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Mettiamo il writer in “songwriter”

JEFF: scusate se abbiamo fatto questa canzone intitolata “The Upside-down Cross” e prima abbiamo parlato male delle suore, dopotutto siamo in un convento
JACK: pensavo fossimo in un ostello della gioventù
JEFF: convento E ostello della gioventù, è così che andava nel Medioevo.

La chitarra di Jeffrey Lewis è come quella valigie ricoperte di adesivi, con la sola differenza che: è una chitarra. Forza delle similitudini.
Da ogni angolazione la si guardi, si viene investiti dai segni del tempo di loghi e ritagli che si sovrappongono ad adesivi di ricordi più vecchi. La musica di Jeffrey Lewis parla soprattutto di memoria, ma non è questo il punto.

Il cantautore newyorkese si fa accompagnare nei suoi tour interminabili dall’altrettanto talentuoso fratello Jack Lewis (basso, voce, tastiera), e dal buon batterista David Beauchamp, che ha un rapporto privilegiato con i piatti.
Un tempo associato alla scena anti-folk e ora, più sensatamente, visto come un cane sciolto, Jeffrey Lewis andrebbe innanzitutto visto come fumettista, o meglio ancora come artista tout court.
Ironicamente appropriata, dunque, la cornice della Sala Vanni che, a un letterale passo dalla Cappella Brancacci in Santa Maria del Carmine, ospita un affresco di Giovan Battista Vanni. Se non ci siete andati, andateci. Se ci siete andati, tornateci. Mi dicono che ci fanno i concerti.

Il concerto: se ci siete andati, tornateci. I due fratelli mettono in piedi uno show che, se si volesse essere volgari, si potrebbe definire happening.
Partiamo dal pezzo forte dei concerti di Lewis, ovvero quelli che lui chiama «low budget videos»: grandi quaderni illustrati di cui mostra ogni pagina narrando, con la sua voce cantilenante e ginsberg-iana, le storie di cui parlano.
Ci sono vecchi successi come la favoletta di Jeffrey Lewis che si imbatte in una mano mozzata e in un bus di suore insegnanti di catechismo e in (SPOILER) un mostro che mangia (anche) le suore; l’acclamatissima nonché educativa Storia del Comunismo Parte Terza; l’orecchiabile storia del terrore THE CREEPING BRAIN, su un cervello vivente che si ingrandisce tantissimo; un albo quasi intonso con la trionfale ed inedita STORIA DELLA CRISI DEI MISSILI DI CUBA. Capito?! Che splendore.
E in effetti, uno dei fattori che più colpiscono del cantautorato di Jeff Lewis è la sua inesauribile capacità di sviscerare trovate linguistiche e narrative sempre originali, con una tensione verso l’ironia e l’understatement che lo rendono il genio non spocchioso che in effetti è.

Si lancia in dialoghi lunghissimi, forse non improvvisati ma ugualmente appropriati, con il fratello: dal testare la scivolosità del palco al cambiare di colpo la scaletta perché «sarebbe la quarta canzone di fila con i fischiettii».

Non inganni il fatto che non si sia parlato della musica fino ad ora -Jeffrey Lewis sarà pure un genio letterario, ma dal vivo dimostra di non sapere soltanto scrivere canzoni con il sol e con il re: si lancia in assoli estremi in cui raggiunge una sorta di trance, calca la mano nella coda audace di “Roll Bus Roll”, fa ciò che su disco cerca sempre di moderare: il disordine.
Il suo set è contornato da strumentali d’effetto in cui domina la scena, al pari del fratello, Jack Lewis, con la sua scrittura tormentata e cervellotica, così complementare ed ottima per il palco.
Si attinge a un repertorio non troppo attento all’ultimo album “‘Em Are I”, con pezzi mai invecchiati come “Alphabet” e “Don’t Let The Record Label Take You Out To Lunch”, e la cover dei Crass “End Result”, dal suo album di cover dei Crass.
Che si tratti delle ballate più filosofiche o degli sfoghi punk cui Jeffrey Lewis nel corso degli anni è sempre rimasto fedele, ciò che non viene mai meno, e di tanto in tanto spaventa piacevolmente, è la grazia che distingue questo gruppo di persone vestite con le magliette delle band e con un po’ meno capelli rispetto a un tempo, la grazia nello scherzare sul fatto di avere meno capelli rispetto a un tempo.
La grazia nel rendersi conto lucidamente che anche se ci decomponiamo giorno dopo giorno, anche se la vita fa schifo, non è certo la cosa peggiore che ci possa accadere.

A concerto concluso, sulla soglia della Sala Vanni un tale grida a Jeffrey Lewis in fiorentino: «grazie, congratulazioni, da domani mi metto a imparare l’inglese».

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