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Prog fatto in casa

È interessante ascoltare “Pulse For A Graveheart”, buona seconda prova dei romani Mind Key dopo un inizio di carriera che ha diviso la critica tra i fustigatori del ma questi clonano i Dream Theater! e i sostenitori della massima i pezzi belli sono belli a prescindere dalle somiglianze.

Rispetto al precedente lavoro, è possibile vedere un passo avanti nella ricerca di un sound che sia almeno un filo personale, sebbene le bordate di echi della band di Petrucci e di altre, come gli Shadow Gallery e certi vecchi Masterplan, restino numerose e inarrestabili. Ciò è vero soprattutto nella ricerca della radice che ispira certe ripartenze e i momenti di passaggio tra un tema musicale e l’altro, così come nell’impostazione vocale di Aurelio Fierro jr, che sembra aver scelto Jorn Lande come supremo riferimento artistico. Notevoli anche gli ospiti internazionali che hanno risposto all’appello della band per comparire su questa o su quella traccia: Derek Sherinian, Tom Englund e Reb Beach.

Detto questo, la band suona bene e le canzoni sono belle, prog metal nel senso più caratteristico e noto del termine, ricche di sfaccettature, di tastiere, cambi di tempo e virtuosismi chitarristici. Ma si sa, non basta questo a rendere un disco meritevole dell’acquisto: per fortuna è possibile constatare, dopo alcuni ascolti, che gli intrecci strumentali dei Nostri sono in grado di creare alcune delle atmosfere ariose, aperte e ispirate che ci si aspetta dai praticanti del genere. La lunga “Daed Fame Hunter” ne è un buon esempio.

Un buon disco pieno di spunti, insomma, per una band in piena fase di maturazione. Avanti così .

I Mind Key, a quanto pare, vogliono dimostrarci di essere i migliori nel riproporre una sintesi del prog metal dei grandi nomi. Se è così, obiettivo centrato. Per fortuna, si intravedono le porte aperte per un avanzamento personale della band. Nell’attesa, questo “Pulse For A Graveheart” certo non annoia, anzi.

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Contro

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