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Il paziente inglese

Il moderno progressive, sulla spinta delle recenti sperimentazioni bretoni, si sta evolvendo verso sonorità tinteggiate di scuro: dark, appunto, come tengono a sottolineare i Metamorphosis.

Il quarto lavoro della band svizzera sembra una prosecuzione di “Pure”, ultima fatica in casa Pendragon. Progressive atmosferico, dunque, più che virtuosistico. Ma, laddove spesso è l’intellettualismo a palesare le maggiori pecche di questo genere, nel caso specifico è la semplicità a costituirne invece il limite principale.

Non possiamo parlare di noia, ma abbiamo l’impressione che la musica, spesso, cada in stagnazione e non riesca a rialzarsi se non grazie a qualche sferzata di chitarra.
Si può, almeno, riconoscere a Jean-Pierre Schenk il merito di essersi affrancato dai riferimenti ai Genesis e (forse un po’ meno) ai Pink Floyd.

Forse sono solo cambiati i termini di paragone. Il fantasma di Steve Wilson, per esempio, si agira nel pentagramma di “Hey Man”, rinvigorendo così la composizione di un fascino dannato e condannato.
Ma per tornare a compiacersi, bisogna premere il tasto Fast-Forward dello stereo. Il che, purtroppo, aggiunge al costo del cd anche quello delle batterie del telecomando.

Siamo contrari al razzismo, ma dagli svizzeri non ci potevamo aspettare nulla di ché, soprattutto in ambito progressive. Quindi, fermo restando il contributo della band alla musica nazionale, preferiamo collocare i Metamorphosis come i primi degli ultimi.

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