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Ministri: Tutti a Mammoth Lakes

Il Bum Bum Festival di Trescore Balneario ha appena aperto i battenti e noi, tra un preparativo e l’altro, siamo piombati sulla scena per fare due chiacchiere coi Ministri.
Ecco cosa ci siamo detti.

Innanzitutto, ci troviamo in una delle ultime date del vostro tour estivo. Come sta andando?
Divi:
Fino ad ora è andato tutto molto bene. In realtà ci speravamo, da un lato ce l’aspettavamo, c’è sempre moltissima gente. Insomma, siamo felicissimi.
Federico: Confermo.

Ci troviamo appunto a un festival gratuito. Cosa pensate di queste manifestazioni? Le preferite ai concerti nei locali?
Federico:
Sono due cose molto diverse, sicuramente. Prima di tutto il fatto è che questa zona può permettersi di fare concerti a ingresso gratuito perché c’è spesso una storia di queste manifestazioni, un supporto dei comuni e di tante imprese. Per esempio, al Sud, si paga per entrare ai concerti anche in estate. Quindi è una fortuna che questo territorio possiede ed è anche una tradizione, di cui bisognerebbe sempre ricordarsi.

Ovviamente lo spettacolo d’estate rispetto a quello in un club ha l’implicazione che si è davanti a un sacco di gente, magari lì per dire “Ah, sentiamo ‘sti Ministri”; è solitamente una festa, perciò cerchiamo di fare qualcosa che sia in linea, poi in realtà non ci discostiamo troppo dal concerto nel locale. L’approccio è però diverso perché nel club stai presentando qualcosa a qualcuno che ha pagato per entrare a vederti. Diversa è pure la sensazione che hai sul palco. In estate inoltre dobbiamo portare in giro una scaletta che funga da “greatest hits” nostro, uno spettacolo che sia bello, completo e dia soddisfazione.

Divi: Ai festival poi si suona prima, aspetto non trascurabile. La cosa che fa comunque davvero la differenza è che un concerto gratuito dà la possibilità anche a un curioso di venire a sentirci. Dall’altra parte aiuta anche chi viene da lontano; noi abbiamo una frangia di pubblico che ha una certa età e un dato tipo di economia, e dover pagare soltanto il biglietto del treno per arrivare a un nostro live è un’ottima cosa.

Il 12 giugno avete dato vita a “Ministri a nastro”, evento al quale avete regalato i vostri provini delle sessioni in studio ai fan. Com’è nata l’idea?
Federico:
La Eastpak ci aveva contattati per fare un incontro con i fan a Treesse, a Milano, come da prassi con le band. Ora, è abbastanza noto a chi ci segue che non è così difficile incontrarci, basta aspettare dopo i concerti fuori dalle transenne e prima o poi arriviamo. Quindi il semplice incontro ci sembrava riduttivo, un po’ troppo poco ministrico, e ci è venuta questa idea. Nel frattempo avevamo già pensato di tirar fuori i provini dell’album, a cui siamo molto affezionati, e abbiamo fatto i due piccioni con la proverbiale fava.

Siamo in un periodo in cui i social network vanno molto e voi li usate. Com’è il vostro rapporto con questi?
Federico:
Noi siamo nati che i social network non c’erano, praticamente.
Divi: C’era un primordiale myspace, prima ancora nemmeno.
Federico: E facevamo le locandine a mano, le attaccavamo in giro per la città. Se avessimo fatto questa cosa con i social network quindici anni fa avremmo ora molti più soldi, ma davvero tanti per le vendite, che lo sa soltanto Gesù. Probabilmente avrei fondato io un social network con tutti i soldi avanzati; dato che non è stato così, qualcun altro ha fatto i soldi e l’ha fondato, è un po’ un “nulla si crea nulla si distrugge”. C’erano soldi nell’aria, li ha presi qualcun altro, ma adesso posso postare i miei posterini fatti su misura.

Un po’ come quando Benigni dice “Perché non ho scritto la Divina Commedia?”, non perché non ci ha pensato. Questa è la situazione e noi la sfruttiamo. Se da domani non ci sarà più questo, bensì delle scimmie urlatrici con le ali che portano in giro le cose le useremo.

E noi verremo a vedervi nel paese di Oz.
Federico: Esattamente.

