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Mommy — Incontro con Xavier Dolan, l’enfant prodige del cinema internazionale

Il periodo prenatalizio è molto intenso per i giornalisti e i blogger che gravitano attorno al mondo delle proiezioni stampa, eppure il pubblico in sala è numeroso e trepidante, nonostante la concomitanza di altri eventi importanti.

La sensazione è quella di dover cogliere la possibilità di un confronto ravvicinato con Xavier Dolan, l’ultima grande scoperta della Croisette, l’idolo del Toronto International Film Festival.

Venticinque anni, vincitore del Premio della Giuria a Cannes 2014 e per la seconda volta rappresentante del Canada nella corsa all’Oscar per il miglior film in lingua straniera, Xavier Dolan è già entrato nel cuore dei cinefili di mezzo mondo. E dalle prime indiscrezioni sembra che il suo prossimo progetto potrebbe essere quello in grado di farne esplodere la scintilla presso il grande pubblico.

In Italia il giovane regista esce dal circuito esclusivo dei festival proprio in questi giorni, approdando nelle sale cinematografiche per la prima volta con la sua ultima fatica, “Mommy“.

Ne ha parlato con noi, raccontandoci i suoi progetti futuri, la possibile partecipazione alla notte degli Oscar e le sue influenze passate.

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Xavier Dolan a Milano

Complimenti per essere stato selezionato ancora una volta come rappresentate del Canada nella corsa agli Oscar! Come hai reagito alla questa seconda investitura? Te lo aspettavi?
Grazie. Sono molto contento di essere stato selezionato, ma non stupito. “Mommy” era uno dei film canadesi dell’anno che aveva viaggiato maggiormente nel circuito festivaliero internazionale e questo è un fattore molto importante nella scelta di ogni singola nazionale. Ho già conosciuto Cannes, sono contento di potermi confrontare con un’altra grande realtà cinematografica come Hollywood.

“Mommy” è un film che torna a mettere al centro quello che è per te un tema cardine, il rapporto tra madre e figlio. Pensi di aver analizzato fino in fondo questo argomento o ci tornerai su in futuro?
La famiglia e la figura materna per me sono un pozzo senza fondo d’ispirazione. La madre, il figlio, la figlia sono degli stereotipi, ma gli individui che rientrano in questa descrizione sono sempre unici, quindi potrei realizzare due film all’anno su questa tematica senza mai rischiare di ripetermi. Il punto è che tengo molto a rinnovarmi come regista e sceneggiatore dopo ogni film, per me è una necessità. La famiglia è simile alle storie d’amore: sono aspetti della nostra esistenza che si rinnovano continuamente, di cui non si può fare a meno, perciò per me è una fonte d’ispirazione che non si prosciuga mai.

Agli spettatori italiani digiuni dei tuoi precedenti lavori, forse “Mommy” sembrerà un film molto duro con la madre protagonista, mentre tu lo hai descritto più volte come una sorta di riconciliazione con la figura materna duramente attaccata al tuo esordio.
Hai vissuto “Mommy” come un modo per tornare ad accanirti su una madre o è cambiato qualcosa rispetto al passato?

Ma io non mi accanisco mai sulla madre! In tutti i miei film le madri hanno problemi e debolezze, ma sono sempre loro alla fine a uscirne vincitrici. In “J’ai tué ma mere” era la madre a raddrizzare il direttore della scuola che voleva insegnarle come crescere il figlio, in “Laurence Anyways” è proprio la madre, pur tra mille difficoltà, ad accettare in maniera più autentica il cambiamento del figlio, in “Tom à la ferme” la madre è isolata ma non manca di una certa tenerezza. “Mommy” è il ritratto di un grande sacrificio di una madre coraggio. Io non mi accanisco sulle madre, mi accanisco con loro.

La colonna sonora di “Mommy” è composta quasi esclusivamente da canzoni pop, hit molto famose. Come le hai selezionate?
La musica arriva molto presto nel mio processo di scrittura di un film. Anzi, spesso sento una canzone alla radio e magari ci scrivo attorno un intero film; è successo di recente, si tratta di un progetto che però non ho ancora realizzato. Tornando a “Mommy”, “Experience” di Ludovico Einaudi mi ha ispirato la scena di una madre che immagina una vita col figlio che non potrà mai avere. Attorno a questa immagine è nato e si è sviluppato “Mommy”. In questo caso volevo che fossero i personaggi stessi ad avere il controllo della musica, a far suonare le loro canzoni del cuore, come nel caso della compilation di Die e Steve.

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“Mommy” di Xavier Dolan

“Mommy” è molto personale anche sul lato prettamente visivo. Come è nata l’idea di usare il formato quadrato e di sfruttarlo come cassa di risonanza dei sentimenti dei personaggi?
Oh, mi piace questa interpretazione. Il 6:6 è il formato classico della fotografia, è il formato della prima Kodak, della 120 mm, fino a risalire all’arte del ritratto, anche se oggi è associato ad Instagram. L’ho scelto per poter seguire da vicino gli occhi dei personaggi, per ritrarli come veri e propri esseri umani, senza le distrazioni di ciò che sta sullo sfondo o ai lati. Una scelta perfetta per il close-up, ma che rende i piani larghi sgraziati e davvero difficili da realizzare.

