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  • Milano Film Fest 2017 — Manifesto

    Diretto da Julian Rosefeldt

    Data di uscita: 23-10-2017

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Presentato al Sundance e proiettato al Milano Film festival 2017, “Manifesto” dell’artista Julian Rosefeldt nasce come grandiosa installazione multischermo in mostra al Museum für Gegenwart di Berlino nel 2016 e ripresentata un anno dopo al Park Avenue Armory di New York.

Tredici schermi in un unico spazio. Tredici scenari contemporanei in cui altrettanti personaggi archetipici – un senzatetto, una giornalista, un’insegnante di danza, un burattinaio, una madre estremamente religiosa, una maestra elementare, ecc. – interpretati da una Cate Blanchett versatile e impeccabile, recitano le dichiarazioni programmatiche di 60 correnti artistiche e politiche, i loro cosiddetti Manifesti.

Dal “Manifesto del Partito comunista” di Karl Marx e Friedrich Engels (1848)  alle “Golden Rules of Filmmaking” di Jim Jarmusch (2002), passando per il Manifesto del Dadaismo di Tristan Tzara (1918), del Futurismo di Marinetti (1909), del Surrealismo di André Breton 81924), di Fluxus  (1963) e di Dogma 95 (1995)…

L’origine dei vari monologhi presenti in “Manifesto” non è mai esplicitata ed è interessante provare a rintracciare di volta in volta quale sia la corrente artistica rappresentata in queste sequenze cariche di simbologie, in cui le immagini sono, spesso, in forte contrasto con la potenza delle parole pronunciate dai personaggi, in scena o fuori campo.

Non si tratta di semplici omaggi. Da parte di Julian Rosefeldt c’è sicuramente la volontà celebrare le diverse modalità espressive umane e la natura multiforme dell’Arte, ma dai singoli segmenti, originariamente proiettati simultaneamente, traspare un sarcasmo tagliente, che può tradursi in una schietta critica all’autoreferenzialità del mondo culturale. Una sorta di caotica Babele, in cui la necessità di esprimere i propri intenti, definire regole, si traduce in un accumulo di parole in grado – forse sì o forse no – di togliere forza al messaggio, di smorzarne l’urgenza.  

Naturalmente questa è solo una interpretazione del lavoro di  Rosefeldt, ma c’è da chiedersi se in questo tipo di riflessioni non si debbano includere le stesse opere d’arte che si propongono di parlare d’arte, analizzarla, sviscerarla, stigmatizzarla o celebrarla. Sopratutto, se al centro dell’analisi critica dell’artista tedesco non ci sia proprio il suo “Manifesto”, con quella particolare ironia che talvolta si fa beffa persino di se stesso (soprattutto nella sequenza sull’arte concettuale ambientata nello studio nel telegiornale e in quella del burattinaio sul surrealismo, che sembra quasi ispirata a “Essere John Malkovich” di Spike Jonze e Charlie Kaufman).

In “Manifesto”, il film, questi singoli cortometraggi di 10 minuti ciascuno vengono montati insieme, cercando di dare loro la forma di un lungometraggio. Questa operazione riesce in parte. Il risultato è un’opera interessantissima dal punto di vista concettuale, ma poco omogenea e non autonoma. “Manifesto” rimane così vincolato al contesto in cui è nato e, probabilmente, l’impatto sensoriale dell’esperienza artistica originale viene qui depotenziato. In ogni caso, se siete interessanti al lavoro di Rosefeldt e non avete avuto occasione di visitare l’installazione, non potete perdere l’occasione di vedere “Manifesto” al cinema.

“Manifesto” di Julian Rosefeldt sarà proiettato nelle sale italiane il 23, 24 e 25 ottobre, distribuito da I Wonder Pictures.

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