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Modena City Ramblers: Intervista al Primo Maggio 2014

Era il lontano 1994 quando i Modena City Ramblers avevano iniziato il loro percorso musicale portando all’attenzione alcune delle tematiche sociali poco ascoltate. Di recente hanno compiuto vent’anni di carriera e per l’occasione hanno dato inizio a un tour per festeggiare insieme al pubblico. Il Primo Maggio li abbiamo incontrati nel backstage del concertone e ci hanno raccontato cosa vuol dire per loro, a distanza di tanti anni, partecipare all’evento di Piazza San Giovanni.

“Primo Maggio”, la festa dei lavoratori.. in questi tempi dove il lavoro è divenuto un’élite per pochi, anzi pochissimi. Per voi cosa rappresenta essere qui oggi?
Per noi essere qui oggi ha due significati: quello di portare un messaggio sul palco anche con il brano che abbiamo eseguito che è “I Cento Passi” per ricordare la mafia, la legalità, Peppino Impastato; il secondo è quello di celebrare una grande festa. Cerchiamo di portare, oltre a un messaggio, la gioia, la serenità, e qualche emozione provando un po’ distrarre per un giorno coloro che vivono una situazione lavorativa precaria, invitandoli a divertirsi insieme agli altri.

E per voi, invece, che emozione è salire su quel palco?
È una bella emozione. Anche se l’abbiamo già fatto tante volte, però ogni volta è un’emozione nuova.

In un’intervista avete detto che vi etichettano ormai come “Gruppo del Primo Maggio”!
Ahahah, si è vero! Montiamo sul palco e cantiamo “Bella Ciao”, e altri testi da Primo Maggio. Ma per noi è come se fosse sempre una festa nuova, un imprevisto nuovo: il microfono che non va’! (ride).

E poi è un’occasione per incontrarsi con tanti amici, musicisti, dietro le quinte, con i quali non capita spesso di trovarsi tutti insieme.. e questo è molto bello!

Tra l’altro quest’anno ci sono anche altri palchi del Primo Maggio, come ad esempio quello di Taranto. Voi come mai avete scelto Roma?
La scelta è arrivata ieri sera. Dovevamo suonare a Taranto, però c’è stato un cambio di programma per via del maltempo. Ma rimedieremo: saremo lì per il 6 maggio! Abbiamo scelto di essere qui oggi perché il Primo Maggio a Roma è il Primo Maggio a Roma, anche se, ad esempio, l’anno scorso eravamo a Bologna, l’altro ancora a Lugano in Svizzera. Insomma, andiamo un po’ in tutt’Italia!

Cos’è cambiato da quel lontano 1991 quando tutto ha avuto inizio?
Io non c’ero! (ride). Sono cambiato io, quindi. C’era Alberto Cottica alla fisarmonica prima di me, io sono entrato nel 2008. I Modena City Ramblers, lo diciamo sempre, sono veramente una grande famiglia, un grande progetto. Dal ’91 ad oggi sono cambiate tante facce sul palco, ma non è cambiata la nostra voglia di fare musica e di andare in giro per concerti: ne facciamo una novantina all’anno, tutti gli anni, in Italia e anche all’estero. C’è sempre la stessa voglia di affrontare determinati temi nelle nostre canzoni.

Come procedere il tour “Venti”? Farete tantissime date, fino a settembre..
Si, ci sono tantissime date e molte ancora devono entrare. Sta andando molto bene e finora tutte le date hanno fatto sold out nei locali. Adesso a giugno comincerà l’estivo nelle piazze, nelle feste e speriamo che vadano bene anche quest’estate!

Oggi canteranno anche Clementino e Rocco Hunt, vincitore delle nuove proposte di Sanremo. Secondo voi i giovani di oggi risulta più semplice cogliere i messaggi trasmessi dal mondo dei rapper piuttosto che da band come voi, la Bandabardò, i 99 Posse? Magari si sentono lontani dalla politica e dalla lotta per degli ideali..
Sicuramente loro sono più giovani di noi, quindi “generazionalmente” potrebbero avere un filo più diretto. In realtà, facciamo generi diversi, toccando a volte anche gli stessi temi. Pertanto, credo che arriviamo o potremmo arrivare ai giovani nello stesso modo. Senza dubbio, loro hanno un’esposizione mediatica maggiore di noi che tocchiamo quei temi che le radio, le televisioni difficilmente ci passano, o ci invitano.

