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Minnie’s: Oltre il punk rock

In concomitanza con la ristampa del loro ultimo disco “L’esercizio delle distanze” siamo riusciti ad intervistare Luca Pancini, frontman di una delle più importanti realtà punk rock italiane, i Minnie’s.

Ciao Luca; quindici anni di carriera alle spalle con tre dischi e due ep all’attivo oltre a numerosi concerti in Italia e all’estero. Cos’è che vi tiene ancora adesso così uniti ed affiatati?
In realtà quando abbiamo cominciato a suonare assieme non eravamo musicisti, ma semplicemente un gruppo d’amici. Avevamo 13/14 anni e partivamo da zero, ognuno con differenti influenze musicali, ma con una voglia comune di trasmettere qualcosa, un nostro messaggio, mediante la musica. Anche il fatto di aver vissuto in prima persona una scena come quella punk rock italiana a cavallo tra gli anni ’90 e il 2000 ci ha sicuramente dato l’entusiasmo necessario, gli stimoli giusti per andare avanti. Oltre a Milano, abbiamo vissuto molto la scena romana, infatti nel 2001 abbiamo rilasciato uno split di cui andiamo fieri con gli Happy Noise.

Il fatto che abbiate pubblicato relativamente poco materiale da quando siete sulla scena fa presupporre una vostra particolare attenzione alla qualità del prodotto. Insomma, come nasce un disco dei Minnie’s?
Non credo sia tanto una questione di qualità del prodotto, ma sono una serie di circostanze che ci hanno portati a questa scelta. Innanzitutto per questioni economiche, visto che quando registri un lavoro con un’etichetta indipendente non disponi dei soldi e dei mezzi delle grandi produzioni discografiche, perciò si registra solamente a colpo sicuro. Oltretutto abbiamo cambiato spesso produttore, uno per ogni disco, e quindi si può considerare anche una scelta artistica quella di pubblicare solo tre dischi. Per quanto riguarda “L’esercizio delle distanze”, siamo molto orgogliosi di questo lavoro perché probabilmente è il nostro primo vero album, in cui tutti i brani sono dei potenziali singoli sui quali abbiamo lavorato davvero accuratamente.

E proprio nel vostro ultimo disco vi avvalete della collaborazione del duo “Il Genio”, band con cui vi siete già trovati a lavorare in precedenza. Quali sono le vostre affinità musicali? Cos’è che fa perdurare questa collaborazione?
Con Gianluca ed Alessandra siamo amici da lungo tempo. Gianluca lo conoscevamo già al tempo in cui suonava con gli Studiodavoli, quindi più che dal punto di vista professionale ci troviamo d’accordo sotto il punto di vista personale, umano. Prima di questo disco però non avevamo mai registrato assieme, qualcosa con Alessandra ma solo per divertimento, nulla di ufficiale. Invece ne “L’esercizio delle distanze” ci hanno aiutati nel brano “Senza Paura”, per il quale trovo che si presti molto bene la voce di Alessandra. Oltretutto è una canzone che parla della vita di una persona, dei suoi incubi e delle sue paure, e la trovavamo molto attuale visto che questi ultimi dieci anni possono essere tranquillamente identificati come gli anni del terrore. La vivacità di Alessandra e Gianluca conferisce al pezzo un’allegria non disimpegnata che si appresta particolarmente al messaggio che volevamo lanciare.
[PAGEBREAK] C’è anche spazio per una reinterpretazione di Death Or Glory dei Clash: da una parte avete scritto un testo totalmente a sé in italiano, dall’altra avete mantenuto il bridge nella lingua originale. Come mai questa scelta, e in cosa differisce il vostro messaggio da quello dei Clash?
Il messaggio è diverso semplicemente perché è concettualmente impossibile il riadattamento di un testo di un’altra epoca e di un altro luogo; per quanto attuale possa essere non potevamo utilizzare le stesse immagini che utilizzavano i Clash. Noi abbiamo affidato il testo a Lord Bean, un personaggio non allineato della scena hip hop italiana, e fondamentalmente quello che vogliamo dire è che bisogna metterci la faccia su ogni cosa che si fa, bisogna anche rischiare di scoprirsi se si vuole dire qualcosa. Su youtube abbiamo ricevuto tanti commenti su questo brano, sia apprezzamenti sia stroncature come naturale che sia. Coverizzare i Clash non è semplice e quindi è normale esporsi a forti critiche. Per quanto riguarda il bridge in inglese, quello invece ha un semplice valore citativo, visto che resta totalmente invariato.

Ultimamente avete rilasciato dichiarazioni interessanti riguardo alla ricorrenza del 25 aprile, ormai poco sentita dato questo svanire di una coscienza politica collettiva. In questo ambito, quale può essere il ruolo della vostra musica e della musica in generale?
La musica, la nostra e quella di chiunque altro, non deve naturalmente sostituirsi alla politica, ma deve fluidificarne il messaggio, può far correre più velocemente le idee. Purtroppo è ormai appurato questo scollamento tra politica e sentimento, le generazioni d’adesso sono figlie della disillusione per chi poteva fare qualcosa in passato e non ha fatto nulla. Purtroppo c’è una visione negativa e distorta della politica, e la stessa cosa vale per le ricorrenze. Il 25 aprile è un’occasione per ricordare insieme, per incontrarsi, per risvegliare quella collettività che ormai va svanendo a causa di un dilagante individualismo. Durante i primi tempi in cui suonavamo, facevamo propaganda ed attività politica autonoma nel C.S. Deposito Bulk, ma Milano come tante altre città italiane tagliano le gambe alle organizzazioni autonome.

È luogo comune etichettare il genere che suonate come “adolescenziale”, ma la vostra esperienza e quest’ultimo disco in particolare dimostrano il contrario. Qual è stato il vostro percorso musicale, che vi ha permesso di evolvere uno stile tutto vostro capace di uscire dagli schemi imposti a priori dal punk rock? E cosa consiglieresti alle giovani band per evitare di stagnare all’interno dei tranquilli binari di un genere?
La definizione adolescenziale possiamo anche accettarla con cuore, visto che le emozioni vissute durante l’adolescenza sono, anche se leggermente ridimensionate per via dell’ingenuità che si ha a quell’età, le stesse che viviamo adesso che abbiamo la barba e forse qualche capello in meno. Poi se per adolescenziale si intende disimpegnato allora sta all’ascoltatore la valutazione, non è certo colpa nostra se non tutti colgono la citazione ad Ungaretti nel brano “Milano È Peggio”. Per quanto riguarda il dare consigli alle giovani leve, posso solo dir loro di ascoltare tanta musica di ogni genere, e di raccontare semplicemente quello che si è, visto che una band deve raccontare se stessa e nessun altro per avere un riscontro oggettivo.

Grazie mille Luca per la disponibilità, in bocca al lupo!
Crepi il lupo, e grazie a te.

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