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  • Mnemic: The Audio Injected Soul

    Mnemic

    Data di uscita: 26-11-2004

    Loudvision:
    Lettori:

Violenza e coerenza

A un anno dal celebrato “Mechanical Spin Phenomena”, che continua ancora oggi a far parlare di sé con la canzone “Ghost”, parte della colonna sonora del film “Alone In The Dark”, i Mnemic sono già pronti a proporre il secondo full length. “The Audio Injected Soul”: un assalto sonico sperimentale che i cinque danesi hanno plasmato con sufficiente originalità partendo dalla musica dei Fear Factory di “Demanufacture”, dei Meshuggah, e degli Strapping Young Lad.
La partenza di “Dreamstate Emergency” lancia una presentazione del motore ritmico di tutto il disco: riff serratissimi e severi che chiudono spazi, delimitano la struttura entro un assalto frontale e talvolta sovraccaricano l’aggressività in procinto di esplodere nel ritornello; questo climax, come i Fear Factory hanno insegnato, si eleva ad atmosfere cyberspace fatte di suoni sintetici, voci pulite oltre il naturale, intensità surreali che vengono poi raggiunte dalle chitarre per accentuarne la potenza atmosferica. Spesso però accade che il ritorno alle sonorità brutali suoni all’orecchio come un mutamento di registro inappropriato; la perdita di intensità negli assalti frontali è talmente evidente che il gusto estetico propenderebbe per il mantenimento delle parti melodiche accanto a quelle più veloci e nervose. Niente paura, tuttavia, poiché la violenza espressa in “Door 2.12″ è tutt’altro che convenzionale o prevedibile: animata da un refrain abbastanza coinvolgente e catchy, la canzone è insieme melodica e intrigante, caratteristica che si mantiene nel ritornello, sottolineato da percussioni precise ed articolate. Le urla del singer Michael Bøgballe esprimono la giusta dose di odio e rabbia, sono modulate abbastanza per non suonare mai uguali, raddoppiano o addirittura triplicano nei ritornelli, mentre nelle parti di clean vocals sono quasi sempre sovrapposte dando un effetto polifonico d’impatto. L’incalzare in “Illuminate” è decisamente intrigante, vista la complessa ritmica chitarristica percorsa dalle growls che aumentano di velocità fino a dare la sensazione di un progressivo rincorrersi; strana invece la scelta di un ritornello piuttosto scialbo, intonabile quasi come una cantilena. Follia pura è l’incipit annichilente di “Deathbox”, massiccia e corposa, monolitica mentre la violenza crescente del cantato fa confluire le quasi monocordi chitarre in un ritornello futuristico.[PAGEBREAK]Il secondo ritornello in particolare si caratterizza per ritocchi digitali qualitativamente ottimi del suono delle chitarre; insieme agli screams, essi reggono il nucleo espressivo della sezione, arricchita di avantgarde-sperimentale da brividi. L’influenza dei Meshuggah si sente anche nei pezzi successivi, dove importante è l’apporto delle tastiere, l’adozione di assoli brevi ma acidi e minacciosi, voce gutturale e growl più estreme del solito. Titoli come “Sane Vs. Normal” dovrebbero darvi una chiara idea dello stato mentale che rappresentano, nonché un’idea di cosa potrebbero trattare i testi, così colmi di rabbia e di istintuale rigetto delle incoerenze della realtà che provocano malessere interiore. Da notare poi un brano come, “Jack Vegas” che offre un finale di ben due minuti con melodici refrain molto catchy e allo stesso tempo tesi e incessantemente carichi di ossessione, mentre “Overdose In The Hall Of Fame” si distingue da tutte le altre tracce per la varietà di materiale che assembla, dal cyber iniziale alla lentezza precisa e chirurgica dei riff straripanti in grado sia di esprimere brutalità, sia di rendere più fitti i momenti atmosferici della canzone. Il ritornello è poi un insieme di suspense, assoli apocalittici da soundtrack, e d’un uso dei cimbali evocativo con una dose discreta di ambizione. La cover “Wild Boys” dei Duran Duran è pienamente in stile Mnemic. Questo basti a far sorridere pensando alla band preferita da Lady D., che probabilmente mostrerebbe stupore e sgomento di fronte all’ascolto di una versione decisamente intimidatoria dell’originale.
Un album non ancora all’altezza di band come gli Scarve, ma che sicuramente si profila interessante e un ascolto obbligato per coloro che amano incondizionatamente il genere estremo sperimentale.

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