Home > Recensioni > Mommy

Quante volte è successo nella storia del cinema che un autore abbia partecipato ai Festival di Venezia e di Cannes consecutivamente nel giro di meno di un anno? Non ho tempo di controllare, ma diciamo sicuramente non più delle dita di una mano, per mantenersi larghi. Quante volte questo stesso autore aveva meno di trent’anni? Mai, questo posso dirvelo sicuramente.

Xavier Dolan di anni ne ha venticinque. È il giovane talento più bravo del cinema mondiale. Ci aveva emozionati a Venezia con “Tom à la ferme”, ci sorprende ancora di più qui a Cannes con “Mommy“.

Tre personaggi al centro della storia, una mamma, suo figlio, la loro vicina di casa. Siamo in Canada in un futuro molto prossimo, nel 2015, scelta apparentemente inspiegabile, ma si chiarirà tutto. La mamma è esuberante, vitale, disordinata nel modo di vivere e di condurre i rapporti umani. Il figlio soffre di un disturbo aggressivo/compulsivo, la scuola non lo vuole più. La vicina di casa è sposata, un matrimonio freddo e anaffettivo, fa l’insegnante e soffre di una tremenda balbuzie. Non vi dico nient’altro, non sarebbe giusto.

Dopo una prima ora non straordinaria che serve però solo a fissare le premesse, il film nella seconda parte prende il volo. Dolan gioca con le nostre emozioni come un esperto burattinaio. Ci porta sempre dove vuole lui, ha un controllo emotivo sul film che ha del soprannaturale. Gioca con i formati cinematografici, come nell’opera precedente. Il film è in 1:1, e si apre al formato panoramico solo nei momenti di felicità o di sogno: cinema come utopia, insomma.

Il ritmo di questa che per larga parte della sua durata è una commedia è indiavolato, battute a mitraglia, con la macchina a mano che contribuisce a “stressare” le scene negli spazi stretti, chiusi, claustrofobici. Dolan gira magnificamente. Stavolta rimane solo dietro la macchina da presa, non si ritaglia anche un ruolo da attore. Dolan non è MAI stato ancora distribuito in Italia. Questa volta pare lo abbia preso la Good Films. Lo spero vivamente per voi. È ingiusto che un 25enne di gigantesco talento, come nella storia del cinema probabilmente solo Orson Welles a quell’età, rimanga confinato nel circuito prestigioso ma comunque ristretto dei festival.

Ancora una volta Xavier Dolan colpisce al cuore. Piazza nel corso della proiezione un paio di pugni nello stomaco allo spettatore da rimanerci senza fiato. E come usa la musica, poi… In questo film i pezzi scelti per la colonna sonora si ascoltano da cima a fondo, come nel cinema di Hal Ashby. E c’è un richiamo stilistico alla “25ª ora” di Spike Lee che potrebbe risultare retorico e smielato ma rimane miracolosamente in equilibrio. Torna presto Xavier, ormai non possiamo più vivere senza il tuo splendido cinema.

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