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Mettere l’anti davanti al folk

Se venerdì scorso, tra il pubblico del Viper, c’era qualcuno che non aveva mai visto Adam Green dal vivo e si era fatto un’idea di lui soltanto in base ai suoi dischi solisti, sarà certo rimasto molto sorpreso nel vederlo sfracellare un maiale sul palco dopo nemmeno tre minuti dall’inizio del concerto.

Cerchiamo di spiegarci meglio: i quattro album solisti del giovane newyorkese ci restituiscono l’immagine di un giovane talentuoso, intimista e sfacciato, sempre pronto ad alternare scarni e rapidi brani del più classico folkrock Made in USA a riuscitissime ballate melodiche, cantate con una voce che si è fatta via via più calda ed evocativa nel corso degli anni. Che sorpresa allora, per lo spettatore impreparato, veder piombare sul palco fiorentino un Green tarantolato e sudatissimo già prima di iniziare a cantare, strettissimo giubbetto di pelle rossa sul torso nudo, movenze isteriche e passi di danza assolutamente sconnessi e forsennati. L’argento vivo addosso, e chissà cos’altro in corpo. Il pubblico, che evidentemente ha fatto i compiti a casa, va in brodo di giuggiole e balla sin dal primo istante; e c’è un drappello di fedelissimi in prima fila che ha portato in dono una scultura raffigurante un grosso maiale. Glielo fanno trovare sul palco, e l’ex Moldy Peaches non si fa pregare: canta il primo pezzo a cavalcioni del porco, spezzandogli una zampa col suo peso, e conclude il brano scaraventando a terra la bestia e distruggendola completamente. Pubblico in delirio.

Altro che folk intimista! Green tiene il palco da gran signore, contorcendosi e facendo stage diving ogni due pezzi, per la frustrazione della security locale. E confeziona – eccoci giunti al punto – un gran bello show, ruvido e secco, buffo e potente, veloce e sfacciatamente, svergognatamente rock. Anche su disco, Green ha sempre avuto l’aria di quello che se ne frega: se ne frega se il suo sound non dice niente di nuovo, se i suoi brani da due minuti e mezzo non hanno sonorità trendy, produzioni ipertecnologiche, grandeur da enfant prodige: lui fa il suo bel rock, snocciola riff classici con facilità da schiaffi, punta alla semplicità e fa centro nove volte su dieci. Dal vivo, stessa cosa: rock schietto, pezzi brevi e folgoranti che sul palco vengono suonati a velocità quasi raddoppiata, fino a diventare schegge impazzite da due minuti o meno. E la sua band rispecchia talmente da vicino l’ideale sudato di gruppo rock che non si può non applaudirli fino a spellarsi le mani: le due corpulente coriste nere che fanno le mossette, il chitarrista con cappellaccio e baffoni che batte il tempo col piede, il tastierista capelluto chino e sudante, basso e batteria impavidi e rigorosi; il bassista ha persino le bretelle. Sembrerebbe di essere nel Midwest, se non fosse per Adam che sfascia le aste del microfono e si versa bottigliate d’acqua addosso, il vocione caldo che non vacilla nemmeno mentre si getta tra le braccia della folla adorante.

E alla fine l’effetto è strano, imperdibile: fregandosene di tutto, a tanto così dal’essere un’autoparodia, il giovane Green diventa l’elemento perturbante della sua stessa musica, diviene l’anti del suo stesso folk, spaccando maiali e ballando scomposto e scoppiando a ridere nel bel mezzo della bellissima e acustica “Friends Of Mine”, della quale si dimentica anche la parole. Ed è forse questo l’unico modo in cui si può ancora dare, oggi, un senso a questi formidabili pezzi iperclassici e scarni: sputandoli in faccia al pubblico così come sono, ma al tempo stesso destabilizzandoli sottilmente dall’interno.
Parafrasando uno dei brani in scaletta, “Pay The Toll”, uno striscione del pubblico recitava: How many drugs does it take to get you out of our minds, Adam?

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