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Milanese Democracy

Seconda edizione consecutiva del Gods Of Metal nella new location meneghina preferita dalle più importanti manifestazioni estive, l’area fiera di Rho.

Quest’anno la Livenation ha fatto le cose in grande offrendo un festival di ben 4 giorni, da giovedì a domenica, contro l’unica giornata infrasettimanale dell’anno scorso. Probabilmente incoraggiata proprio dai buoni risultati ottenuti con tale edizione nel 2011.

Ahimè, però, l’immensa distesa d’asfalto rovente è piuttosto deserta nel primo pomeriggio della seconda giornata di festival, con prevendite che oscillano attorno alle 5000 unità paganti. Tale cifra crescerà notevolmente con l’incedere del giorno, ma il pienone sarà comunque ben lontano a venire, nonostante i Guns N’Roses siano gli headliner di questo venerdì.

Nella tarda mattinata, il gradito ritorno degli Ugly Kid Joe è salutato con entusiasmo dagli hard rocker nostalgici dei primi nineties presenti, che difatti si precipitano anche al meet & greet con tale band, poche ore più tardi. Peccato che Whitfield Crane e soci però umanamente siano sembrati un po’ freddini e distaccati.

Ma passata la breve parentesi Soulfly, è con i giovani e promettenti Rival Sons dalla assolata California che la giornata entra nel vivo. Il metal non esiste affatto in questo frangente, in quanto la band si dedica anima e corpo a sonorità tardi 60’s, primi 70’s nella migliore tradizione di Led Zeppelin, Free ed Hendrix, ma l’energia scorre a fiumi.

Concerto bellissimo e trascinante, caldo come il sole impietoso, che ci riporta ai grandi festival americani di 40 anni fa, quando questi suoni muovevano i primi roboanti passi. Assolutamente da tenere d’occhio. “Soul” forse il momento migliore della breve esibizione.
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Rimaniamo in territori legati al rock blues americano con i robustissimi Black Stone Cherry, i quali risultano essere uno dei nomi più attesi di oggi. Il quartetto non si fa certo pregare per riversare una bella dose di potentissimo hard rock sull’audience. Ancor più che su disco, dal vivo la band del corpulento Chris Robertson si rivela essere una specie di versione più fresca, varia e meno statica dei Black Label Society, che iniziano a mostrare decisamente la corda.

Il vocione rauco di Chris ben si sposa con i chitarroni ribassati e sporchi e Milano tributa la giusta dose di sudore e passione al suono bollente che esce impietoso dall’impianto, urlando a più non posso “Blind Man” insieme al gruppo.

Nel frattempo Frank Ferrer, batterista dei Guns N’Roses si aggira per l’area fiera accompagnato da un’avvenente fanciulla che lo marca stretto. Non nega strette di mano e due chiacchiere con i fan che riescono ad intercettarlo prima che venga trascinato verso l’ampia area backstage.

On stage intanto è tempo di aprire le danze per i Killswitch Engage. La metalcore band del Massachussetts ha dovuto subire pochi mesi fa l’abbandono di una pedina importantissima per la propria scacchiera sonora. Quell’Howard Jones che ha portato la band al successo dopo il primo album grazie ad una voce decisamente di spessore e qualità, infatti, ha abbandonato il gruppo pare per motivi di salute, venendo sostituito da colui che lo aveva in effetti anche preceduto.

Jesse Leach, il vecchio / nuovo screamer, non riesce a far passare in secondo piano l’assenza di Howard, premendo si sul pedale dell’aggressività profusa, ma perdendo tutte le sfumature tecniche e di feeling che Jones sapeva infondere con maestria. La cover di “Holy Diver” ne è un valido esempio.

A prescindere da questo aspetto, in ogni caso, la band suona compatta e decisa ed il chitarrista Adam Dutkiewicz delizia come al solito con le sue buffissime corsettine a tutto palco.
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Ma ecco il primo vero assaggio di stardom della giornata!! La band di Sebastian Bach è già schierata sul palco e pronta all’attacco, mentre l’ex Skid Row è preceduto da racconti di bizzosi episodi backstage nei confronti dei pochi fan che sono riusciti ad avvicinarlo. Parte la bordata del riff di “Slave To The Grind” ed il biondo Seb arriva al microfono correndo… in netto ritardo sull’inizio del testo!!

Dopo qualche violenta roteata del microfono di troppo, questo parte e si disintegra, lasciando il singer con un palmo di naso ed un cavo morto in mano. La band si ferma, Bach diventa isterico e fuckeggia qua e la, il tutto viene sistemato e “Slave To The Grind” inizia nuovamente.

Poco male, il pubblico sorride e perdona la mutilazione, la band suona solida e decisamente metal e dopo i primi due o tre pezzi di riscaldamento gracchiante, il singer ridiventa il Sebastian che tutti conosciamo e che amavamo sui primi fondamentali dischi degli Skids.

