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Molto più di un insieme di concerti

Il Day 5 affianca generi e provenienze decisamente eterogenei: al palco rock ampio spazio a gruppi “madrelingua”: gli ungheresi Dalriada e i più attempati connazionali Tankcsapda, intervallati dai Sonata Arctica. Al centro dell’isola, invece, gli inglesissimi White Lies saranno headliner, preceduti dagli storici Manic Street Preachers e da un’abbondante vagonata di musica etno-folk con Mariachi El Bronx e Gogol Bordello.
Sziget Festival però non è solo un insieme di concerti, né tantomeno un festival come lo intendiamo in Italia, che poi sarebbe un paio di palchi e qualche stand per salamelle, birre e magliette.

Il Sziget è un intero mondo che diventa un’esperienza indimenticabile per chiunque attraversi il ponticello che collega la terraferma di Pest (la metà occidentale della capitale ungherese) all’isola di Obuda, ed è così che ci apprestiamo a vivere questa ultima giornata del festival: come degli esploratori pronti a lasciarsi affascinare da ogni attrazione.

Nel primo pomeriggio, sotto un sole caldo e solo a tratti coperto da qualche provvidenziale nube, il festival appare trasformato rispetto alle serate precedenti: le attività notturne stanno facendo pagare il loro prezzo e molti ragazzi si trovano ancora nelle loro tende o – per gli amanti di un certo agio – negli ostelli e hotel disseminati in città, anche se l’afflusso ai cancelli d’ingresso sembra non calare mai.
Per le vie dell’isola, battezzate per l’occasione con nomi di celebrità musicali, sono assiepati stand mangerecci di ogni natura, mentre in tutti gli spiazzi verdi trovano posto decine di attività e le tende dei campeggiatori.

Al centro di Obuda da quest’anno spicca la Vodafone Tower: spazio polifunzionale che da discoteca diventa area lounge, bar e persino un videogioco. Non è cosa da tutti i giorni controllare da cellulare un gioco da guardare col naso all’insù su schermi da centinaia di pollici!
Se la sete si fa sentire c’è sempre a portata di vista uno stand della birra sponsor ufficiale e per di più si può provare l’ebbrezza di farsi spillare una pinta sospesi e imbragati a 50 metri d’altezza al Dreher In The Sky, bar sollevato in cielo da un’autogru. Alla discesa, appannati dall’adrenalina, dal caldo e dalle birre bevute si può avere un palco tutto per sé per osare un karaoke davanti a un centinaio di persone che trovano ristoro sotto l’ombra degli stand.

Non mancano esperienze più estreme: dal bunjee jumping all’arrampicata e conseguente lancio con carrucola del Merrel Adventure Castle. L’unico divieto assoluto e più che ragionevole rimane quello di fare un bagno nel Danubio.
Questa diciannovesima edizione del Sziget ha visto anche novità ludico/sociali: un percorso per provare cosa voglia dire essere disabili, il gazebo per “celebrare” matrimoni gay ed un tendone dedicato unicamente ai giochi di intelligenza. Volendo perdersi nell’isola troviamo anche lezioni di ballo, spettacoli di circo, teatro e la fantastica “Hugging Tent” per i balli più lenti e abbracci gratuiti a volontà.
Con tutto questo daffare si rischia di dimenticare la parte musicale, ma per fortuna suona il cellulare: la app del Szgiet ci avvisa che stanno iniziando i concerti!
[PAGEBREAK] Il Main Stage vede già una folla di fan che con tutta probabilità sono già accalcati dal mattino per garantirsi un posto in prima fila per lo show dei White Lies. Ma che dovranno aspettare un bel po': il pomeriggio è tutto per la musica etnica.

I Marachi El Bronx aprono le danze – è proprio il caso di dirlo – con le loro melodie fortissimamente influenzate dal genere mariachi messicano. Bardati nella loro divisa d’ordinanza a dispetto del caldo suonano energicamente e tengono alta l’attenzione anche di chi li ascolta per la prima volta.

I Gogol Bordello non hanno bisogno di presentazioni, figurarsi al Sziget dove già furono protagonisti nel 2007. Con una maxi fionda sullo sfondo fanno il loro ingresso sul palco armonica, bonghi e violino seguiti da chitarre basso e batteria per dare un corpo punk all’anima gitana. Da quando Eugene Hutz fa il suo ingresso con la chitarra a tracolla non si smetterà di saltare e cantare di fronte allo spettacolo che sanno sempre garantire.

Ora però per LoudVision però è tempo di darsi nuovamente al metal sull’apposito palco, dove gli ungheresi Dalriada (che ci erano piaciuti parecchio su disco) stanno ultimando il soundcheck. Quattro gatti sotto il palco che diventano sei una volta aperte le ostilità musicali. Guadagnare la prima fila è impresa semplice, i sei non sembrerebbero più polari in patria che a Tuvalu, Oceano Pacifico, eppure spaccano di brutto con un folk metal dagli sporadici tratti death. La cantante Laura Binder fa scendere la mascella quando stacca quasi istantaneamente dal growl a timbriche alte e pulitissime. Le voci maschili irruvidiscono la miscela e violino e contrabbasso accompagnano tutti i pezzi, tra i quali splendono gli estratti dall’ultimo album “Ígéret”, tra cui la title-track, “Leszek A Hold” e “Hajdútánc”, tutti rigorosamente in lingua madre.

