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Presentato al Festival di Berlino, tra i titoli più attesi (fuori concorso), “The Monuments Men” ha lasciato tutti un po’ interdetti. Subito sono corse voci malevole sulla presunta decisione di George Clooney di posticipare l’uscita del film negli Stati Uniti al 2014 per non farlo concorrere agli Oscar, dato l’alto livello di competizione di quest’anno. 

Il quinto film da regista di Clooney, come sempre anche attore, è un passo falso rispetto alle pellicole brillanti o impegnate, sempre con una sceneggiatura di ferro e una regia sicura, a cui ci aveva abituati. Ispirato a una storia vera, “The Monuments Men” vede un cast all-star nei panni di un improbabile plotone speciale americano composto da studiosi dell’arte, che ha la missione di salvare preziosissime opere d’arte dalla furia nazista.

Un action-thriller pieno d’umorismo che si colloca a metà tra il film bellico d’avventura e la commedia ben confezionata al servizio di messaggi nobili.

A rendere macchinosa la consueta confezione gradevole e brillante dei film “a marchio” Clooney è, da un lato, la retorica militarista e patriottica, e dall’altro, lo scarso equilibrio nel tenere insieme una narrazione a episodi sfilacciata. Per questo, la risata risulta forzata, con l’effetto un po’ straniante di quando ci si ascolta dal “di fuori” Il risultato è un tono stridente e un film che fatica a trovare la propria identità, un po’ come una scampagnata d’attori che fanno la parodia inoffensiva, patinata, di “Salvate il soldato Ryan”, alla cui retorica viene riservato un omaggio nel finale.

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