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  • Methadrone: Sterility

    Methadrone

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Droga in bassa frequenza

Tracciare un filo logico che dal death degli Incantation arriva fino alle divagazioni dark atmosferiche dei Lycia non è un’impresa facile. Sarebbe anche curioso conoscere il percorso artistico/umano che porta un musicista ad una trasformazione così radicale. Domande a cui potrebbe rispondere Craig Pillard. I suoi trascorsi di deathster si sono evoluti nelle più raffinate e catacombali atmosfere degli Evoken per approdare, infine, a questi Methadrone, i quali nel qui presente “Sterility” si avvalgono della collaborazione di David Galas, tastierista dei sopraccitati Lycia. E così il cerchio si chiude e ci si ritrova per le mani questi 8 pezzi pericolosamente in bilico tra ambient/doom/drone senza per questo finire in nessuna delle presenti categorie.

Se avete presente gli Jesu di Justin Broadrick o gli ottimi Nadja avete più o meno chiaro come sia possibile coniugare partiture ambient/elettroniche con un approccio musicale che non tralascia del tutto la forma canzone, pur sfilacciata, riverberata e trascinata alle estreme conseguenze.
Questi Methadrone si inseriscono a grandi linee in questo filone e, pur creando pattern musicali interessanti e ipnotici, dimostrano di non avere ancora pieno controllo sulle derive della loro musica.

La struttura di quasi tutti i pezzi è basata su basso e chitarra, effettati al punto di creare melodie, echi e sovrapposizioni di suoni affascinanti; ambientazioni crepuscolari e fredde anticipate dalla plumbea copertina del disco.
Il problema è la staticità, il tedioso e instancabile ripetersi di quelle stesse partiture, quasi intercambiabili tra i pezzi, che rendono l’esperienza dell’ascolto sfibrante. L’interesse iniziale sfuma in insofferenza quando ci si accorge che nessun brano presenta un’evoluzione che si possa definire tale, collassando inesorabilmente su se stesso. Durante lo scorrere dei primi sette brani è solo la voce di David Galas a rappresentare un diversivo comparendo in due brani, “Self Relinquishment” e “Continuum Of Decline”. Davvero troppo poco.

Solo l’ultima traccia osa qualcosa in più: “Final Transmission” è più dinamica, elettrica e vibrante di tutti i pezzi precedenti pur durando la bellezza di 17 minuti. Riemerge lo spettro degli Evoken, i suoni si fanno più spessi e carichi, chitarra e basso creano intrecci in grado di riempire lo spazio tirando fuori un piccolo gioiello sonoro a spasso per territori ambient e doom.
C’è da augurarsi che, qualora i Methadrone siano ancora in cerca di un percorso musicale stabile, quest’ultimo brano sia il primo passo di un cammino più concreto.

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