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Mojo Filter: Una r’n’r band dal sapore 70s

Una band italiana “molto poco” italiana. Rock and roll dal retrogusto anni ’70, gradevolissimo e molto aggressivo. Tutto questo sono i Mojo Filter, direttamente da Bergamo per colpire duro, sia live che su disco. Ecco a voi una simpatica chiacchierata con Carlo Lancini, chitarrista dell’energico quartetto.

Nel disco si sentono, e non poco, influenze piuttosto rétro risalenti soprattutto al decennio 1970-1979. Personalmente ho riscontrato molto Hendrix e molti Cream e Who. All’interno di quel decennio, quali sono i gruppi che apprezzate maggiormente?
Sì, il periodo dal quale traiamo le maggiori influenze è sicuramente quello. E oltre agli artisti che hai citato, fra le maggiori fonti d’ispirazione ci metto anche Creedence Clearwater Revival e Led Zeppelin. Per una serie di strane alchimie ricadiamo in quegli anni anche per le soluzioni sonore e per la tipologia di lavoro in studio, decisamente domestica. Alla fine, quasi naturalmente, ci siamo trovati a lavorare con Jono Manson e Mauro Galbiati, che hanno la nostra stessa visione.

Il disco ha poco a che fare con la musica italiana, date le influenze che emergono nel vostro sound. Nell’Italia musicale attuale c’è qualcosa che vi piace e che salvate o è tutto da buttare?

Non ci dispiace che Mrs Love Revolution suoni, per così dire, non-italiano. È quello che volevamo. Ma non per questo non ci guardiamo intorno anche a casa nostra. Nonostante la situazione discografica sia a dir poco imbarazzante, il panorama indie italiano sta vivendo un periodo piuttosto florido. Penso ai Verdena, agli Zen Circus, ai Calibro 35 e ad altre band musicalmente distanti da noi, ma vicine per filosofia. Tutta la scena indie, per i sacrifici ai quali è costretta dal mainstream e da questo periodo infame, merita di essere salvata. Piuttosto butterei Sanremo e il suo indotto, che non ha nulla di artistico e rock and roll!

Nei vostri primi due dischi è nata prima la parte strumentale oppure i testi? Avete intenzione di continuare la vostra carriera cantando in inglese (che secondo me è un’ottima scelta, visto il genere che esce dalle vostre chitarre) oppure proverete in futuro anche qualche testo italiano?
La scrittura e i riff sono al 99% di Alessandro Battistini. Alessandro parte inizialmente da un riff di chitarra, lo sviluppa e ci appoggia poi il testo. Dal punto di vista letterale, i testi hanno una discreta componente di ironia e attualità. Soffrono un po’ del periodo, ma forse è la loro forza. Sono in bilico, come le nostre vite. Dal punto di vista della lingua, siamo piuttosto integralisti: per noi la strada dei testi in inglese è stata naturale e in linea con il nostro background. È l’unica strada che conosciamo. Escludo quindi, nel modo più assoluto, la conversione all’italiano. Come ritengo e riteniamo assurdo, e senza alcun senso d’appartenenza, procedere sui due fronti.

C’è già qualche brano pronto per un eventuale prossimo lavoro o preferite concentrarvi sul tour e scrivere a tour ultimato?
Alessandro è l’autore principale ed è un fiume in piena. Soprattutto dopo la chiusura delle sessioni di Mrs Love Revolution si è messo a scrivere parecchio. Tant’è che in questo tour stiamo già proponendo del materiale che abbiamo intenzione di inserire nel nuovo disco. La cosa ci diverte, ci tiene sempre in movimento e ci permette di capire se i pezzi girano a dovere.

In questo periodo siete impegnati in un tour italiano. È prevista anche qualche data all’estero?
No, per ora no anche se dall’Inghilterra è arrivato qualche segnale di apertura. Staremo a vedere.

Se non erro, il vostro nome nasce da un celebre passo dei Beatles in “Come Together”, ciò fa presumere conosciate bene il quartetto di Liverpool. Il loro album che preferite in assoluto? E per quanto riguarda le carriere soliste dei Fab4, qual è quella che vi ha colpito maggiormente e perché?
Credo che il “White Album” e “Abbey Road” siano i più gettonati all’interno della band. Sulle carriere soliste dei membri dei Beatles invece non ho molto da dire. Forse, rispetto ai singoli dischi, ho apprezzato di più i live di John Lennon con la Plastic Ono Band e il concerto per il Bangladesh di George Harrison. In entrambi i casi un certo Eric Clapton compariva nelle rispettive backing band, come credo che non sia un caso che Paul McCartney non abbia mai fatto niente del genere. Ringo l’ho visto di recente in alcuni video con Ben Harper e non mi è dispiaciuto. Ma preferisco fermarmi qui, sarebbe come parlar male di Bill Wyman: facile ma inutile.

Last but not least, visto che il 2011 si è appena chiuso e tutti si divertono a fare classifiche, divertiamoci anche noi e fate una top 3 di quelli che secondo voi sono i dischi dell’anno. Sei nomi, tre italiani e tre stranieri.

Le classifiche mi divertono e le faccio volentieri, anche se sugli italiani sono in crisi. Ci provo. Black Keys, Wilco e Wanda Jackson per gli stranieri. Verdena, Zen Circus e Vinicio Capossela per gli italiani, in italiano!

Un grosso in bocca al lupo da Loudvision per il vostro primo LP e susseguente tour. Rock on!

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