Parliamo un po’ del futuro. Presto lavorerai con Jessica Chastain, un’attrice ormai entrata nel gotha hollywoodiano. Puoi dirci perché l’hai scelta?
Ah, Jessica non interpreterà il ruolo principale del mio prossimo film, ma sarà comunque un ruolo eccitante (ride, ndr). Il film s’intitolerà “The Death and Life of Jonathan F. Donovan” e attenzione, l’inversione iniziale è voluta. Descriverà la vita di una star cinematografica arrivata ai vertici da 5, 6 anni e considerata da stampa, addetti ai lavori e fan come il nuovo James Dean o Marlon Brando lungamente atteso. Della sua vita privata si saprà pochissimo, almeno finché diverrà di dominio pubblico il suo scambio epistolare con un ragazzino di 11 anni. Il contenuto delle lettere non viene divulgato, ma un’ondata di turpitudini si abbatterà sul protagonista, attraverso i media e i social network, affossandone la carriera.
Non vuole essere una satira sul mondo di Hollywood, quanto più un nuovo mito di Icaro, per mostrare come la vita privata delle star e la qualità del cinema e dell’arte vengano influenzate e manovrate dai media, che spesso hanno l’ultima parola sulle decisioni artistiche e private.
Il tono sarà divertente e dissacrante, l’impianto narrativo quello tipico dei film di supereroi, con un buono e un cattivo: Jessica Chastain sarà la cattiva senza sfumature, 100% bitch. Anzi no, bastarda! Dicevano così in “Titanic”, bastardo, in italiano (ride, ndr).

Cosa ti piace della settima arte, cosa ti influenza di più come artista e persona?
In realtà non guardo molti film, mi sento piuttosto in imbarazzo perché non ho una grande cultura cinematografica. I film della mia infanzia come “Mamma ho perso l’aereo”, “Titanic” e “Batman Returns” li porto dentro di me, mentre non guardo mai nuovi film mentre sto girando. In compenso compro tante riviste di moda e libri di pittori classici e moderni come Caravaggio, Hopper, Chagall, Matisse. Tutto mi ispira, ma rimango sempre colpito dalla fotografia, artistica o di moda; forse per me è la fonte d’ispirazione più importante. Non credo molto nell’influenza di altri film e nella loro imitazione, quanto piuttosto nell’ispirazione del momento, suggerita da immagini o musiche. Per esempio per “Mommy” è stato fonte di grande ispirazione il lavoro della fotografa Nan Goldin, la sua luce, calda, amorosa, poco calibrata.

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Xavier Dolan a Milano

Quanto c’è di Steve, il protagonista di “Mommy”, nel ragazzo che sei è stato?
C’è qualcosa di autobiografico come nel tuo primo film?

Il personaggio di “Mommy” più ancorato nella mia realtà adolescenziale è proprio Steve, per la violenza che ha dentro di sé. Da piccolo ero molto violento senza che nessuno capisse perché, poi mi sono calmato con l’età e grazie al cinema, dove faccio sfociare la mia rabbia contro la società e i gruppi di persone che ostracizzano gli altri per quello che provano e dicono. I miei personaggi sono ribelli allo sguardo delle persone normali. Per questo sì, assomiglio a Steve, però lui soffre di una malattia mentale, quindi… no, direi di no (ride, ndr). Ho una ancora una grande violenza dentro di me e a volte la esprimo verso gli oggetti, come il mio iPhone (ride, ndr).

E il cinema è stato per te curativo contro questa violenza, questa rabbia continua?
Il cinema per me è tutta la mia vita, il medium che ho trovato per esprimere la mia rabbia, le mie preoccupazioni, le mie paure. Quando non giro è come se stessi aspettando il mio prossimo film. Voglio dire, ho la famiglia, la mia vita, ora viaggio tanto con “Mommy” in giro per il mondo, ma è come se una parte di me stesse dormendo… anche se è ironico, dato che sto dormendo pochissimo in questo periodo! Lavorare nel cinema ti cambia l’esistenza: ascolto musica e vedo luoghi che non fanno parte della mia vita ma che esploro nell’ottica di un nuovo film. I costumi invece no, li vorrei sempre comprare per me stesso! (ride, ndr) Per me un modo di apprezzare ciò che vedo e di cui faccio esperienza nella vita è metterlo in un mio film. Non devo pensare troppo a questo aspetto, perché è quasi come vivere la propria vita per procura. Adoro vedere i film degli altri proprio per questo motivo, per vedere un pezzetto della loro vita, per quanto rielaborata.

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