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Intervista a Mondo Marcio: “L’artista deve essere onesto con se stesso”

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Se c’è un artista che è sempre rimasto coerente nel suo percorso musicale questo è sicuramente Mondo Marcio, da poco fuori con l’ottavo capitolo della sua carriera discografica “Uomo!”, uscito l’8 marzo per La Mondo Records-The Orchard.

Tutto è cambiato rispetto al 2006, anno in cui il rapper milanese ha letteramente sfondato per primo la porta delle Major, conquistando un’attenzione mediatica spaventosa con “Dentro Alla Scatola“, vero e proprio brano cult degli anni zero. Da quel momento Marcio non si è mai piegato, ha sempre composto la musica che voleva, a prescindere dal successo, dalla tv o dai soldi cosiddetti “facili”. “Uomo!” è uno degli album più maturi dell’intera produzione del rapper, un manifesto del suo pensiero fin dagli albori: celebrare l’uomo con tutti i propri difetti.

Abbiamo intervistato il rapper, facendoci raccontare qualcosa in più sul nuovo disco, riflettendo anche sulle differenze inevitabili con gli artisti della cosiddetta “nuova scuola”.

 

Ciao Gian Marco, sei arrivato all’ottavo disco, forse uno dei più significativi della tua carriera. Mi ha colpito molto il concept, incentrato sulla natura umana. Sei partito direttamente con questa visione o dopo aver scritto i brani ti sei accorto che tutti avevano questo comune denominatore?

In realtà sono partito prima con la visione, poi dal concept sono nate le canzoni. Il tema della natura umana, quello di essere persone e in quanto persone difettate e in quanto difettate uniche, è un tema che mi sta a cuore da quando ho iniziato a scrivere. Un po’ tutte le mie canzoni parlano di questo: “Dentro Alla Scatola” trattava di questo così come “Non So Volare”, un vero e proprio manifesto del mio pensiero. Tuttavia questa è la lettura più metaforica del nuovo disco, in “Uomo!” c’è un contenuto più immediato, voglio dire “Sii uomo, non fare il ragazzino”, fai le cose perché ci credi veramente, non cercare di emulare qualcun altro solo perché va di moda, sii uomo, prendi le tue responsabilità e fai le cose perché ci credi davvero. In fondo è quello che ho sempre cercato di fare, per questo il disco racconta la mia storia: ci sono infatti degli interludi tra un pezzo e l’altro che raccontano la mia crescita, non solo personale ma a livello umano.

Ascoltando il disco mi ha colpito il mondo il cambiamento di visione che c’è stato in questi tredici anni. Tu con “Dentro Alla Scatola” raccontavi la tua storia, il tuo disagio. Adesso si parla solo di riscatto, e ciò che è avvenuto prima di questo passa spessissimo in secondo piano. A cosa è dovuta secondo te questa inversione di tendenza?

Quindici anni fa ero un pischellino, all’inizio bisognava trovarsi un’identità in quanto stavamo in un contesto che non ci dava niente, non c’erano i palchi a disposizione, figuriamoci televisione o giornali. Ai tempi c’era la cultura del fare i soldi in qualsiasi modo semplicemente per fare musica, ad esempio disegnavi per poterti pagare lo studio: poter fare un disco e avere la possibilità di dire la propria era davvero difficile e una fortuna di pochi, chi riusciva ad arrivare a quel punto aveva già superato una scrematura molto grossa. Adesso il trend è cambiato radicalmente, oggi grazie ai social, grazie alla tecnologia tutti hanno una chance. Tutti possono fare e quindi si è saltato un passaggio, quello della scrematura, tutti hanno la possibilità di dire la propria, di fare un album e farlo arrivare alle persone. Saltando quel passaggio viene meno in alcuni casi la gavetta ma soprattutto la consapevolezza di quello che si ha: essendo tutto quanto, comprensibilmente, a disposizione di tutti, non gli dai tanto valore perché appunto lo possono fare tutti. Fare questo lavoro è invece una cosa speciale, non da tutti, ma te ne accorgi con il tempo.

Mi ha fatto davvero sorridere la reazione di alcuni fan quando è uscito “DDR (Dio Del Rap)”, alcuni si sono stupiti di ascoltare un simbolo della “vecchia scuola” su una base trap. Ma come si fa a definirti old school, a soli 30 anni?

Ti ringrazio, finalmente qualcuno che lo dice al posto mio!

Che poi, ascoltando il disco, si capisce perfettamente cosa vuoi dire. Non è una questione di genere ma di qualità e di contenuto. Sbaglio?

Facendo io musica ed essendo un rapper è chiaro che il messaggio arriva subito ai trapper: la mia però non è una critica ai trapper, genere che mi piace e ascolto quotidianamente, la mia è una provocazione a una questione culturale molto più ampia che c’è nel giornalismo, nel cinema e in qualsiasi forma di espressione: con il fatto che tutti quanti possono avere una chance c’è questa sensazione di “tutto dovuto”: “io posso fare il tuo lavoro meglio di te perché dove sta scritto che io e te non siamo bravi uguali?” Tutto è diventato più piatto adesso, siamo una sorta di icone una uguale all’altra: su Tinder non trovi persone ma possibili partner inscatolati in delle icone, stessa cosa su Spotify, dove non trovi artisti ma icone piccole con dentro le canzoni. Questo tipo di esposizione, di impacchettamento del mondo nel quale ci spostiamo, specialmente se non hai fatto grandi cose prima, ti da questa concezione del mondo, ovvero che tutto sia a tua disposizione, tutto è gratis (musica, giornalismo, cinema), dunque le cose dunque perdono di valore. La mia è quindi una sterzata a questa cultura che ha tanti vantaggi ma anche tanti svantaggi.

