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  • Venezia 77 – Miss Marx

    Diretto da Susanna Nicchiarelli

    Data di uscita: 17-09-2020

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Quasi un ideale sequel/spin-off de “Il giovane Karl Marx” di Raoul Peck, presentato alla Berlinale tre anni fa e poi arrivato in sala anche in Italia, “Miss Marx” di Susanna Nicchiarelli, in Concorso a Venezia 77, conferma il talento della regista romana che, se escludiamo la parentesi “veltroniana” de “La scoperta dell’alba”, ha sempre fatto abitare i suoi film da protagoniste forti e volitive, illuminando porzioni di Storia nascoste e lontane dai riflettori e contraddizioni (sempre più) inaccettabili.

Eleanor Marx, figlia di Karl, si aggiunge a Luciana Proietti (“Cosmonauta”, attivista alle prese con il maschilismo strisciante nelle sezioni del Pci della fine degli anni Cinquanta) e a Christa Päffgen, in arte Nico, ritratta in “Nico, 1988” nella parte finale della sua vita quando, abbandonata l’icona, stava cercando, purtroppo inutilmente vista la prematura scomparsa, di vivere un’esistenza lontana dai riflettori e di scacciare i fantasmi che la musa di Andy Warhol, vissuta come totale alterità, aveva lasciato in dote a Christa.

Con la figlia del grande Karl, invece, scatta una vera e propria identificazione regista/personaggio: la bravissima (e probabilmente Coppa Volpi in pectore) Romola Garai ricorda fisicamente Nicchiarelli, e durante il film emergerà sempre di più l’unificazione totale del punto di vista sul mondo interno/esterno al film. Un ulteriore modalità, forse tra le più interessanti, per leggere un’opera complessa nell’approccio, ma semplice nel gesto filmico, grazie anche al montaggio di Stefano Cravero, che armonizza una narrazione non sempre lineare e che attraversa vari piani temporali.

La colta e brillante Eleanor Marx, figlia più piccola del filosofo di Treviri, è in prima linea nel promuovere il socialismo nella natìa Inghilterra, partecipando alle lotte operaie, combattendo per i diritti delle donne e l’abolizione del lavoro minorile. Nel 1883 conosce Edward Aveling (Patrick Kennedy) e la sua vita finisce per essere travolta da un amore tragico e appassionato.

Educata dal padre al socialismo, continuatrice delle sue battaglie, “Tussy” Marx lotta per trovare una sua via, che non sia solo e sempre di riporto. E ci riesce aggiungendo quello a cui Karl ed Engels non pensavano, perché non era nelle corde culturali di uomini pur così tanto avanti sui tempi: la lotta per l’emancipazione femminile. Ci arriva per gradi, introiettando Ibsen e “Casa di bambola”, pubblicando gli scritti del padre, a cui era stata molto vicina durante la redazione de “Il capitale”, viaggiando negli Usa, combattendo per i diritti dei lavoratori, contrastando lo sfruttamento minorile. Poi, dall’amore, le arriveranno gioie, ma anche inenarrabili dolori. Compagna di un uomo sposato, pieno di debiti e inguaribilmente farfallone, capirà che QUELLA battaglia, la battaglia di genere, è ancor più dura da vincere.

La ricostruzione d’epoca è puntuale e precisa, il film, recitato in inglese, ha un’impeccabile veste internazionale, possiamo essere fieri di un lavoro perfetto per essere esportato in tutto il globo, così come universale è il suo messaggio. Romola Garai regala ad Eleanor carne e sangue, con la macchina spesso attaccata al corpo, per scrutarne sguardi ed emozioni. E, come anticipavamo qualche riga fa, la sovrapposizione tra autrice e personaggio regala nuovo livelli di lettura. Peccato per alcuni passaggi da pamphlet, che rinunciano alla messa in scena per la pura dichiarazione d’intenti, forse però inevitabili quando si vuole creare una sintesi concettuale di idee e visioni complesse.

Il colpo di genio, poi, è nell’ulteriore attualizzazione del messaggio attraverso le scelte della colonna sonora: Eleanor, votata al “no future” come unica modalità per lasciare un segno, è un personaggio punk, ed ecco che in colonna sonora arrivano i Downtown Boys, prima a commento e poi diegetici, come potete vedere nell’immagine che accompagna questa recensione. Eleanor si scatena, salta, trascende i secoli, porta il messaggio con forza direttamente nel terzo millennio. Un film femminista che, vivaddio, non ha alcuna paura di dichiararsi tale, non si abbandona a rimandi o a battaglie di retroguardia, che prende di petto le questioni politiche e sociali. Eleanor non accetta la menzogna, pretende rispetto, ma nell’Ottocento inglese non si può (ancora) vincere, si può soltanto lasciare un segno.

Ed ecco che il percorso autoriale di Nicchiarelli, allora, diventa netto e chiaro: non si rinnegano le idee socialiste, le si innerva con nuove battaglie, perché nessuno e nessuna debba subire lo sfruttamento, la subalternità, l’impossibilità di perseguire i propri scopi senza ostacoli di sorta. Il dibattito che il film scatena, e lo ha fatto qui al Lido, è persino più interessante del film stesso. Che a tratti è un po’ ingessato, magari ha qualche passaggio drammaturgicamente scolastico, ma la forza dell’assunto non ne risente. Chissà se si riuscirà ad avere qualcosa di più della Coppa Volpi … W Marx, W Lenin, W Eleanor!

 

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