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Mondo Marcio: Cose di quest’Italia

LoudVision ha avuto il piacere di incontrare il rapper Mondo Marcio, nome d’arte del ventiseienne Gian Marco Marcello, poco prima della pubblicazione del nuovo disco, “Cose Dell’Altro Mondo“. Il giovane ha maturato il proprio stile, ha fondato la propria casa discografica e – come lui stesso afferma – ha reso le sue rime perfettamente comprensibili per l’ascoltatore. Il luogo dell’intervista è lo showroom di una nota azienda di abbigliamento, a Milano sud.

Allora Marcio, come vanno le cose ora che il disco sta per essere pubblicato?
Benissimo. Sono contento di potere uscire dallo studio, dove sono rimasto in questi due anni per lavorare sull’album. Ora c’è la parte divertente, in cui si esce e si va a raccontare al mondo quello che è stato fatto.

Come è stata l’accoglienza dei fan?
Migliore del previsto! Il pre-ordine del disco, quando lo si compra a scatola chiusa (al tempo era uscito solo il primo singolo, “Fight Rap” ndr), lo ha visto schizzare al secondo posto della classifica generale di i-Tunes. Insomma, lo zoccolo duro dei fan ha risposto benissimo e “Fight Rap” ha fatto 400mila views in un paio di settimane. La cosa bella di questi miei supporter è che sono cresciuti con me, io motivo loro e loro motivano me fin dal 2004, quando ho pubblicato “Mondo Marcio”, il primo disco. Sono qui grazie a loro.

In che contesto sono nati i nuovi brani? È stato diverso rispetto al disco precedente?
“Cose Dell’Altro Mondo” rappresenta innanzitutto un altro Mondo Marcio, il rinnovarmi era quello che mi stava più a cuore. Sotto l’aspetto della scrittura dei testi, sotto quello della produzione musicale e sotto quello delle collaborazioni presenti nel disco. Per esempio il pezzo con Caparezza (“Conosci Il Tuo Nemico”, ndr), sia per le tematiche che per il modo di rappare, è un tipo di canzone che non avrei potuto fare fino a 5-6 anni fa.

Cosa intendi dire?
Che non avevo l’età adatta, né la testa né gli interessi per farlo. Nel senso, il pubblico che ho adesso sei anni fa non guidava e adesso guida, non votava e adesso vota. Siamo veramente cresciuti insieme, mi hanno seguito fino a oggi e il modo migliore di premiarli era un disco che parlasse della loro vita oggi. Non più le tematiche di un adolescente arrabbiato, cosa che ero, ma un Mondo Marcio 2012, che si guarda intorno e racconta queste cose dell’altro mondo. Che poi dell’altro mondo non sono, fanno parte dell’universo Italia, sono le grandi ipocrisie che dobbiamo vivere ogni giorno. Per fare un esempio: lo Stato e le banche che condannano gli strozzini e gli usurai perché gli rubano il lavoro, piuttosto che i politici che condannano atteggiamenti osceni quando sono i primi a farli, in separata sede. Cerco di dare voce a chi non ce l’ha, perché fare le canzoni mi permette di raccontare le storie della povera gente, dato che anche conducendo una vita dignitosa è difficile comunicare le proprie questioni. Penso che questo sia il dovere dei rapper.

Praticamente ogni canzone vanta una collaborazione con artisti vari. Ma musica e testi sono tutti tuoi?
Chiaramente i rapper ospiti hanno scritto le loro strofe. I ritornelli che cantano Strano, Danti, Killakat e Ornella sono miei, sia per la musica che per i testi. Come tutto il resto.

Si può notare parecchio dissing contro i “falsi” rapper, pur senza fare nomi. È una cosa che riaffiora in “Bang”, “Come me” e anche in “Fight Rap”, esatto?
In realtà non lo chiamerei dissing, è più che altro un richiamo artistico all’ordine. Dissing è riferirsi personalmente a uno specifico artista. È successo con Entics nei mesi scorsi, ma non è nel disco e poi mi ha chiesto scusa, abbiamo risolto la questione. All’interno dell’album c’è il tentativo di riportare questo genere all’attitudine originale, che era più arrabbiata, incisiva e di denuncia, atta a motivare le persone anziché fare da surround. Il messaggio è per gli ascoltatori: essendo il rap un genere mainstream in questo Paese, il rischio è che diventi un grande minestrone che suona tutto allo stesso modo. Bisogna però tornare al tipo di rap che si faceva all’inizio, se no si perde l’originalità del genere. Il rap poi deve essere provocazione, deve arrivare alla pancia, non alla testa, deve fare scattare qualcosa. “Fight Rap” è un pezzo arrabbiato e deve fare arrabbiare.

