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Miavagadilania: Contro

Dopo un anno di stop i Miavagadilania tornano su un palco e scelgono di esibirsi in quel di Crema, in un contesto di arte chiamato Art Shot dove, oltre alla musica live, si può trovare una galleria con quadri, foto e altri oggetti che cercano di mantenere un briciolo di cultura tra i ragazzi d’oggi. Anche i Miavagadilania potrebbero essere qualcosa di prezioso da esporre, sia per la musica che creano sia per i loro ideali. Dopo il concerto, incontro i tre personaggi che costituiscono questo progetto. Sugli scalini del vecchio mercato della città di Crema inizia l’intervista.

I vostri testi e la vostra musicalità toccano momenti spesso cupi e tetri. Da dove prendete l’ispirazione per creare le vostre canzoni?
Claudio
: In generale sicuramente si parte da un vissuto personale. Per quanto riguarda i testi e le parole, ci sono dei risvolti abbastanza intimi. Ho sempre scritto e letto poesie su poesie, praticamente plagio me stesso perché le cose scritte in passato le rielaboro, metricamente parlando, per farle diventare un testo di una canzone. Poi per la musicalità, tutto dipende dalla nostra passione per le atmosfere malinconiche alla Radiohead, per noi è come una droga che ci accompagna fin dalla adolescenza. Nel nostro caso nasce prima la melodia e poi nettamente dopo arriva il testo.

Quello che le vostre canzoni trasmettono è qualcosa che appartiene più alla sfera dell’essere, in contrasto a quella dell’apparire che va per la maggiore in questa società odierna.
C: Questo è un problema, soprattutto a Milano: anche se è molto variegata come città, c’è una tendenza al superficiale che fa impressione. A noi dell’apparire non frega niente. Ci sono gruppi del nostro livello che la prima cosa a cui pensano è come vestirsi, il cappellino, la pettinatura, la maglietta, la scarpa… E porca puttana!
Luca: Qui a Crema, cittadina più piccola si sente ancora di più questa sensazione. La gente in provincia, per esempio, preferisce vedere un live di una cover band piuttosto che un gruppo normale. Nel nostro piccolo cerchiamo di fare qualcosa.
C: Del resto l’Italia musicale rispecchia l’Italia in generale. Noi spesso veniamo criticati per il nostro essere un minimo anni ’90, ma in quel periodo era tutto diverso. La propaganda della musica di oggi è estremamente superficiale. Internet genera una situazione di ascolto facile ma complicata; senti di tutto ma non si va nella profondità della musica, insomma, è un disastro. Dieci anni fa c’era un movimento alternativo che si teneva stretta la sua appartenenza, ora è tutto mischiato. Si fatica a trovare un pubblico di riferimento perché il ragazzo alternativo di oggi è cresciuto a pane e Mtv e pensa che i Sum 41 sia un gruppo punk o che i Linkin Park è un gruppo alternativo.

La vostra esperienza nella jungla delle etichette e nel mondo musicale in genere?
Elena
: La nostra esperienza con le etichette è stata molto infelice, per non dire disastrosa. La situazione attuale vede una miriade di gruppi e pochissime realtà discografiche valide. Di conseguenza alcune etichette se ne approfittano. Il meccanismo purtroppo è molto sbilanciato, i gruppi sono comunque costretti ad autofinanziarsi e l’etichetta, una volta ottenuti i soldi che di solito vengono percepiti in qualità di produttore e studio, se ne lava completamente le mani. Ancora di più se si verificano imprevisti. Nel nostro caso purtroppo siamo stati fermi quasi due anni perché avevamo in ballo un contratto con un’etichetta indipendente, la quale però non era stata in grado di registrarci un disco che potesse definirsi tale, a causa di una serie di problemi tecnici che si è preferito non risolvere. Per una serie di congiunture negative ci siamo ritrovati con un contratto firmato, con dei soldi spesi, ma con in mano nessun disco. Abbiamo dovuto rimediare al danno da soli e una volta venuto il momento di far uscire il disco l’etichetta non ha fatto altro che metterci i bastoni tra le ruote, continuando a posticipare l’uscita e obbligandoci a firmare un contratto di edizioni in cui pretendeva di avere tutti i diritti senza che fossero specificati i suoi doveri. Insomma, il problema delle etichette indipendenti è che ragionano come delle major senza però averne i mezzi. Alla fine abbiamo deciso di uscire come autoproduzione perché ci sembrava insensato e alquanto anacronistico cedere le nostre canzoni e la nostra libertà di utilizzarle come vogliamo, anche se la decisione non è stata affatto facile.
Con questo non voglio dire che le etichette indipendenti non hanno senso, ma se non c’è passione ed entusiasmo, se non c’è un progetto o una visione in comune, allora non vedo nessun valore aggiunto rispetto a quello che si potrebbe fare da soli.

Che musica ascoltano i Miavagadilania? Qual è l’ultimo CD che avete comprato?
L: Io sto ascoltando l’ultimo di Battiato e dei Massive Attack. Poi da sempre i Tool, Radiohead e Marlene Kuntz.
E: L’ultimo CD che ho comprato e quello di Lisa Germano, poi l’altro giorno ascoltavo un po’ gli Interpol.
C: Il nostro pane quotidiano sono i Massimo Volume. Poi l’ultimo di Vinicio Capossela è straordinario, come del resto il CD “Anima Latina” di Battisti. Un gruppo che proprio ci ammazza nel senso positivo sono i Blonde Redhead… La loro vena malinconica è straordinaria.

Il tempo per le domande finisce. Il vecchio mercato si affaccia sulla piazza che ospita il teatro S. Domenico, dove tra l’altro si è appena concluso il concerto di Loredana Errore, un’altra creatura di Maria De Filippi. È come se le forze della musica alternativa e di quella commerciale per una sera si siano scontrate in questa piazza. A volte non è importante vincere, poi la vittoria è solamente un punto di vista. Mentre torniamo verso la sede dell’Art Shot i Miavagadilania mi confidano che per loro, l’emozione più bella sono i piccoli risultati, i piccoli giudizi positivi fatti da gente non per forza deve essere conosciuta. Allora spengo il mio registratore e con tutto il cuore porgo i miei complimenti per la loro musica.

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