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Modern Divas: Cate Blanchett, l’arte del trasformismo

Per gli spettatori più vigili ed attenti ai volti nuovi in principio fu Elizabeth, ed ancor prima Lucinda. Ma per il grande pubblico che affolla le multisala e divora pop-corn, in principio fu Galadriel, signora degli Elfi soffusa di una luce divina che già presagiva lo sviluppo stellare della sua carriera.

Volto luminoso dai tratti neutri e delicati, portamento elegante, fisicità duttile e malleabile, Cate Blanchett porta il mistero della recitazione a nuovi traguardi nobilitando qualsiasi progetto con la sua presenza ed affrontando con successo ogni tipo di sfida. Persino le più impari ed azzardate, come l’elettrizzante interpretazione di Bob Dylan in “Io Non Sono Qui“, trionfo del mimetismo dell’attrice che si re-inventa uomo mantenendosi in magico equilibrio tra rilettura transgender ed impossibile imitazione.

Muovendosi con disinvoltura in tutti i generi e conservando una stimata riconoscibilità tra film d’autore e blockbuster, la Blanchett infonde nuova linfa al concetto di divismo. Ma la sua arte non sta solo nel saper oscillare con astuzia tra l’immagine della diva e quella della raffinata interprete capace di qualsiasi volo con estrema naturalezza. Il suo carisma ha a che fare soprattutto con la capacità di adattare immagine ed acting style alle esigenze di ogni film: come accadeva alla Streep negli anni ’80, lo spettacolo del cinema coincide con lo spettacolo dell’attrice che scompare nel personaggio, modificando aspetto, fisicità, accento, timbro vocale e persino ritmo interiore.

Se il corpo-volto dell’attrice si offre come pagina bianca e materia informe pronta ad accogliere tutte le emozioni del mondo, il trasformismo della Blanchett è il terreno su cui si misura il grado di spettacolarità offerto dai suoi film. Il biopic diventa allora la scena primaria dove assistere alla magia di queste mimetizzazioni: prima di Haynes c’era stato l’Oscar per “The Aviator“, in cui è talmente perfetta nel ricalcare movenze, gesti e vezzi della grande Katharine Hepburn, da sfiorare il freddo accademismo. Ed ancor prima aveva brillato nei panni della combattiva giornalista inglese Veronica Guerin. Interpretazioni più vere del vero, copie che nella perfezione della trasfigurazione cinematografica superano quasi gli originali.

In “Intrigo A Berlino” il trasformismo riguarda un’idea stessa di cinema, il cliché della dark lady visto come funzione narrativa ed iconografica del noir. Cate modella look e tempi recitativi sull’aplomb glaciale della Dietrich e sulla Bergman di “Casablanca” e, facendo rivivere i fantasmi del passato, risolleva il film dal disastro totale. Come accade anche in “Elizabeth – The Golden Age“, in cui riprende lo star-making role del 1998 e con il suo istrionismo inietta energia e passione nel teatrino cartoonesco ed imparruccato allestito con vacua grandeur da Kapur.

La migliore Blanchett a oggi è forse quella di “Diario Di Uno Scandalo” in cui attrice e personaggio viaggiano fuori controllo abbandonandosi all’emozione con trasporto e furia dilanianti. Ma rasata a zero ed in cerca di grazia è sensazionale anche in “Heaven“, misconosciuto thriller in cui distilla una performance di assoluta purezza. E in “The Gift” vibra di (in)credibile terrore per il dono esoterico e per il crudele maschilismo di una comunità che la taccia di stregoneria ma ricorre a lei per curare i suoi mali.

Mille volti per mille generi ed uno smagliante talento per la commedia, in cui afferra la stessa calda verità dei ruoli drammatici. Gemme comiche imperdibili sono la doppia interpretazione di Cate e Shelly nel geniale episodio di “Coffee And Cigarettes” e la travolgente, nevrotica, autoironica Kate Wheeler di “Bandits“, in cui da vera leading lady dimostra di possedere un’inventiva e uno charme pari a quelli di Michelle Pfeiffer ai tempi d’oro.

Dopo due ruoli di enorme appeal commerciale, la fumettistica e bidimensionale Irina Spalko nel ritorno di Indiana Jones e l’appassionata Daisy di Benjamin Button, nel 2009 si prende un anno di pausa, trionfa in teatro come ultima Blanche Dubois e prepara un ritorno in grande stile. Primo capitolo è il revisionista e già criticatissimo “Robin Hood” di Scott, in cui riscrive il personaggio di Marion da romantica damigella a risoluta guerriera. Seguiranno “Hanna” ed “Indian Summer” di Joe Wright ed il prequel de “Il Signore Degli Anelli”, “Lo Hobbit“. Sempre instancabile, sempre pronta a calibrare efficacia del gesto teatrale ed autenticità del sentimento con matematica bravura. E a sorprenderci, in attesa della prossima incredibile trasformazione.

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