine” (opener del capolavoro “Destroy Erase Improve”). La prima versione è un classico, si tratta infatti della registrazione di una performance live: il suono è ottimo, la prova strumentistica precisa ed esente da errori, il “tiro” è micidiale. Insomma, i Meshuggah fanno sul serio anche dal vivo, e chi aveva dubbi circa l’autenticità del materiale prodotto in studio troverà in questo capitolo sicura smentita. Con la terza traccia le cose si fanno decisamente intriganti: la “Mayhem Version” della song risulta essere infatti un mammuth di otto minuti, vero incubo elettrometallico. Se già l’originale brillava per violenza, questa versione è rallentata, acida, condita da deraglianti suoni al limite della techno: una grossa dose di dolore fatto musica. La genialità, futrurista e disumana, è pari soltanto al grado di cattiveria che si sprigiona da ogni poro. Chiuso il capitolo ultraviolenza, arriva invece il lato demenziale della band (e chi ha avuto modo di vedere i video inclusi all’interno del recente “Rare Trax” sa bene…), con la “Campfire Version”. Ovvero una riedizione country (!) dello stesso brano, condita come da manuale da coretti nasali e voce strozzata ad opera di un Jens Kidman totalmente irriconoscibile. Le chitarre acustiche soppiantano quelle elettriche ed i ritmi diventano più rilassati, seppur ricercatissimi come al solito. E non va trascurato l’effetto esilarante prodotto dal contrasto tra il testo fantascientifico e grave ed il mood scanzonato della musica. Le restanti due tracce sono invece piuttosto particolari: di metal in effetti non hanno molto, ma servono lo stesso ad esplorare la malata galassia Meshuggah. Una band, questa, che gioca qui a nascondino, celandosi dietro una manciata di brani di interesse puramente estemporaneo, senza dubbio non rilevanti a livello discografico ma certamente godibilissimi e diversi dalla media del materiale normalmente incluso all’interno delle release interlocutorie di media lunghezza come questa.

Scroll To Top