Questa forse è una domanda stupida, ma mi assilla da tempo: “Mammut”, che cosa cavolo è?
Federico:
La canzone di per sé parla di una storia irrisolta di due amici, due bambini, due persone che prendono due strade diverse nella relazione con gli oggetti o con il consumo. Se sostituisci la parola “mammut” ogni volta con qualcos’altro, più o meno ti torna la storia.
Da una parte ci si lascia inghiottire e affascinare dalla cosa, dall’altra invece si usa la propria energia per rifiutare tale cosa. Se la guardi sul fine degli anni Novanta c’erano da un lato i No Logo, che usavano le loro forze per non fare qualcosa, e dall’altro chi invece si lasciava prendere dall’I-Pod, per esempio. Dopo, è abbastanza ovvio chi abbia vinto dei due.
Dato che nel pezzo se avessi cantato “I-Pooood” lui (indica Divi) mi avrebbe detto “Ma sei scemo?” (risate)… mi serviva una parola che avesse…
Divi: … qualche potenzialità, anche come slogan.
[PAGEBREAK] Federico: Sì, perché per far uscire il discorso devi essere nelle condizioni per cui la parola funzioni, a un livello ‘sotterraneo’, che in qualche modo tu mi venga a chiedere “Ma cos’è ‘mammut’?” (risate) e infatti vuol dire che funziona.
Divi: Diciamo che è l’animale estinto per antonomasia. Poi comunque l’animalità è il tema ricorrente di tutto questo disco, già dalla copertina insomma.
Federico: Tecnicamente, ad ogni modo, deriva dal fatto che quando ho messo giù la canzone ero sui Mammoth Lakes, in California, che sono una località turistica per americani e c’erano in giro robe del tipo “Quest’estate Mammut”.
Divi: È sostanzialmente un bel trip (risate)
Federico: Bravo! (ride)
Sai quei cartelli classici da turismo americano anni Cinquanta, mi piaceva molto “Quest’estate Mammut”, ero anche molto fatto e ho cominciato come fosse una pubblicità di Mammut e la storia è divenuta questa.

Torniamo nel passato. Potete spiegare bene il significato di “La Casa Brucia” ai miei compagni d’università ignoranti che la ritengono una canzone violenta?
Divi:
Non è una canzone violenta!

Appunto.
Federico:
Ma che università fai? (ride)
Divi: Diciamo che se si legano troppo alla portata reale del testo allora è un problema, perché è ovvio che è tutto un’allegoria di qualcos’altro. “La Casa Brucia” appartiene a un disco che rappresenta la nostra prima realtà discografica di una major, quindi per noi era anche affrontare delle regole lavorative nuove. E in tale senso la cosa paradossale era che una band come noi, che esordisce con un euro in copertina, si ritrovasse invece in qualche modo finanziata da una major, ovvero quella casa che sta bruciando, quell’istituzione discografica che ormai per principio sta perdendo colpi.
Non potevamo esimerci dalla situazione che avevamo in quel momento.

Federico: La casa che brucia è proprio la major. All’inizio la canzone parlava nelle strofe di elefanti, il ritornello diceva invece “Siamo i topi”, che aveva lo stesso tipo di allegoria: l’elefante che scappa dal topo. “La casa brucia e la nonna si pettina” penso sia la traduzione di un proverbio francese, m’era capitato di leggerlo da qualche parte, magari non proprio scritto così, e mi era rimasto impresso.
Divi: Sta andando tutto quanto in fiamme, però tutto sommato la parvenza è quella che rimane della nonna che si pettina. Infatti alla fine questo ci ha permesso di entrare in una visione più critica della major, tanto addirittura da decidere di uscirne. È stato appunto vedere le quantità di soldi che venivano spese per cose inutili, per anche esibizioni di muscoli a mo’ del vecchio sistema discografico, di cui non c’era più bisogno. I soldi spesi in promozione non hanno senso da quando ci sono i social network, non c’è più la necessità di spendere i milioni per promuovere un artista sulle riviste, che oggi non vengono nemmeno lette. C’era un’industria che stava già grattando il fondo del barile da tanti anni.

Cosa disse la major?

Divi: In realtà penso che non l’abbiano capita nemmeno loro (risate)
Tanto i profitti li facevano comunque; da un lato, anche se l’avevano capito, ci marciavano sopra perché in fin dei conti i discografici sono i primi a subire questo decadimento, sono i primi a perdere il posto di lavoro. Insomma, non è che siano il male.
Federico: Adesso comunque stanno facendo soldi con l’hip-hop che dice tutto il contrario di tutto rispetto a tutti, eppure nessuno si fa troppe domande.
Divi: Marracash che dice “A far le penne sotto le major e le major mute” l’ha fatto ancora sotto major.

Con gli indipendenti Marracash non è che ci fa i soldi.
Divi: Poi magari lui li farebbe anche da indipendente, ma evidentemente è una sua scelta professionale.
Federico: Alla fine Gué Pequeno è indipendente…
Divi: Fabri Fibra probabilmente tornerà indipendente a breve. Oramai la major non è un’istituzione che ti rassicura come poteva essere ai tempi. Già ai tempi c’era una realtà indipendente che aveva fatto capannello e quindi riuscivi anche ad essere orgoglioso di essere indipendente, oggi significa essere abbandonato a te stesso, ma sotto major non vuol dire avere sicurezze. Ti danno semplicemente dei soldi per produrti il disco, ma di fatto le mani nel progetto cercheranno sempre di metterle, perché devono ottimizzare il loro profitto.
Tu per loro rappresenti la possibilità di fare profitto, e non di fare musica.
Federico: Su queste note positive…
Divi: Ammazza! (risate)

Volete dirci qualcosa di bello per rimediare?
Divi:
Per chiudere: siamo arrivati adesso a una situazione, una formula di produzione discografica che è tutta nostra, collaborando con una major in una maniera diversa rispetto a quella precedente, e abbiamo trovato il modo giusto per lavorare bene.
Federico: Assolutamente.

Dopo aver appurato che per spegnere la registrazione non era necessario buttare il telefono a terra, Federico e Davide ci hanno salutati e la sera noi ci siam goduti la loro performance gratuita.

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