“L’utopia è rimasta ma la gente è cambiata. La risposta ora è più complicata”. Qual è la risposta che dareste oggi viste le ultime vicissitudini italiane?
Oddio, noi non diamo risposte. Nel senso che non cerchiamo mai di salire in cattedra e non svolgiamo neanche quel ruolo. Credo che, come altri musicisti come noi, o prima di noi, abbiamo l’opportunità di accendere la luce su quei problemi di cui magari i media evitano di parlare o di approfondire. Noi, attraverso la nostra musica, cerchiamo di lanciare un messaggio, della serie “Guardate che sta succedendo questo..”. E sta poi alla gente darsi delle risposte.

Oggi, con “Cento Passi” avete ricordato Peppino Impastato, di cui molti ne disconoscono persino l’esistenza. Avete messo in risalto quindi un personaggio che è morto per un suo ideale. Come vi fa sentire questo? Soprattutto perché di questi tempi ormai nessuno è disposto a morire per un ideale.
Si un po’ forse certi ideali si sono persi. Un po’ i giovani d’oggi hanno voglia e non voglia di lottare. Nel senso che molte cose vengono loro nascoste: con molta probabilità, se tu oggi vai qui in piazza e fermi dieci ragazzi dai 16 ai 20 anni, forse solo due sanno chi è Peppino Impastato. O ancora un altro esempio è l’inizio del film sulla vita di Berlinguer, fatto da Veltroni, dove in un liceo viene chiesto a degli studenti chi fosse Berlinguer, e su 20 intervistati solo uno sapeva la risposta.

Purtroppo la colpa non è solo dei giovani, ma anche di chi ha il dovere di educarli, specialmente a conoscere questi personaggi.

C’è poco interesse insomma..
Esatto, c’è poco interesse. Viene insegnata un certo tipo di storia e non una grande parte di storia italiana, come questa.

La musica può sopperire a questo?
La musica ci prova. Ci prova da anni. Prima di noi c’ha provato anche Francesco Guccini, Fabrizio De André, Giorgio Gaber, di cui prima hanno recitato il testo sulla libertà. La musica accende dei fari e può fare questo. L’ha fatto il grande Bob Dylan, l’hanno fatto in tanti!
Insomma, ci proviamo e speriamo bene!

Tra l’altro oggi, a proposito di lavoro, la musica spesso non viene riconosciuta come tale..
Non spesso, mai! Quante volte ti chiedono che lavoro fai? E tu rispondi il musicista, e loro “Ok, e di lavoro?”. Io, tra l’altro insegno anche pianoforte in una scuola, e spesso rispondo così. E allora si che va bene.

Secondo te a cosa è dovuto questo? È solo un problema italiano..
È un problema italiano, e noi ce ne rendiamo conto quando andiamo all’estero. Ormai la musica in Italia ha un valore diverso rispetto a quando lo aveva cent’anni fa: l’Italia era uno dei Paesi più importanti per l’opera, assieme all’Austria di Mozart, Beethoven. Ma lo è tuttora in Francia, in Inghilterra, dove esiste un sussidio di disoccupazione per i musicisti, un sindacato. In Italia ormai la musica è solo un sottofondo. Nelle trasmissione televisive, nelle radio commerciali si passa solo determinata musica. All’estero, come in Francia, anche la musica colta viene trasmessa e insegnata nelle scuole medie. In Italia difficilmente sanno chi è Paolo Conte, i ragazzi si intende. Ciò appare evidente anche da come viene trattata tutta la musica. Da musicista mi rendo conto che Italia si inizia a suonare nei locali alle 23.30 o a mezzanotte, ma quando andiamo a Londra, per esempio, iniziamo alle 20.00 o alle 21,00 come in teatro.

È un po’ per tiratardi..
Qui è per i tiratardi. Non si sa perché.. Io suono anche in altri gruppi, non solo nei Modena, e spesso quando nel locale si contano 100 persone, 15 di questi ti ascoltano, mentre per gli altri sei solo un sottofondo per le loro chiacchere e non ti considerano come una persona che sta lavorando. Mi chiedo perché non vadano a parlare da un’altra parte se non gli piace chi sta suonando. Scusate sono un po’ diretto, ma è quello che penso.

E poi, invece, vedi i concerti di Alessandra Amoroso..
Che dire, va bene anche quello. Io non sono dell’idea che ci vuole solo la musica “impegnata”. Ci deve essere posto per tutto. È quello che noi non abbiamo. A me è capitato di suonare in Germania in Festival, in paesini piccoli, dalle tre di pomeriggio a mezzanotte, dove c’era l’Alessandra Amoroso tedesca al gruppo di blues, e la gente stava lì ad ascoltare. In Italia manca lo spazio per determinati tipi di musica.

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