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Michael Bublé: Tutto il suo amore

Lo scorso sabato Michael Bublé è tornato ad incontrare la stampa a Roma per presentare il suo sesto album,” To Be Loved”, nei negozi dal 16 aprile. Noi di Loudvision c’eravamo, e vi raccontiamo l’accaduto.

Al suo ingresso in sala la star canadese è rilassata e sorridente, e col suo (direi ormai proverbiale) modo di fare al contempo divertente e rispettoso, sa accattivarsi la benevolenza degli astanti: apre infatti le danze dichiarando di apprezzare la presenza così numerosa di giornalisti, “mi fate sentire importante!“. Ringrazia, un cenno di saluto ai conoscenti, e iniziano le domande.

Recentemente nella tua vita familiare c’è stato un lutto, ma anche la notizia della tua imminente paternità. Che impatto hanno avuto questi eventi?
La morte di zio Butch è stata dura. Come alcuni di voi sapranno lui e il fratello, mio nonno Mitch, sono venuti ovunque con me, erano inseparabili; i Sunshine boys, li chiamavamo. Per mio nonno la morte del fratello minore è stato un colpo durissimo mentalmente e fisicamente, e dunque la gravidanza di mia moglie l’ha risollevato incredibilmente. Ora sta alla grande! Stiamo tutti bene.

Ascoltando questo cd, per il quale hai collaborato solo con Bob Rock, si apprezza una notevole differenza rispetto ai precedenti. Vuoi dirci qualcosa al riguardo?
Questo è il mio sesto album da studio, se mi fossi ripetuto sarebbe stato non solo noioso per me ma anche tedioso per voi. Sento di essere cresciuto molto e quindi di essermi guadagnato l’opportunità di realizzare l’album che volevo e che fosse mio. L’unico modo per farlo era lavorare con Bob Rock, perché siamo entrambi sciolti, ci interessa più la vibe che non la perfezione, ed è difficile trovare un produttore che sappia lasciarsi andare così, che permetta tanta libertà in studio, facendo cose dal vivo e correre dei rischi. È il tipo più figo che conosco.
Non sono mai stato così insicuro dell’esito commerciale di un mio album, eppure so che è il mio lavoro migliore. La verità è… che sto per diventare padre. Quando mia moglie mi ha annunciato di essere incinta, mi ha reso coraggioso, perché per quanto ami la mia musica e ne sia appassionato, non mi sono preoccupato dell’accoglienza della critica, né di come sarebbe andato sul mercato. Il mio solo pensiero consisteva nel fare un bellissimo album e godermi la vita.

Raccontaci della collaborazione con Reese Whiterspoon, che ci incuriosisce molto. Hai detto che sogni un giorno di cantare con lei sul palco.
L’ho ammirata moltissimo in “Quando L’Amore Brucia l’Anima”, non solo per il suo ritratto di June Carter, ma proprio per la sua voce, che ho amato e sapevo che insieme alla mia avrebbe funzionato alla grande. Il duetto che cantiamo, “Something Stupid”, reso celebre da Frank e Nancy Sinatra, è uno dei miei preferiti di sempre. Ho voluto reinterpretarlo con un pizzico di modernità: abbiamo chiamato i Dap Kings e l’abbiamo registrata su nastro, alla vecchia maniera. Il risultato è ottimo! È la mia seconda canzone preferita del cd, e anche lei ne è entusiasta: mi ha detto che lo considera uno dei cinque momenti clou della sua carriera.

