Home > Report Live > Miyavi all’Alcatraz di Milano, report live e scaletta del concerto.

Miyavi all’Alcatraz di Milano, report live e scaletta del concerto.

 

Martedì 2 maggio 2017. Quando si presenta sul palco dell’Alcatraz, al fianco del fido batterista e con una manciata di basi elettroniche, Miyavi è armato solo della sua chitarra elettrica. Gli basta però una sola scintilla, una singola nota di partenza e il pubblico s’infiamma, così come il suo beniamino sul palco.

Da performer consumato qual è – il Firebird Tour 2017 festeggia il quindicesimo anno di carriera da solista – e da esponente inossidabile del rock giapponese nel mondo, Miyavi sa occupare il palco nella sua interezza e infiammare il pubblico composto prettamente da appassionati e leggermente più contenuto dei suoi precedenti appuntamenti milanesi.

Miyavi è solo sul palco e la progressiva riduzione dei pezzi cantati in scaletta lo fa apparire sempre più il chitarrista samurai che invocano i suoi fan dai tempi dei Dué le quartz. Meno cantato quindi e sempre più fingerpicking nei pezzi in scaletta, con quello stile slapping che lo traghettò fuori dai memorabili eccessi degli anni ’90, giusto in tempo per evitare di rimanere schiacciato dal collasso del movimento visual kei.

Miyavi ormai appartiene a un’enclave sempre più ristretta del J-rock, un comparto che negli ultimi anni sta davvero faticando molto a rinnovare se stesso. Come Gackt e Hyde, ha saputo indovinare indovinare il momento giusto per abbandonare la componente visual e darsi a un rock più puro e pulito ma, a differenza di quanti non sono stati lanciati nella piattaforma visual kei, continua a godere di un seguito contenuto ma appassionato anche in Occidente.

Forse è questo il vero lascito di quel momento magico della musica anni ’90 in Giappone, di quei gruppi dal rock al metal che seppero filtrare in Europa e Sud America grazie ai modem fischianti e ai prodigi da veri e propri accoliti di mIRC: un pugno di solisti e interpreti poliedrici, le uniche figure carismatiche che, assieme a Yoshiki degli X Japan, riescono ancora a essere influenti in patria e comunicare con l’Occidente.

La transizione di Miyavi è stata più sfumata ma più profonda di quella di altri colleghi. Solo nel 2006 ha abbandonato i look street coloratissimi del passato, anche se a vederlo oggi sfoggiare sul palco gli storici tatuaggi, maglietta extralong bianca e pantaloni extralarge, sneakers nere e ciuffo color grigio fumo, uno spettatore casuale avrebbe forse da dissentire.

Il suo rullo di pezzi graffianti, tutti chitarra e anima, è il classico repertorio che dà il massimo delle sue potenzialità solo dal vivo. Miyavi lo interpreta come un corpo unico, assalendo il suo pubblico a ondate, sorprendendo con un paio di cover e virtuosismi pensati per le tappe europee e statunitensi del tour (l’iconica OST di Mission Impossible e la cover di Youth of the Nation dei P.O.D.).

D’altronde il suo punto di forza è sempre stato l’inglese fluente con cui comunica per davvero con il pubblico italiano ed europeo; chi è stato alle tappe europee dei colleghi giapponesi sa quanto può essere penoso il momento in cui la band di turno tenta qualche parola nell’idioma locale, per poi trincerarsi nel giapponese.

Miyavi invece è spigliato e aperto anche linguistamente, tanto che al fianco della carriera di chitarrista e modello, ultimamente si è scavato persino un posto a Hollywood. Probabilmente l’avrete visto anche voi, senza riconoscerlo: era il soldato giapponese che rimaneva intrappolato sull’isola di Kong in Kong: Skull Island e, grazie all’occhio lungo di Angelina Jolie, il militare giapponese sadico villain in Unbroken.

Sarà l’influsso di Angelina, ma tra una canzone e l’altra Miyavi trova anche il tempo per qualche messaggio sociale. I fan di vecchia data sapevano che prima o poi sarebbe saltata fuori la sua famiglia e l’amatissima moglie, per cui la vera sorpresa sono stati i rifugiati e le parole generose di Miyavi sui soccorsi ai migranti operati dall’Italia nel Mediterraneo.

Tra un Epic Swing e una Afraid to be Cool, il concerto corre via appassionato e veloce. Troppo veloce. A coronare le chiacchiere post concerto dei fan è infatti il taglio repentino dell’encore, monco di 4 canzoni rispetto alle date precedenti del tour. Miyavi saluta velocemente e infila a razzo le quinte, tanto che il pubblico lo aspetta per una decina di minuti, sinceramente convinto che l’encore non sia ancora concluso. Niente saluti finali, niente applauso a batterista e tecnici, niente ormai tradizionale selfie col pubblico. La fiamma di Miyavi si spegne di colpo e non può che lasciare insoddisfatti: per quanta energia e ardore possa metterci, un’ora e poco più di concerto è davvero troppo poco, anche per il chitarrista samurai d’Oriente. Guarda anche la fotogallery del concerto di Miyavi.

La scaletta di Miyavi all’Alcatraz di Milano:

Raise me up

So on it

Cool girl

Dim it

Ganryu

Epic swing

Mission impossible

Cocoon

Where home is feat. Melody

Youth of the nation

Firebird

Afraid to be cool

Cry like this?

The Others

Day 1

Horizon

Long night

What’s my name day2mix

 

Scroll To Top