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    Mogwai

    Data di uscita: 01-01-2008

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Post-Rock is dead.. Hail to post-rock!

Come è possibile essere credibili, affermando che i Mogwai apportano una svolta importantissima con “The Hawk Is Hawling”? Come si può, quando si parla della band che ha fatto della reiterazione infinita, dei soundscape e dello sviluppo del canone post-rock il suo marchio di fabbrica? Ebbene, signore e signori, è proprio questa la sensazione che si ha assaggiando il nuovo piatto fumante servitoci, quasi di sorpresa, a fine 2008 dal combo di Glasgow.
Scordatevi le carezze di “Happy Songs…” e i cantati prurigginosi di “Mr. Beast”, qui la bestia urla davvero, ma la bestia in questione è un aquila e, se urla, lo fa con la grazia e l’eleganza che la contraddistingue.

Il lavoro si apre e si chiude con cò che i nostri eroi sanno far meglio, ovvero quell’alternanza tra schiaffo-carota-bastone che sembra dire alla miriade di imitatori che si affollano tra un loro album e l’altro che i re sono tornati e che dovranno fare ben altro per spodestarli. Nel mezzo, poi, succede di tutto. “Batcat”, tanto bella quanto accompagnata da un video orripilante, che disegna con chitarre acide e metalliche paesaggi sonori contemporaneamente onirici ed urticanti. “Daphne And The Brain”, che pare raccontare la storia di un pazzo rinchiuso nella sua camicia di forza e nella sua malinconia, pulsante com’è di brividi sottopelle. “Local Authority” che, con ricami di chitarre intrecciate alla perfezione, fa quasi credere di essere tornati agli anni della psichedelia. “The Sun Smells Too Loud”, fatta quasi apposta per le radio, in cui i Mog si divertono a dimostrare ai cuginetti d’etichetta come creare le stesse atmosfere senza passare per transistor e sequencer.

E via così, fino a una sorpresa: “I Love You, I’m Going To Blow Up Your School” sembra prenderci per mano e accompagnarci con la macchina del tempo in un’epoca in cui il giovane team ci esortava a morire giovani a tempo di punk-rock. Arabeschi di chitarre che si nutrono di se stesse fino a gonfiare di rabbia e calore, solo apparentemente indotti. Un gioiellino che dei primi album ha la freschezza, e della maturità ha il polso fermo per non lasciarla deragliare.
Quasi commuove vedere che dopo undici anni e sette album la band scozzese sia arrivata proprio dove, chi credeva in loro, sperava arrivassero.
Poi vengono i detrattori, quelli che “è sempre la stessa roba”, quelli che “il post-rock ormai è vecchio”.
A loro lasciamo il gusto per l’hype sfrenato e per noi teniamo stretto questo gioiellino come il giocattolo che tanto volevamo da bambini.

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