Prima hai accennato a Bob Rock, dunque è il primo disco senza David Foster, che si è solo limitato a firmare una canzone importante (il duetto con Adams). Come ha presto questa esclusione, lui che è la figura che ti ha lanciato nel mondo della musica?
David è mio fratello, ma ha un suo modo di produrre, assolutamente controllato e perfezionista. È un genio, tutto deve essere assolutamente inappuntabile: il tono, il tempo, i cori, gli archi… non gli sfugge nulla, rileva all’istante ogni impurità come una macchina, un genio matematico. Ma io ascolto la musica in maniera diversa, la percepisco [“I feel it”]. Per me era davvero meno importante avere la perfezione e ottenere piuttosto l’emozione, la vibrazione, come per Bob. E David l’ha capito: non si è trattato di abbandonarlo ma di aver capito entrambi che era il momento di separarci. Già durante la registrazione di “Christmas”, ho collaborato su metà delle canzoni con David e metà con Bob, e ho amato lo stile di Bob. Forse lui non sarà il genio matematico, ma lo è per il modo in cui sente le cose dal cuore. Quando lavoravamo su “Christmas” chiesi a David se avesse voluto aiutarmi a registrare come i miei idoli, dal vivo con i microfoni dal pavimento, come i dischi della Motown, con tutti gli errori. Lui in quel caso disse: “Ok, facciamolo stavolta, perché ti voglio bene, ma non lo farò mai più, ho bisogno di poter controllare ogni elemento”. E per questo cd non mi andava bene. Bob con me ha agito come faceva con i Metallica, ovvero lasciandomi cantare con la band, e poi registrando di nuovo solo la mia traccia vocale. Eppure ogni volta abbiamo finito per utilizzare sempre quella prima incisione live. Insomma avete mai visto Il Grande Lebowsky? Beh Bob è Il Drugo.

Quando vi ho incontrato la prima volta dieci anni fa ero solo un ragazzino, stavo imparando, cercando di trovare me stesso, lottavo per la mia carriera, per guadagnarmi il rispetto e provare a tutti di essere un artista. Ora invece sono un uomo adulto, e lo sento. Sono sicuro di me stesso come artista e contento di me come essere umano, e davvero mi sento di meritare di fare questo album. Scrivo e canto le canzoni da uomo, perché ne ho passate di tutti i colori: ho ferito qualcuno e il mio cuore è stato spezzato, per cui ora posso davvero iniziare a creare grande musica. Ho solo meno capelli.
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Giorni fa stavi presentando il cd in un programma britannico in cui cantavi al pancione di alcune signore nel pubblico, e hai raccontato un aneddoto riguardo tua moglie…
Mia moglie ha un gran senso dell’umorismo molto asciutto. Lei era incinta di due mesi ed io… beh io non ho mai avuto un bambino, non sapevo nulla al riguardo! Lei mi ha detto: “Sai amore, lui può sentirti, canta qualcosa”. Io l’ho trovato così romantico! Mi sono avvicinato all’addome e ho improvvisato una canzone e lei ha riso: “Sei proprio scemo, ha due mesi, non ha ancora le orecchie!”.

Qual è stato il tuo rapporto con Bryan Adams, come è andato l’incontro? E ricordando l’esilarante imitazione che facesti anni fa di Leonard Cohen, sapresti fare altrettanto per Adams?
Non ho quella voce roca di Bryan!
Io e lui abbiamo lo stesso manager, Bruce Allen. Rispettivamente, quando abbiamo iniziato a lavorare con lui, Bryan aveva 17 anni, io 25 .. per me è un fratellastro, siamo molto vicini. È un idolo, mi ha ispirato: veniva dalla mia stessa città ed è diventato una star internazionale, e poi la sua voce.. l’amavo. Mi piacerebbe saper cantare come lui. E quel giorno che abbiamo registrato è stato divertente: mentre cantavamo insieme era tutto normale, ma quando io cantavo le mie parti da solo, mi ha fatto diventare matto, perché scattava foto in continuazione! Non saprei se la sua più grande passione sia ormai la musica o la fotografia!

