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Metal circus

Pessime notizie si presentano a noi una volta entrati nell’Alcatraz. Addirittura Pain e Soilwork hanno già suonato e gli In Flames hanno appena iniziato la loro set list. Un paio di bestemmie e improperi vari ed eventuali contro gli organizzatori per aver fatto iniziare così presto e ci accingiamo a seguire un concerto che, lo dico da subito, si preannuncia divertentissimo. Una scenografia con pochi pari per spettacolarità nell’attuale panorama hard n’ heavy, sintomo chiaro delle attenzioni mediatiche e di quanto la casa discografica più blasonata del mondo metal punti sugli In Flames. Una grande “F” alle spalle, una batteria posta al di sopra del resto della ciurma e ai fianchi della stessa un paio di enormi stelle adornate con lampadine accese. Qualche altro tocco (i rasta-ini di Friden), i ragazzi del gruppo vestiti tutti con completini bianchi, e, soprattutto, un’attitudine divertita e divertente che sfocia nella consapevolezza dei propri mezzi e nella fiducia più totale nella propria professionalità . La prestazione è per tutta la serata su livelli decisamente alti con picchi di mosh sentito e pogo selvaggio tra buona parte del pubblico.
Il quale pubblico, formato per buona parte anche da imberbi fanciulli alle prime esperienze concertistiche (della serie “Ah, malinconia, quanti ricordi”), per tutta la serata si dimostra caldo e pulsante come un unico organo, pronto a cantare e seguire le urla (non esattamente) belluine di Anders, fare headbanging quando necessario (sempre e comunque?) e dimenarsi come un ossesso.
Un plauso particolare va ai suoni del locale e alla precisione dei ragazzi, senza contare gli scambi di battute col pubblico a cui raramente gli In Flames si lasciano andare. La prestazione è davvero a livelli molto alti, dinamica, potente, divertente e intensa. Poco da dire sulle canzoni, vengono sciorinate soprattutto quelle tratte dagli ultimi album, con un occhio particolare all’ultimo “Reroute To Remain”, e molti rimandi al passato recente di “Clay Man” “Colony” e “Whoracle”. Non plus ultra il ripescaggio di due grandissimi classici quali sono “Clad In Shadows” e “Beyond The Space” da quel capolavoro che risponde al nome di “Lunar Strain”. Purtroppo, invece, ancora una volta viene saltata a piè pari la riproposizione di “The Jester Race” (ma questa volta non solo la canzone -sarebbe stato, ehm, “normale”- quanto l’album nella sua interezza).
Che altro dire, il concerto fila via che è una bellezza, la carica melodica del gruppo è perfetta, catchy, ruffiana, ma non banalissima. Anders è in forma, il pubblico sprizza gioia da tutti i pori, cosa si può volere di più? Voci non confermate indicano gli In Flames come asse portante della scena pesante internazionale e mondiale. Forse più in teoria che in pratica, ahimè.
Comunque gran concerto, con tanto di pioggia di coriandoli d’oro alla fine, che manco Madonna.

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