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Monster Magnet: “Sono un maledetto normale in un mondo di pazzi”

Completo di pelle nera, esattamente come i capelli, i baffi e il curatissimo pizzetto. Il look di Dave Wyndorf sembra fatto apposta per confermare tutte le voci circolanti sul cantante del New Jersey, al quale, dalla droga al satanismo, è stato associato di tutto quanto di “maledetto” ci sia. In realtà chi ci accoglie è una persona dall’atteggiamento assolutamente rilassato e autoironico. Insomma il classico personaggio che ha l’aria di essersi divertito un sacco a spararle grosse guardando la reazione di chi è sempre pronto a gridare al demonio. L’occasione dell’incontro è la presentazione di “Monolithic Baby!”, prima fatica discografica con la nuova etichetta SPV, dopo due anni di silenzio.

Partirei proprio da “Monolithic Baby!”. Ce lo descrivi rapidamente?
È un album di rock, decisamente diretto e semplice. La vita in questi giorni sempre impazzire, è diventato sempre più difficile vivere normalmente e così sto cercando di semplificare le cose nella mia vita: ho provato a fare lo stesso in musica. I testi invece riguardano principalmente le cose che vedo intorno a me e su cui non sono d’accordo.

Infatti, proprio a proposito delle liriche, si può notare che questa volta rispetto ai lavori precedenti, i testi siano più incentrati su tematiche di attualità, come l’informazione, i mass-media, molto meno “drug-oriented” che in passato.
Sì, i testi questa volta sono molto più diretti. In passato ho usato spesso delle metafore per esprimere certi concetti. Questa volta invece ho cercato di essere il più semplice e diretto possibile, anche per trovare una perfetta corrispondenza tra testi e musica.

Ascoltando l’album si può notare una divisione tra una prima parte molto immediata e una seconda più sperimentale e psichedelica. In particolare i primi tre pezzi sono molto rock’n’roll. Come mai questa divisione?
Sì, è vero, i primi tre brani dell’album sono puro rock’n’roll. Quando li ho suonate ho messo il cronometro a tre minuti e mi sono detto che non dovevamo superare quella barriera di tempo. Così ho iniziato a suonare e man mano che passava il tempo ho cercato di essere più veloce e diretto. In queste tre canzoni ho solamente espresso fisicità. Nelle altre invece c’è una maggiore elaborazione. Credo che il mix sia venuto molto bene.

A metà dell’album, quasi a dividere idealmente la parte più immediata da quella più elaborata, ci sono due cover: “The Right Stuff” degli Starfighters e “There’s No Way Out Of There” di David Gilmour. Come mai hai scelto di rifare questi due brani?
Non saprei indicare un motivo preciso ma perché in realtà non esiste. C’erano milioni di canzoni tra cui scegliere. Ogni volta che facciamo un disco pensiamo che tra quelle del passato ci sono delle canzoni che sarebbe bello suonare. Questa volta la scelta è caduta su queste due, così abbiamo tolto dal disco altri due brani e abbiamo deciso di inserire questi.

All’inizio di “Master Of Light” c’è una sonorità piuttosto inusuale per voi, decisamente elettronica. Come mai questa scelta e com’è il tuo rapporto con l’elettronica e la tecnologia?
Quello che si sente all’inizio di quella canzone in realtà sono delle semplici percussioni elettroniche. Amo la musica elettronica, è l’ideale per party scatenati come rave o cose del genere. Ma trovo molto meglio suonare veramente. Non ho mai pensato ai dj come a delle star, anche se qualcuno lo fa. Spesso li considerano dei geni quando non fanno altro che campionare la musica degli altri.

Nella band ci sono un nuovo bassista e un nuovo batterista. Hanno partecipato al processo compositivo? E quanto sono stati importanti per il suono finale del lavoro?
A dire il vero le canzoni le avevo già scritte prima che loro entrassero a far parte della band. Ma sicuramente il loro modo di interpretarle è stato molto importante, soprattutto per la carica di entusiasmo ed energia che hanno portato. Una carica che nei precedenti membri del gruppo, pur bravi, si era un po’ persa. Il risultato è che tutto suona più fresco e vitale.
[PAGEBREAK] Il disco precedente è del 2000. In mezzo c’è stato il disastroso attacco alle torri gemelle. Come ha influenzato questo avvenimento il tuo modo di vivere la musica e comporre?
Io vivo la musica come parte integrante della mia vita, e tutto ciò che compongo è ispirato da ciò che mi circonda. All’epoca dei fatti delle twin towers ero a Hollywood, impegnato a scrivere le musiche per un film, “Torque”, e anche lì la gente sembrava fuori dalla realtà, tutti convinti di vivere in un sogno, che però non è il loro ma quello indotto dai media. Dopodiché accendi la tv è vedi la guerra, vedi il sangue. Questo è stato il mio vissuto: ciò che arrivava dalla tv e dalla gente “folle” intorno a me.

