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Molto rumore per nulla?

Si è parlato, qualche settimana fa, del ‘Caso Vividown’, la sentenza shock del Tribunale di Milano che ha condannato, a sei mesi di reclusione, con sospensione della pena, tre ex dirigenti di Google Italia. David Carl Drummond, George Reyes e Peter Fleischer sono stati incriminati e ritenuti “personalmente” responsabili per il fatto di un utente che, dopo aver filmato le violenze perpetrate da alcuni compagni di classe ai danni di un ragazzo down, ha caricato su YouTube il file video.

Oggi sono state rese note le argomentazioni con cui il Giudice Oscar Magi ha motivato il proprio provvedimento, passaggi (contenuti in ben 111 pagine) che un po’ tutto il mondo, con occhio ancora incredulo e preoccupato, ha atteso. In ballo, lo ricordiamo ancora una volta, v’è la sorte del principio – sancito dalla Comunità Europea e dalle carte internazionali – della neutralità della rete.

Alcuni passaggi della sentenza manifestano l’orientamento censorio del magistrato, il quale ha precisato che non esiste “un obbligo di legge codificato che imponga un controllo preventivo delle innumerevoli serie di dati che passano ogni secondo dalle maglie dei gestori o proprietari dei siti web, ma non esiste nemmeno la sconfinata pirateria dove tutto è permesso e niente può essere vietato“.

Magi, dunque, apre in modo magniloquente il provvedimento, manifestando un profondo scetticismo nei confronti di una rete libera e affrancata dal controllo degli intermediari. Ma poi, scendendo nel dettaglio delle ragioni sottese alla condanna, chiarisce che l’illecito di cui si sarebbe macchiato YouTube (e quindi i dirigenti di Google Italia) sarebbe del tutto svincolato dal “controllo contenutistico” dell’intermediario.

Egli individua il fulcro dell’illecito nel non aver, Google Video, reso chiaramente visibile all’utente, nella propria homepage, l’informativa sulla privacy: ossia l’avvertimento all’utente di non caricare su YouTube filmati che potrebbero ledere la riservatezza di terzi, senza la relativa autorizzazione. Detta informativa, a detta del giudice, era “talmente nascosta nelle condizioni generali di contratto da risultare assolutamente inefficace per i fini previsti dalla legge“. Il testo, visualizzabile per l’attivazione “del relativo account al fine di porre in essere il caricamento dei files da parte dell’utente medesimo, era del tutto carente“, o comunque talmente nascosto da risultare inefficace.

Google Italia, dunque, sarebbe responsabile non già per aver mancato di controllo sui files caricati dai propri utenti, ma per aver violato la disciplina sulla privacy.
Argomenta il dott. Magi: “Non costituisce condotta sufficiente ai fini che le legge impone, nascondere le informazioni sugli obblighi derivanti dal rispetto della legge sulla privacy all’interno di ‘condizioni generali di servizio’, il cui contenuto appare spesso incomprensibile, sia per il tenore delle stesse che per le modalità con le quali vengono sottoposte all’accettazione dell’utente (…). Tale comportamento, improntato ad esigenze di minimalismo contrattuale e di scarsa volontà comunicativa, costituisce una specie di ‘precostituzione di alibi’ da parte del soggetto/web e non esclude, quindi, una valutazione negativa della condotta tenuta nei confronti degli utenti“.

Per quanto possa sembrare assurdo, i tre dirigenti avrebbero evitato la condanna se solo avessero strutturato, all’interno della pagina web, un disclaimer più visibile. E questo a prescindere dal contenuto del file caricato dall’utente. “Molto rumore per nulla“, dice il Giudice, secondo il quale la propria pronuncia non avrebbe determinato alcun sovvertimento dei principi di diritto del nostro Stato.

Una soluzione formalistica, che si macchia, peraltro, di due palesi contraddizioni.
Da un lato, infatti, vien da chiedersi se, argomentato ‘a contrario‘, sia possibile ritenere che, qualora l’informativa sulla privacy fosse stata scritta con caratteri più gradi e collocata in uno spazio più visibile, essa avrebbe invece costituito un deterrente per l’insensibile utente che ha caricato il video. Il quale, secondo chi scrive, ha piuttosto agito senza coscienza morale, prima ancora che giuridica.

Inoltre, laddove il magistrato aveva respinto le accuse rivolte contro i dirigenti di ‘Big G’ per “concorso in diffamazione”, aveva motivato l’assoluzione ritenendo che la semplice posizione di garanzia dell’intermediario non avrebbe mai potuto evitare l’evento diffamatorio. Egli, in proposito, chiarisce: “Pur ammettendo per ipotesi che esista un potere giuridico derivante dalla normativa sulla privacy che costituisca l’obbligo giuridico fondante la posizione di garanzia (…) tale potere, anche se correttamente utilizzato, certamente non avrebbe potuto impedire l’evento diffamatorio. In altre parole anche se l’informativa sulla privacy fosse stata data in modo chiaro e comprensibile all’utente, non può certamente escludersi che l’utente medesimo non avrebbe caricato il file video incriminato, commettendo il reato di diffamazione“.
Il ché vale a sconfessare tutto ciò che il giudice aveva scritto prima…

Se la sentenza vi sarà sembrata inspiegabile, lasciatevi consolare dalle parole di Umberto Eco il quale, con riferimento alle cause, così scriveva: “Un processo pieno di silenzi, contraddizioni, enigmi e stupidità. Le stupidità erano le più appariscenti, ed in quanto inspiegabili coincidevano di regola con gli enigmi“.

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