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Paura del vuoto

Il nuovo disco dei Metallica è ormai un evento planetario da quasi dieci anni, ossia da quando il music business ha cominciato a prendere la strada del digitale e i quattro di Frisco si sono, più o meno volontariamente, appropriati il ruolo di rock band più discussa della Musica 2.0.
Tutto comincia con il nuovo millennio e la ben nota causa Metallica vs Napster, che è stata in grado di portare i primi sulla bocca, o sulle pagine web, di tutti ancor più di quanto lo fossero mai stati. Il fatto che siano stati spesso, in questi anni, accostati ad aggettivi non certo lusinghieri dimostra ancor di più le caratteristiche dell’informazione contemporanea: “bene o male, purché se ne parli” è il motto portato alla ribalta dai motori di ricerca e dai fast-food della comunicazione.

“Death Magnetic” è per i Metallica il secondo vagito dell’era digitale, del famigerato ritorno al thrash, dopo i “(Re)Load” di derivazione grunge degli anni ’90. Se le coordinate stilistiche sono le stesse di quel “St.Anger” targato 2003 che molti avevano – a ragione – deriso, questa replica mostra decisi segno di progresso. “Death Magnetic” non fa sdeng, per essere concisi. Si tratta di un disco a tratti entusiasmante, ricco di chitarre elettrizzanti e in cui molti dei dieci pezzi nascono da idee azzeccate. Il suono resta sì asciutto ed essenziale come nel precedente episodio, ma questa volta le sbavature grottesche sono state ampiamente tamponate, rendendo tutte le scelte, se pur non sempre condivisibili, quantomeno accettabili.
[PAGEBREAK] Dove risiede, quindi, il limite di “Death Magnetic”? Nella copertina, potrebbe dire qualcuno, probabilmente troppo bonariamente. Oppure nella durata dell’intero disco, o meglio delle singole canzoni, si potrebbe ipotizzare più realisticamente. Il vizio di riempire ogni intervallo temporale disponibile non si è minimamente affievolito e ogni singolo brano dell’album soffre enormemente del dilazionamento di una chiusura che non arriva mai in modo convinto, preferendo nascondersi finché possibile dietro assoli schizofrenici, ripetizioni superflue e variazioni improbabili. I Metallica sembrano ancora dotati di un genuino talento, ma assolutamente incapaci, ormai da anni seppur in misura diversa, di finalizzarlo. Che sia a causa della poca concentrazione nella pura scrittura musicale, dell’indecisione sulle strade commerciali da battere, della paura di non riuscire mai a ripetersi e soddisfare le enormi attese: per noi non è possibile saperlo. E per certi versi questo non fa che ravvivare le discussioni.

Ce ne saranno di dibattiti, eccome, attorno a “Death Magnetic”. Forse più che mai, perché pezzi debordanti come “All Nightmare Long” e “The Judas Kiss” sono rovinati soltanto da una lunghezza doppia del necessario, difetto insensibile per gli headbanger più incalliti, che si innamoreranno anche di “That Was Just Your Life” e “The End Of The Line”, corpose cavalcate che aggrediscono, stordiscono e impediscono di pensare. A cosa? Alla paura del vuoto? Al timore di completare qualcosa e sottoporlo a giudizio? La risposta non può che arrivare dalle due ballad incluse nella tracklist: i lenti che hanno sempre portato a bordo piscina i riscontri più remunerativi, oggi diventano la vera nemesi. Nel momento di confrontarsi con il proprio passato (“The Unforgiven III”), il braccino diventa ancora più tremolante che in “Reload”, e il troppo peso delle responsabilità (“The Day That Never Comes”) porta alla fuga in un intreccio di assordanti riff e assoli.

Bene o male, bene e male, ne abbiamo parlato. E lo ascolteremo, a volte lo ameremo, ma più spesso lo odieremo per la sua incapacità di farsi amare completamente. “Death Magnetic”, in questo senso, è la rappresentazione migliore dell’inquietudine dei Metallica 2.0.

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