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Modern Divas: Glenn Close, carisma ferale

Prosa, musical, cinema e televisione. Nella sua pluri-trentennale carriera Glenn Close ha fatto tutto, vincendo ogni premio immaginabile e sfiorando l’Oscar ben cinque volte. Delle dive affermatesi negli anni ’80 è una delle poche a mantenere ancora altissimi popolarità e rank artistico, e l’unica ad aver alternato con straordinario successo cinema, tv e teatro.

Se il cinema di oggi sembra averla dimenticata, lei furoreggia in tv con la serie cult “Damages”. Ma riconoscimenti di ogni sorta sono piovuti su tutte le sue performance televisive, dal family drama sull’incesto “Something About Amelia” all’acclamato “Serving In Silence” sulla storia del colonnello Cammermeyer allontanata dall’esercito per il suo orientamento omosessuale, dal dramma sull’aids “In The Gloaming” alla trasposizione della pièce “The Lion In Winter” in cui è un’enfatica Eleonora d’Aquitania.

Volto irregolare ma affascinante, dotata di uno sguardo magnetico e acuto, di un’aura aristocratica e di una versatilità straordinaria, Glenn nasce come attrice teatrale negli anni ’70 ed al teatro ciclicamente ritorna. Nel 2002 veste i panni sfioriti di Blanche Dubois diretta da Trevor Nunn, ma i primi successi teatrali risalgono al musical “Barnum” e al dramma “The Real Thing”, primo Tony Award della carriera nel 1984 al quale ne seguiranno altri due: per “La Morte E La Fanciulla” e per il musical “Sunset Boulevard” di Webber nel 1994. La sua Norma Desmond è un trionfo a 360 gradi: da vera performer Glenn elettrizza il pubblico con un’eccellente padronanza della voce e una potentissima presenza scenica.

Alla sua prima apparizione sul grande schermo è già candidata all’Oscar nei panni dell’infermiera femminista de “Il Mondo Secondo Garp”. Il ruolo della svolta arriva nel 1987 con la stalker Alex Forrest di “Attrazione Fatale”, che capovolge l’immagine naturale e rassicurante dei film precedenti e schizza nei piani alti della classifica dei più grandi villain della storia del cinema. Quello che in altre mani sarebbe potuto essere lo sterile ritratto di una donna psicopatica diventa lo studio sconvolgente di una personalità disturbata e disperata. Il film è un caso mediatico, attira le ire della critica femminista e rischia di ingabbiare per sempre l’attrice nel ruolo della bitch.

L’anno successivo tratteggia un altro ritratto di sottile perversione: la Marquise de Merteuil ne “Le Relazioni Pericolose”, un monumentale, millimetrico lavoro sulla maschera e sulla dissimulazione, sull’immobilità del corpo e sul conflitto interiore. La forza e il carisma dell’attrice si definiscono una volta per tutte nell’energia e nella precisione con cui scolpisce donne incrollabili come cattedrali, e nella profonda verità che esprime nel momento in cui ne fotografa l’inesorabile caduta. Al di là della maschera di perfidia ci sono sempre solitudine, miseria e sconforto.

Negli anni ’90 conferma il suo eclettismo alternando dramma e commedia ed adeguando con ineguagliabile mestiere lo stile recitativo, ora debordante e sopra le righe, ora asciutto e trattenuto, al tono del film. Ma se in tv sperimenta una grande varietà di ruoli, al cinema incarna spesso il cliché della donna forte, spietata ed ingannevole, sempre con grande intensità, guadagnandosi il titolo di erede di Bette Davis. Tra gli altri ruoli più significativi ricordiamo l’esagitata Camille Dixon de “La Fortuna di Cookie” e la stilizzata, strepitosa Crudelia de Mon nei due adattamenti del cartoon Disney, in cui modella corpo e voce come se fosse davvero un disegno animato.

Dopo i trionfi di “Damages”, in cui il carisma ferale dell’attrice trova una perfetta possibilità di espressione nell’ambiguità ad alto voltaggio elettrico di Patty Hewes, aspettiamo l’adattamento del dramma “Albert Nobbs” previsto per il 2011. Un Oscar in arrivo?

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