Fra un gruppo ungherese e l’altro è la volta dei Sonata Arctica alla loro ultima data prima di un break che potrebbe rivelarsi piuttosto lungo. I 181 concerti tenuti nei due anni del tour a sostegno del disco “The Days Of Grays” non sembrano aver scalfito la voglia di suonare dei finnici che con una sola ora a loro disposizione riescono a offrire un mini best-of del loro repertorio. Con enorme soddisfazione vengono proposti solo i due singoli dell’ultimo album prediligendo pezzi vecchi e vecchissimi come ormai non accadeva più da tempo, neppure ai loro concerti.
Tony, in gran forma, scherza con il pubblico chiedendo chi dei presenti non indossi biancheria intima (e come da copione un reggiseno vola sul palco) per scatenare “Victoria’s Secret”. Qualche lento e poi un belato a introdurre “Black Sheep”; un accenno di “Living On A Prayer” prima di lanciarsi in “Full Moon” e via verso la chiusura con “Don’t Say a Word”. Il classico dei classici “Vodka” chiude lo show e mentre ancora canticchiamo “we need a vodka…” vediamo i cinque abbracciarsi in un cerchio e scambiarsi qualche parola prima di andare a raccogliere i meritatissimi applausi di fronte al palco. Complimenti per la resistenza e buon meritato riposo!

In questo momento ci troviamo di fronte a una scelta impossibile: sappiamo che già i Manic Street Preachers sono sul Main Stage, così come Kid Cudi alla Burn Party Arena e Marina And The Diamonds e… troppi altri!

I Manic Street Preachers vincono la sfida e si guadagnano la nostra presenza. Quando il palco entra nella nostra visuale si nota solo l’enorme foto in bianco e nero a fare da sfondo e le migliaia di fan festanti. Con uno sguardo più attento notiamo che l’enorme struttura ospita sculture argentate e riusciamo a scorgere i gallesi dietro i loro strumenti. Fra l’iniziale “You Love Us” e la successiva ora e mezza è racchiusa la storia della band. Bradfield e soci tengono il palco come in pochi sanno fare e nonostante il fiatone mentre parla con il pubblico il frontman canta e suona in modo impeccabile canzone dopo canzone: da “Your Love Alone Is Not Enough” ad “Autumnsong”. Pochi fronzoli e moltissimi dei loro successi, compresa una “The Everlasting” in versione acustica e la stranota “If You Tolerate This Your Children Will Be Next” da pelle d’oca a chiusura di uno spettacolo ottimamente riuscito.
[PAGEBREAK] La chiusura dell’ultimo giorno di festival, per quanto riguarda i due palchi principali, è affidata rispettivamente ai metallari casalinghi Tankcsapda e ai londinesi White Lies.
Entrambi fanno il pieno di fan con gli inglesi che, tornati dopo due anni al Sziget, concedono una valida selezione del loro repertorio: “Farewell to the Fairground” apre le danze seguita dal pezzo forte “To Lose My Life” e uno via l’altro tanti altri successi fino alle note di “Bigger Than Us” a chiusura dei concerti di questo Sziget 2011.

Fuochi d’artificio illuminano l’isola.
L’edizione numero 19 della kermesse ungherese sta volgendo al termine: abbiamo davanti un’ultima notte per ballare, house o lenti che siano, per bere qualche ultimo drink o comunque allontanarci dalla malinconia di vedere i tecnici che – neanche fossero svizzeri – hanno già iniziato a smontare pezzo per pezzo i palchi.

Manic Street Preachers

You Love Us
Your Love Alone Is Not Enough
(It’s Not War) Just The End Of Love
Motorcycle Emptiness
Everything Must Go
Ocean Spray
You Stole The Sun From My Heart
Faster
Some Kind Of Nothingness
Autumnsong
Slash ‘n’ Burn
A Design For Life
The Everlasting
Postcards From A Young Man
Motown Junk
Suicide is Painless
If You Tolerate This Your Children Will Be Next

White Lies

Farewell To The Fairground
Strangers
To Lose My Life
Holy Ghost
E.S.T.
Is Love
The Price Of Love
Streetlights
A Place To Hide
Peace & Quiet
Bad Love
Death

Unfinished Business
The Power & The Glory
Bigger Than Us

Sonata Arctica

Flag In The Ground
Blinded No More
Victoria’s Secret
Replica
Paid in Full
Last Drop Falls
Black Sheep
Sing in Silence
The Last Amazing Grays
Livin’On A Prayer (intro) (Bon Jovi)
Full Moon
Don’t Say A Word
Vodka

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