Hai menzionato la colonna sonora di “Torque”. Come è stata quell’esperienza e quanto ti ha influenzato per le scritture del nuovo album?
Io sono un musicista rock e ho sempre composto canzoni rock. Questa esperienza è stata divertente, soprattutto perché diversa, insomma, non è da tutti i giorni doversi cimentare con un’orchestra o scrivere delle linee musicali che devono adattarsi a scene precise. Però, alla fine non ce la facevo più. Sentivo proprio il bisogno di tornare a scrivere suonare canzoni da tre minuti che “spaccassero”, canzoni muscolose, e questo lo si può sentire chiaramente nel sound di “Monolithic Baby!”.

Il tuo rapporto con il music business è sempre stato piuttosto conflittuale. Adesso vi ripresentate sulla scena con un’etichetta nuova di zecca. Come vanno le cose oggi da questo punto di vista?
In questo momento le cose sono sufficientemente buone per quello che cerco io. Ci sono stati un po’ di cambiamenti che hanno permesso questo. Per prima cosa sono uscito dal giro delle major. È un giro che riguarda cinema, televisioni, radio ed etichette discografiche, e che sta rovinando tutto. La loro è una guerra puramente commerciale, alla ricerca di chi vende di più o di chi raccoglie più copertine, ma il miglior rock negli ultimi dieci anni è uscito tutto da etichette indipendenti. Quella delle major è una continua competizione ma non è relativa alla musica e alla sua qualità. Per noi oggi è molto più facile affrontare una situazione dove non hai qualcuno che ti dice, come in una major, che sei un rock band e quindi devi vendere milioni di dischi. In un’etichetta indipendente le cifre richieste sono molto più modeste, non ti mettono pressione. E per noi è decisamente meglio.

Quanto è importante per te il suono e la produzione in un album?
È molto importante. È quello che dà l’atmosfera a un lavoro, quello che cattura l’ascoltatore. Le canzoni rock alla fine si basano tre accordi e quindi il suono è fondamentale per caratterizzarle, se non operi dei cambiamenti, soprattutto sulle chitarre, sei finito. In questo caso ho voluto molte parti di chitarra pulite, e molto in evidenza, in maniera tale che fossero estremamente dirette. In questo lavoro hanno una grande evidenza anche le percussioni.

Vivendo in una band ci sono diversi impegni ai quali devi far fronte, dalla promozione, al lavoro in studio ai concerti live. Qual è l’aspetto che preferisci e quale invece ami di meno?
In realtà è un tutto difficile da separare, ma indubbiamente la parte che preferisco è quella live. I concerti sono il momento in cui tu hai davanti la gente che ha davvero comprato i tuoi dischi, senza nient’altro in mezzo, senza barriere. Mi domando cosa possa pensare la gente del mio disco, e il concerto è il momento in cui posso capirlo, guardandola negli occhi. Girando un film o un promo non hai quella sensazione di contatto. Per questo preferisco la dimensione live. Ma non posso dire che ci sia una fase peggiore delle altre, tutto fa parte del mio lavoro.

L’album si chiude con “CNN-War Theme”, una canzone chiaramente riferita ai media. Cosa ne pensi degli strumenti di informazione attuali?
Mi sembra che sia tutto folle. La cosa che faccio fatica ad accettare è l’ormai continuo mix tra intrattenimento e realtà, notizie. Qualunque cosa viene presentata come uno show, e la stessa guerra viene spesso preceduta e seguita da una bella musichetta. È tutto fuori controllo e la cosa terribile è che ormai la gente si è assuefatta a questa cosa e guarda in televisione immagini di guerra e di morte come se stesse guardando la partita di football.

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