In “Uomo!” ho trovato una ricerca raffinata nelle produzioni e nel sound. Merito di collaborazioni assolutamente di primo livello…

Il disco ha una ricerca di sound importante: volevo che suonasse vario e, al tempo stesso, attuale, che avesse un suono personale. In questo io e il mio team ci siamo riusciti, le produzioni a mio parere sono tutte molto attuali, abbiamo avuto tra i produttori Swede di 808 Mafia, team che ha lavorato con Beyonce, Jay Z e Future, fino a cantautori indipendenti come Dave Muldoon che canta in “Fuck Up The World”. Mina ovviamente è la bella del ballo del disco, mi ha fatto questo bellissimo regalo. La missione devo dire che è stata compiuta, sono davvero contento della produzione.

Sono rimasto colpito soprattutto dagli episodi più blues del brano, parlo ovviamente di “Fuck Up The World” e soprattutto “Sogni Nella Bottiglia”…

“Sogni Nella Bottiglia” è una delle mie preferite perché è una ballata blues, uno dei mondi che più mi appartiene perché sono cresciuto con Ray Charles, Aretha Franklin e con tutto il mondo Gospel. Il brano tra l’altro è per metà cantato, piccolo virtuosismo che volevo togliermi. Pezzi come questo secondo me allargano il panorama musicale del disco e lo rendono meno noioso. Qualche settimana fa ho ascoltato un album di un rapper italiano, alla quinta traccia ho tolto perché sembrava davvero si fosse inceppato il disco, suonava sempre uguale. Non vale la pena fare lavori così, sono dischi usa e getta.

Ti faccio una domanda da un milione di dollari. Ciò che emerge dai tuoi testi in alcuni punti del disco è terribilmente serio. Tutti gli artisti tendono a omologarsi, a essere tutti uguali. Qual è la ricetta per rimanere unici in un momento storico del genere, dove anche con i social la tendenza di essere identici agli altri è triplicata rispetto a tredici anni fa?

Non vorrei deluderti, tantomeno darti una risposta banale. Non c’è un consiglio, non c’è una soluzione. Te lo dico dopo aver letto molti libri che parlano di Maker, di successo, argomento anche psicologico. Quello che posso dire per la mia esperienza è che, quello che puoi fare nei tuoi confronti di artista è essere onesto con te stesso. Io ho sempre cercato di fare musica da riascoltare anche a 80 anni ed esserne orgoglioso. Il successo commerciale della mia musica è diventato tale solo dopo. Questo mi ha portato ad avere tanto successo e popolarità in alcuni anni e molto meno successo in altre occasioni con determinate relase. Sono comunque felicissimo di avere scelto questa strada perché mi fa dormire sereno la notte e mi fa svegliare con il sorriso la mattina.

Prima di chiederti del tour vorrei una battuta su un fatto recente. All’ultimo Festival Di Sanremo ha trionfato Mahmood, artista che ha presentato sia nelle sezione giovani che tra i Big dei brani in cui parla della sua condizione familiare, un po’ come hai fatto tu nel tempo. Alla vittoria poi è scattato quel polverone insensato che ha spinto addirittura un esponente della Lega a depositare una proposta di legge con l’obbligo di passare un brano italiano su tre in radio. Cosa ne pensi di tutto questo?

Sicuramente è una cosa buona che un ragazzo come Mahmood abbia vinto perché serve una grossa svegliata all’Italia, lui tra tutti può essere uno degli artefici di un cambiamento, anche se ci vogliono davvero tanti peli sullo stomaco e non li ha quasi nessuno. Certamente è un grande passo, meglio lui che solite canzoni trite e ritrite. Sono contento che abbia parlato della sua condizione familiare, so per esperienza che è una cosa socialmente utile, io stesso ancora oggi ricevo messaggi di ringraziamento per aver condiviso le mie vicende personali che hanno aiutato davvero tante persone. Della Lega c’è poco da dire, ogni volta se ne escono con una cosa più ridicola dell’altra. Fanno solo pura demogogia.

Partirai a breve con il tour europeo con la tua band. Quale sarà la formazione? Cosa ci dobbiamo aspettare dal tuo live?

Sarà il nuovo show del nuovo album che, esssendo scritto in maniera musicalmente ampia, vede la sua coronazione dal vivo. Pezzi come “Fuck Up The World” tireranno giù il posto. La formazione al completo con batteria basso, tastiere, chitarra e voce femminile, più una screnografia mozzofiato che ci sarà il 18 aprile al Fabrique di Milano, data che lancia il tour. Sarà uno show da non perdere, forte e prodotto sia da un punto di vista visivo che sonoro.

 

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