Home > Recensioni > Minus The Bear: Planet Of Ice

Bello senz’anima

L’album della cosiddetta maturità artistica arriva a tirare somme e medie di una vita musicale discretamente notevole e discretamente notata.
L’incedere di alcuni brani ricorda i Queens Of The Stone Age, con una raffinatezza fuori dal comune, un rock evoluto che ha subito la generazione dei King Crimson, ha vissuto da protagonista quella del core / math core, con Dave Knudson chitarra dei Botch, ed ora invecchia in quel limbo leggero che ama il pop e che dal pop si è lasciato contaminare, a porte aperte, perché tutto sommato non c’erano motivi per essere nemici.
“Planet Of Ice” è un album a doppia faccia, da ascoltare in auto e in cuffia, per carpirne il lato scanzonato o quello delicato, una decapottabile ed un piccolo orologio di precisione, minuziosamente regolato. Le sfuriate di batteria e chitarra sono targate Mars Volta, come su “Double Vision Quest”, ma il termine di paragone sono i Dredg, colti a metà strada tra “El Cielo” e “Catch Without Arms”, ai quali “Planet Of Ice” onestamente si inchina, la distanza tra le due band è pari al dislivello tra il cantato monocorde di Jake Snider e le capacità di Gavin Hayes, un aspetto che appiattisce l’album più di quanto non si senta di primo acchito. I testi, dal canto loro, non meritano più parole di queste.
Se l’obiettivo era sdoganare di soppiatto la vena pop per incanalarsi in quello che alcuni definiscono art rock, ancora non ci siamo del tutto, sono i brani a fare un album e questa manciata di pezzi godibili, formalmente impeccabili, di qualità omogenea (anche troppo), piange l’assenza di una potente identità. Dall’altro lato, tralasciando questioni deontologiche, il disco fa una bella figura e non gli si negano un paio di giri, nell’autoradio e nel lettore portatile.

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