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  • Michael Kiske: Instant Clarity

    Michael Kiske

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Incompreso?

Su Michael Kiske è stato detto tutto e il contrario di tutto, nel bene e nel male, nella buona come nella cattiva sorte. Tra sostenitori e detrattori, dopo lo split con gli Helloween l’argomento principale è sempre stato il basso grado di interesse che il metal di un tempo ha esercitato sul cantante e la relativa nostalgia di chi invece, ci era ancora affezionato. Potrà apparire strano, in mezzo alla selva di sproloqui, realizzare quanta poca considerazione sia stata riservata alla musica che questo storico cantante ha regalato alle grinfie di un mercato smemorato, da metà anni ’90 in poi. Tutto ciò non per mancanza di qualità, almeno non completamente, perché Michael, pe gli amici Michi, ha saputo regalare momenti di valore assoluto anche senza un monicker importante (tale anche per merito suo) sotto il quale ripararsi, ad iniziare proprio dal primo passo di quest’avventura, “Instant Clarity”.
Lasciato il metal laddove lo si era trovato, Kiske debutta da solista nel 1996, tre anni dopo un album in un primo momento sottovalutato come “Chameleon”. Inizia qui un’era di poche certezze, tanti guai e una mole ancor maggiore di punti interrogativi, un’epoca e una nuova carriera che si aprono con un disco che rappresenta la prosecuzione logica, sicuro influenzata dalle sonorità di moda nei 90ies, del discorso artistico incominciato nella precedente release delle zucche di Amburgo, quest’ultima però, a conti fatti, può contare su un manipolo di canzoni che seppure piuttosto slegate tra loro, sono capaci di livelli qualitativi che “Instant Clarity” non sempre riesce a raggiunge. Ciò non esclude però il fatto che alcune perle, di quelle davvero pregiate, sia comunque in grado di offrirle, a cominciare dai frutti delle collaborazioni con Adrian Smith e Kai Hansen. I due, oltre a sciorinare ottimi assoli in un paio di tracce, firmano insieme a Michael anche “The Calling” (Adrian) e “New Horizons” (Adrian e Kai insieme), guarda caso proprio le song più dinamiche e classicheggianti del disco: lontane dal power metal, la prima è più un hard rock riletto con sensibilità metal, mentre la seconda si presenta come un più canonico brano metal, con gli angoli però smussati.
Ci si ritaglia uno spazio per ricordare Ingo Schwichtenberg con un altro highlight, “Always” (per la quale esiste pure un video), una piano ballad commovente che dimostra, a scanso di equivoci, tutte le qualità d’interprete di Michael anche nei momenti più soffusi e malinconici. Troviamo poi la conclusiva “Do I Remember A Life?”, una canzone sulla scia di “Longing” (da “Chameleon”), che di quest’ultima ripropone intensità artistica e vena poetica, rivelandosi non solo come il miglior pezzo del disco ma anche come uno dei migliori dell’intera carriera del tedesco, con o senza Helloween.
Tutto il resto si muove su sentieri rock dalla cospicua venatura acustica, appena velato di grunge, qualche spruzzatina pop, il tutto arricchito da melodie dolci e a presa rapida. Arrivano con queste coordinate pezzi come “Somebody Somewhere” o “Thanx A Lot” (il solo qui è di Hansen), mentre da lidi easy quasi beatlesiani arriva “Time’s Passing By” (…). Echi di Pearl Jam su “Burned Out”, grintoso 90ies rock e solo di Adrian Smith per “Hunted”.
La sterzata stilistica che il cantante opera con questo disco appare ancora più marcata rispetto a quanto fatto con gli ultimi dischi da pumpkin-head, e forse questo può aver dato fastidio a qualcuno. Certo “Instant Clarity” non è un capolavoro a tutto tondo, alcune componenti del meccanismo sarebbero da rivedere, ma è un’opera che chiede semplicemente un po’ di spazio per poter dire quanto ha da dire – uno spazio troppo spesso negato solo per pregiudizio.

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