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Metal n’ Roll: Un ritorno all’essenziale?

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Dopo averci abituato a produzioni pompose e strumentazioni sinfoniche, sempre più spesso costruite artificialmente a tavolino (quello del computer), il metal sembra oggi esigere una boccata d’aria e un ritorno alle origini. Essenzialità, minimalismo compositivo e ruvida scompostezza sono le parole d’ordine di un verbo che ritrova nello street metal degli anni ’80 il suo epicentro.
Nasceva all’epoca il filone americano dei Bon Jovi, Motley Crue, Ugly Kid Joe e Guns n’Roses, sciatto e polveroso, contestatario eppur sempre perfetto nella forma e nell’immagine. Perché questo hanno gli statunitensi: anche nell’andare controcorrente, riescono sempre a stupire, con il loro fanciullesco ed ingenuo disprezzo, con un tocco di goliardia solare che diverte sempre. Uno per tutti, quel centrale dito di Axel, alzato al grido di “Why don’t you just Fu#@ *ff“! in “It’s So Easy”.

Eppure il filone dello sleazy rock ha svolto un’importante funzione di traino. Insieme agli europei Europe, le citate band hanno avuto il merito di convertire alla distorsione anche le fasce di utenti più moderate, coinvolte forse più dall’aspetto fashion che dalla filosofia del rock. E ciò ha portato soldi ad un mercato che, invece, era nato di nicchia e viveva di espedienti.

Si ritorna, dicevamo, a questo atteggiamento sporco e spinto. Ad aprire le piste di questa mini rassegna è una band italiana, dal tocco volutamente retrò. I debuttanti Killer Clown, con “Gain”, in definitiva rifanno ciò che già egregiamente avevano proposto qualche mese fa i Johnny Burning o i Dogs ‘n’Bones. E allora riparliamo dei giochi di metal n’roll che hanno già reso meriti filigranati a band come Motley Crue e Skid Row. La ricetta è sempre quella: un’infinita serie di riff, accompagnati dalla voce gutturale di Gabrielle Gozzi e dai solo chitarristici non troppo originali di Andrea Martongelli. La band impasta una serie di refrain orecchiabili al primo ascolto, di quelli da coro. E raggiunge il suo obiettivo, non troppo ambizioso, di divertire senza eccessi di qualità.

Gli svedesi Innocent Rosie invece indossano gli abiti logori dei D.A.D. e degli Skid Row. Rispetto ai colleghi italiani appena commentati, il loro album d’esordio, “Badhabit romance”, vanta una produzione più curata e attenta alle partiture chitarristiche.
L’orecchiabilità delle canzoni è riservata agli ascoltatori più nostalgici, che non faranno fatica a riconoscere immediatamente i modelli ispiratori degli scandinavi. A colpire, tuttavia, sono più che altro i tecnicismi e la superba voce nasale di Oscar Kaleva. C’è un misto di country rock alla Cinderella, a rendere ancora più transoceanico il gusto per questo genere. Ma quanti potranno apprezzare queste finezze?

Un approccio più ludico è quello vantato dai Pretty Wild, anch’essi svedesi, ma indirizzati ad un glam ed uno sleazy meno impegnato. L’EP “All The Way” anticipa l’uscita del primo full length della band. A fronte di cinque brani che, nella loro semplicistica immediatezza, si pregiano di una discreta capacità trascinante, fa da contraltare una produzione approssimativa ed una ugola, quella di Ivan Hoglund, non particolarmente dotata o ancora troppo giovane.
[PAGEBREAK] I finali normalmente sono lieti. Non questa volta.
Chiude il cerchio “Melon Juice” dei connazionali Slivers. Gli Slivers vorrebbero crescere in fretta, anche a scapito della omogeneità e coerenza delle loro stesse idee. La giovanissima band di Savona suona un rock’n’roll scomposto, slabbrato nei suoni e nelle liriche.
Migliore la tenuta delle prime tre tracce, tutte in inglese, con influenze bluesly-stoner, penalizzate solo da una produzione essenziale. Ma l’album si perde ben presto in un monotono gioco di autocompiacimento, che sembra non accorgersi dei propri deficit: le sciatte metriche in madre lingua, la monotona ripetizione degli stessi accordi e, soprattutto, l’insufficiente substrato melodico mostrano l’ingenua povertà di una proposta ancora eccessivamente immatura.

Dunque, Italia-Svezia finisce in pareggio: un goal fatto, un gol subito a testa. Il che, per la nostra nazionale, è un risultato di tutto rispetto dinanzi tal avversario.

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