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  • Ministry: Animositisomina

    Ministry

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You know who you are

L’ennesimo parto meccanico, figlio di violenza suburbana ed eterno malcelato sardonico mal di vivere. Schegge di un mondo dove le persone si muovono sotto il peso di dolori incalcolabili, rabbia trattenuta a stento, pronta a deflagare sotto l’ennesimo calcio nei denti. Quel mondo fatto di illusione sogno incubo ben poca realtà che Philip Kindred Dick ha dipinto così bene (verrebbe da dire realisticamente, ma sarebbe davvero paradossale).
I Ministry sono tornati inaspettatamente, considerando le ultime prove in studio non esattamente lucidebrillanti e quel “Sphinctour” che suonava pericolosamente come un epitaffio. Perché “Animositisomina” è superiore anche al tanto osannato e blasonato “Psalm69: The Way To Succeed And The Way To Suck Eggs”. E non è casuale che questo sia uno degli album più acidi, bastardi e diretti del duo. Non un caso che tape machine, loops, sample e co. siano stati ridotti al minimo indispensabile.
Perché, ricordiamolo, i Ministry sono essenzialmente una band di rock industriale, padri elettivi ed effettivi di miriadi di gruppi che hanno vissuto di rendita per intere carriere musicali (decisamente troppi per fare nomi). E non è casuale che tra i loro ammiratori dichiarati comparissero William S. Burroughs e, per tornare ai giorni nostri, quel Spielberg che li volle per “A.I.: Artificial Intelligence”.
Il palindromico album in questione è un colosso di brutalità e acidi lisergici; intelligente, lucido e sarcastico. Materia rara di questi tempi.
Un solido canovaccio sonoro che fa dell’heavy rock, di una cultura industriale sterminata, distorsioni vocali insuperabili, testi sarcastici e terribilmente veri, ribaltamento di prospettive e campi semantici, i propri punti forti. E tra una cover dei Magazine e ritmiche che scuoterebbero anche i Big Black, l’album risulta un grande lavoro. Ora e sempre Ministry, per essere chiari.

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