La maggior parte di chi ascolterà il disco, probabilmente, se lo scaricherà illegalmente (ci si sofferma brevemente la canzone “Come me”). Ti impensierisce questo?

Lo so. È la realtà di oggi, le case discografiche hanno ignorato per troppo tempo il fatto che i ragazzi si copiassero i cd, l’unico che ha provato ad arginare il problema è stato Steve Jobs. Penso che i ragazzi vadano premiati coi concerti e coi contenuti extra, come col dvd che c’è insieme al nuovo album, o la maglietta insieme alla versione deluxe. Il documentario nel dvd parla del making-of di “Cose Dell’Altro Mondo” e della mia storia negli ultimi anni, di quando vivevo ancora fuori Milano e della creazione degli studi della Mondo Records.
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Arrabbiarsi sembra fondamentale per rappare. Ma è ancora facile arrabbiarsi, album dopo album?

L’arrabbiatura fine a se stessa è una cosa fatta a tavolino. Lo spirito è quello di smuovere gli animi, fare ragionare i ragazzi e le nuove leve, lasciare qualcosa di tangibile con queste canzoni. Quello che voglio fare è dare una voce a chi non ce l’ha e il primo nemico che dobbiamo combattere in Italia, da ogni età e posizione sociale, è il non sapere dove andare. Il vero nemico dei ragazzi non è la crisi economica, ma il non sapere cosa fare del proprio futuro, chiusi a rimbambirsi in una prigione di social network mentre la realtà è fuori. È una bolla, che può scoppiare da un momento all’altro, e l’idea è far sì che se ne accorgano e ragionino con la loro testa.

Nel disco torna a fare capolino Milano, città grande, grigia e complicata. Ma alla fine continueresti a viverci?
Sono milanese di nascita e chiaramente, come ogni storia d’amore, anche questa è molto combattuta. Milano mi ha insegnato la politica del fare, questo rimarrà sempre. Certo è grigia, ma sono cresciuto qui, è la città che amo e di certo non potrò mai andarmene definitivamente.

Hai voluto dedicare un’intera canzone, “Se solo fossi qui”, al padre che molti anni fa mollò te e tua madre. Vorresti che lui l’ascoltasse?
È una canzone che ho scritto prima di tutto per me e per qualunque persona con situazioni personali simili. Non ho pensato a lui quando l’ho scritta, è un brano che parla di una situazione combattuta: realizzare che certe porte vanno tenute chiuse, mentre il tuo dna ti dice che la famiglia è fatta di due persone. Ma, appunto, certe porte vanno lasciate chiuse, alcune volte si trovano i compromessi, altre volte no. È anche una nuova presa di coscienza, perché fino a pochi anni fa avrei potuto fare un pezzo come “Dentro Alla Scatola”, arrabbiato a priori.

Da buon rapper, un sacco di volte tiri in mezzo Dio. Hai però un’idea precisa al riguardo?
Credo molto in questa rima: “Vivi come se non ci fosse un domani / perché se vuoi davvero far ridere dio / allora raccontagli i tuoi piani”. Dio sicuramente c’è e mi ci rivolgo spesso, pur sapendo che la realtà va avanti a priori rispetto a quello che viene deciso da un fato divino. Penso che la nostra fortuna e i nostri miracoli dobbiamo farceli da noi.

La tua etichetta, la Mondo Records, è alla quinta pubblicazione. Quali obiettivi hai in mente per questo business
? Promuovere i giovani, aggregare rapper di nome, allargare i confini musicali oltre il rap…
Penso che continuerò ancora a lungo a considerarmi un emergente, a prescindere dai dischi venduti. Mi piace tenermi affamato di nuova musica e nuove sfide, e aiutare nuovi artisti emergenti a fare il loro è un sogno che sto realizzando. Recentemente due nuovi talenti hanno firmato con noi: A&R, un producer, e Beng, un rapper.

Sei proprietario anche delle tue registrazioni antecedenti alla fondazione della Mondo Records?
No, quei master non sono miei.

Usi i videogiochi? Nel disco sono menzionati per inquadrare bambocci nerd, più o meno.
Sì, anche se non in maniera ossessiva. Come per i social network e le cose tecnologiche: uso molto Twitter per lavoro e perché è divertente, ma sto molto attento a non farlo diventare una di quello abitudini un po’ malate. Come dicevo prima, la realtà è fuori, te la fai sulla pelle.

C’è qualche giornale che apprezzi particolarmente?
Di solito faccio la rassegna stampa. Guardo le varie testate, per trovare una notizia da tutte quante messe insieme. Ognuno di noi dovrebbe sviluppare, con gli anni, un criterio che gli permetta di capire qual è la via di mezzo tra le varie testate. C’è quella più da una parte e quella più dall’altra, la vera notizia la prendi una volta che hai letto un po’. Credo molto nel farsi la propria idea.

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