Poco fa ci hai ricordato che sono passati 10 anni dal tuo esordio, mi chiedo se la rottura con Foster e la nuova libertà siano sintomo di una volontà di uscire dalla pressione del sistema e gestire la tua carriera e la tua vita con più tranquillità .
In realtà sono sempre stato io il primo a mettermi sotto pressione, e crescendo non ho perso questo fuoco che mi brucia dentro. La verità è che credo di essere appena diventato molto più fiducioso del mio istinto. Se chiedete a David Foster, vi dirà che probabilmente non c’è un altro artista tra quelli con cui lavora che sappia con altrettanta sicurezza quello che vuole, e non in maniera egotistica, ma riguardo a ciò sono, ciò che amo e ciò che posso fare. Ascoltate, io sono ancora affamato, e non ce l’ho fatta ancora, non sono arrivato al punto in cui so di poter giungere. Credo di poter conquistare ancora più paesi, e farò del mio meglio ma è più importante per me essere un uomo di famiglia che non una grande star. Non voglio essere un film. Continuo a vedere questi biopic di cantanti e attori famosi, ed è sempre la stessa cosa: sono giovani, lottano, diventano famosi, incontrano la donna della loro vita, si sposano, hanno figli ma poi lasciano tutto per inseguire la fama, e solo anni dopo si guardano indietro con rimpianto, desiderando di essere stati più presenti per le loro famiglie. E io non voglio essere quel film, voglio che il mio film sia diverso, voglio entrambe le cose e magari non le otterrò… e in quel caso, pazienza.

Ultimamente hai trascurato un po’ l’Italia… pensi di tornare presto da noi?
Non è mai stata mia intenzione tralasciare l’Italia. Se l’ho fatto me ne scuso, ma ammetto che è difficile incastrare tutti gli impegni e tornare ovunque spesso, con tour che toccano 44 paesi e solo 365 giorni all’anno. Per questo stavolta invece di tanti concerti sparsi ho deciso per 10 date a Londra, alla O2 Arena, in 3 settimane. Mi capita spesso di cambiare il programma del tour (e questo fa impazzire il mio entourage) per poter stare più tempo con mia moglie: lei è una splendida attrice di successo, e anche la sua carriera è importante per entrambi, il che significa a volte lasciare da parte i miei progetti per seguirla. In effetti ho vissuto qui in Italia con lei per più di tre mesi, tra Roma e Trento. È una cosa importante, da noi si dice “Happy wife, happy life”.

Sei al corrente delle vicissitudini politico-sociali del nostro paese? Qual è la tua opinione al riguardo e quale l’immagine che diamo all’estero?
Certamente so quello che succede, non solo in Italia ma in Europa, e mi affascina moltissimo. Ho opinioni molto precise al riguardo, come anche per la politica americana, e se mai un giorno capitiamo a cena insieme, ne parleremo. Perché secondo me il primo compito di un artista è fare arte, senza immischiarsi in questioni del genere. Se un artista vuole diffondere la sua opinione politica, che faccia il politico, non entrambe le cose. I politici non parlano di musica.

In questo album ci sono solo 4 originali, pensi che ne pubblicherai mai uno interamente composto da te?
In realtà ho scritto 6 canzoni, le altre due usciranno come bonus track successivamente. Ma io AMO il grande repertorio americano, lo faccio da quando avevo 11 anni, è sempre stato molto vero per me, e cercherò sempre il connubio di splendide cover e originali.

È ora di andare via, deve andare agli studi Rai per una diretta in serata, ma quando qualcuno cerca di fare altre domande fa tacere le proteste degli organizzatori e risponde, anzi canta la risposta, ovvero la sua canzone preferita del cd “Come Dance With Me”, e coglie l’occasione, prima che noi stessi ci congediamo, di ringraziarci tutti ancora una volta: “So che avreste preferito interviste personali e soprattutto che per un giornalista è facile essere cinico, perché sarò probabilmente il centesimo artista che nelle ultime due settimane si presenta di fronte a voi proclamando ‘questo è il mio cd/film migliore’, lo diciamo tutti.. ma la verità è che io non credo di doverlo pubblicizzare. Ascoltatelo, e giudicherete voi stessi“.

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