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Metal Italiano: Un inferno dantesco

È uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. Cassare il lavoro di connazionali è sempre rischioso e parlare la stessa lingua non vuol dire per forza comprendersi.
Allora, intendiamoci subito. Le critiche, oltre ad essere il miglior supporto che si possa offrire ad un artista emergente, risentono anche della cinica razionalizzazione di ogni mediocre scrittore. Così, con l’ascia in una mano e le scuse pronte nell’altra, ci inoltriamo nella tundra dell’underground italiano, per vedere se, con l’arrivo in superficie di nuovi dei da palcoscenico, qualcosa è cambiato tra gli inferi infelici e sconosciuti.

Nel girone degli indecisi, troviamo i Radiance, che debuttano con l’album autoprodotto “… And The Night Comes Down”. Il problema dei palermitani è… una cattiva combinazione degli elementi. Il loro prodotto viaggia a metà tra il power ed il gothic. La dotata voce di Karin Baldanza accompagna una base strutturata, ma imbastita quasi unicamente da riff. Il contrasto è troppo acceso: da un lato la lirica, imponente e ingombrante; dall’altro il suono, statico e limitato.
Anche il songwriting viaggia sulla linea di mezzadria: le influenze, in realtà, sono molto più numerose di quelle sopra citate. C’è l’hard rock, il metal anni ’80 e, soprattutto, proprio per via della fusione di tutti questi elementi, il progressive. Buona almeno la produzione, ma la durata – anch’essa – resta nel mezzo, tra un full length ed un EP.

Arriviamo nel girone degli incoerenti e ci appaiono subito i Destrage. I nostri, con “Urban Being”, mettono il loro sigillo su un genere spianato a zero dai Soilwork.
Il death melodico svedese conosce così tanti campioni che ormai nulla ci meraviglia. Tuttavia i Destrage non sono né brutti, né incompetenti, né tantomeno stupidi. Del resto, hanno un arsenale di così tanti elementi thrash/death/metalcore che si potrebbe parlare di loro come di una cornucopia. Gli elementi melodici scarseggiano, perché vuol imperare su tutti la virulenta voce di Paolo Colavolpe: ottima davvero! Ma bisogna acquistare delle ancor più ottime cuffie, perché il difetto principale dei milanesi è la produzione dei suoni. È così difficile distinguere i singoli strumenti che è ben più facile perdere la pazienza.

La barca di Caronte ci spinge infine nel girone dei tirchi, dove incontriamo gli Odd Dimension. Benché attivi da diversi anni, i piemontesi non vogliono ancora regalarci un full length. Il danno è tanto più grave quanto più si considerano le doti del gruppo, che applica alla propria musica le forme del Dickinson solista e dagli Edguy. Da questi ultimi quasi indistinguibili, i nostri hanno composto l’ennesimo demo: tre nuove tracce che offrono aperture melodiche e tempi mutuati al progressive.
L’unico difetto, in questo caso, è l’assoluta assenza di originalità. Che viene perdonata dall’incredibile voce di Manuel Candiotto.

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