Album peraltro dai quali viene estratto materiale per un buon 80% dello show odierno. Le ragazzine urlano come ai bei tempi pre-botox, massicce dosi di delay aiutano gli acuti ed i sostenuti più lunghi ma l’esuberante ex idolo delle teenager in fregola se la cava comunque in modo del tutto egregio.
Divertente il siparietto con stentato discorso d’obbligo in italiano. Bach è ancora un grande intrattenitore e la gente è ammaliata.

Ogni festival che si rispetti ha però naturalmente il suo momento no. Oggi tale momento si chiama Within Temptation. La band è totalmente fuori posto in un contesto in linea di massima rockeggiante come quello proposto oggi ed ancora più grave, si presenta con una posizione nella bill scandalosamente alta.

Impossibile giustificare tale scelta e quindi, conseguentemente, una tracklist terribilmente lunga e di una noia fuori dal comune. Neppure i suoni si salvano, regalandoci un impasto di chitarre zanzarose al limite del fastidioso e tonnellate di tastiere e basi che vanno a coprire ogni cosa. Anche la voce della pur brava Sharon risulta priva di mordente ed a lungo andare stancante. Decisamente uno show ed un momento da dimenticare.
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Inevitabilmente, a questo punto, gli occhi sono tutti puntati su una delle più grandi band di tutti i tempi, i GUNS N’ ROSES che vanno a chiudere questa seconda giornata del Gods. Possono piacere o meno, il nuovo percorso può essere sempre oggetto di dibattito, il carattere di Axl Rose può essere una trovata pubblicitaria come essere anche peggio di ciò che si sente in giro, ma di fatto rimane uno dei pochi personaggi ancora in grado di trasmettere un’atmosfera da evento ogni volta che fa alcunché. In bene ed in male.

Dopo una ventina di minuti di ritardo sulla tabella di marcia infatti iniziano a serpeggiare i primi vagiti di panico tra la gente.
“Salirà sul palco?”, “Farà i capricci?”, “Avrà fatto la popò e l’avrà fatta leggere al suo veggente come i fondi di caffè?”. Pettegolezzi e sospetti si rincorrono senza controllo fino a quando l’intro che precede “Chinese Democracy” scatena il putiferio.

Ed eccoli i nuovi amati / odiati Guns in un tripudio di luci ed esplosioni ad intonare la title track dell’Odissea dei giorni nostri, con buona pace della Cina. Axl appare da subito in ottima forma e particolarmente di buon umore, nonostante rispetto ai tempi delle duplici illusioni parli pochissimo tra i vari brani.

La numerosa line-up sciorina con professionale naturalezza grandi classici e brani più recenti con energia ed una obbiettiva capacità tecnica notevole. Lo show è coinvolgente, nonostante indulga un po’ troppo in assoli personali dei musicisti coinvolti.

Richard Fortus e Ron Thal sono chitarristi eccezionali mentre Dj Ashba, solitamente ottimo in contesti estranei al mondo GN’R, sembra essere un po’ l’anello debole del lotto nel suo costante tentativo di fondere il suo stile con quello più famigliare di Slash. Dizzy Reed omaggia gli Who con una versione strumentale pianistica di “Baba O’Riley” ad introdurre “Street Of Dreams”, mentre tutta la band esegue una magistrale versione quasi accennata di “Another Brick In The Wall” prima di lasciare Axl all’intro pianistica da mille ed una notte di “November Rain”.

Rose si risparmia in qualche brano, ma risulta comunque convincente e tagliente come suo solito. La formidabile base fornita da Ferrer e Stinson non sbaglia un colpo e la band ci delizia con uno show di oltre 3 ore, il che non è assolutamente poco. Sul finire dell’esibizione l’amico Sebastian Bach torna onstage per un duetto su “My Michelle” e con l’inno “Paradise City” Axl manda tutti a casa ben oltre l’una di notte, con bacini e bacetti e raccomandazioni sulla prudenza al volante come un buon vecchio zio.

Con gli ultimi botti e le stelle filanti colorate ancora a mezz’aria, pubblico e scribacchini si avviano all’uscita. Bisogna ricaricare le batterie in fretta poiché poche ore ci separano da un nuovo rovente metal day domani..

GUNS N’ ROSES:

Chinese Democracy
Welcome To The Jungle
It’s So Easy
Mr. Brownstone
Sorry
Rocket Queen
Estranged
Better
Guitar Solo – Richard Fortus
Live And Let Die (cover Paul McCartney & Wings)
This I Love
Motivation (Tommy Stinson)
Piano Solo – Dizzy Reed (Baba O’RIley)
Street Of Dreams
You Could Be Mine
Guitar Solo – DJ Ashba
Sweet Child O’ Mine
jam strumentale (Another Brick In The Wall)
Piano Solo – Axl Rose
November Rain
Glad To Be Here (Bumblefoot)
Don’t Cry
Civil War
jam strumentale
Shackler’s Revenge
Whole Lotta Rosie (cover AC/DC)
Knockin’ On Heaven’s Door (cover Bob Dylan)
Nightrain
jam strumentale
Madagascar
Dead Flowers (cover The Rolling Stones)
Used To Love Her
My Michelle (con Sebastian Bach)
Patience
jam strumentale
Paradise City

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